Da sempre l’uomo ha cercato di comprendere la realtà circostante e quella interiore, per poter adottare i comportamenti più vantaggiosi per la sua esistenza.
La sistematizzazione delle esperienze ha dato vita a numerose interpretazioni e rappresentazioni concettuali della realtà di tipo diverso, quali, ad esempio, il mito, la religione, la filosofia e la scienza.
La realtà, però, ha dimostrato finora di potere offrire una quantità di significati potenzialmente infiniti, tanto più numerosi quanto più si moltiplicano le conoscenze e di sapere sfuggire alla possibilità di una comprensione e definizione definitiva; qualsiasi descrizione l’uomo voglia darne, prima o poi, risulta inadeguata ad affrontarne tutti gli aspetti.
Tra le conoscenze tramandate e conosciute, non solo nessuna è riuscita finora a costituirsi come unico, certo riferimento in grado di descrivere la verità della vita nella sua interezza, ma si dubita persino che ciò sia possibile.
L’idea stessa di verità e di realtà sono ormai sottoposte a forti critiche; a supporto di tali posizioni basti pensare che la conoscenza umana è sottoposta ai limiti dei sensi che recepiscono gli stimoli sensoriali, a quelli del cervello che li elaborano, nonché ai filtri operati dalla selezione culturale e sociale.
Chi perviene a questa consapevolezza può ipotizzare dunque non solo di “non sapere”, ma anche di “non poter sapere”, non poter conoscere, una volta per tutte, una verità assoluta, valida sempre e per tutto.
Dubbi di questo tipo, già presenti nella storia del pensiero antico anche occidentale, a cominciare dai sofisti e da Socrate, trovano in tempi recenti espressione e conforto nelle teorie di numerosi pensatori.
Secondo lo psicologo statunitense J. Bruner vanno considerate sia la limitazione inerente alla stessa natura del funzionamento della mente, sia il fatto che la cultura plasma la mente e cioè ci fornisce l’insieme di strumenti con i quali costruiamo la nostra concezione del mondo, di noi stessi e delle nostre capacità.
Goodman, filosofo americano, ha sostenuto che qualsiasi cosa entri nel nostro campo di esperienza è già organizzata all’interno di un determinato “schema concettuale” e che, di conseguenza, non si può cogliere un mondo reale in sé; inoltre, essendoci tanti modi di costruire la realtà, si danno una pluralità di realtà tante quante sono le nostre versioni.
La scienza contemporanea è arrivata a criticare le nozioni di oggetto, spazio e tempo; le neuroscienze identificano il cervello come creatore di ciò che il senso comune continua a chiamare realtà. Secondo lo storico della scienza E. Bellone c’è qualcosa fuori dall’uomo, ma la sua struttura è frutto della costruzione di reti neuronali.
Per G. Bateson, antropologo, sociologo e psicologo britannico, la descrizione dei fenomeni non corrisponde ai fenomeni stessi (la mappa non è il territorio) ed esistono versioni molteplici del mondo.
Per il filosofo francese C. Castoriadis non esistono luoghi o punti di vista esterni alla storia e alla società, ogni forma del pensiero è creazione di immagini a partire dalle quali si può parlare di qualcosa. La società fornisce all’individuo il suo senso di essere, istituisce il mondo di significati.
Tali acquisizioni non sono ancora diffuse nella mentalità comune e gli uomini continuano inevitabilmente ad essere guidati dalle conoscenze finora acquisite; non solo religiosi, filosofi e scienziati, ma ogni individuo, a suo modo, più o meno consapevolmente, adotta una sua visione, una “filosofia di vita” che tende a dirigerne l’azione quotidiana dando un senso alla sua esistenza, tramite opzioni operative, attività, che derivano dall’ordine assegnato ai valori conseguenti al modo di “vedere” la vita.
L’esperienza della realtà ha comunque bisogno di essere organizzata per mezzo di simboli concettuali e verbali che la possano rappresentare, far ricordare e comunicare.
Le persone quindi costruiscono collettivamente concetti che rendono oggettiva, cioè condivisibile tra comunità di individui, la loro comprensione delle cose (oggetti, animali e uomini). Questi concetti culturali mettono in grado le persone di comunicare in merito alle cose stesse e alla vita.
“I concetti culturali inoltre organizzano il modo in cui le persone percepiscono, immaginano, pensano, ricordano e le sensazioni che hanno delle cose. In altri termini, i concetti costruiti collettivamente compongono la cultura, e i simboli culturali organizzano i fenomeni psicologici” (Ratner C., Cultural psychology and qualitative methodology, New York and London, Plenum Press, 1997, p. 26).
Anche se un unico sistema non può organizzare con certezza il sapere, si può pur sempre esplorare l’ipotesi di adottare più modelli che, dichiarando i presupposti dai quale muovono e il loro perimetro di competenza, possano essere usati, a seconda delle esigenze, per «rendere possibile il prosieguo favorevole dell’azione», come diceva il filosofo e pedagogista Dewey.
Sembra necessario e auspicabile, per una ulteriore evoluzione, che i diversi tipi di conoscenza possano integrarsi utilmente, seppure la frammentazione e molteplicità delle discipline, la vastità dei contenuti e la specializzazione dei linguaggi dei singoli saperi rendono, oggi, faticose le ricerche di reciproci legami.
Una tale integrazione può e deve accompagnare gli uomini nel superare le difficoltà e avanzare verso un mondo in cui questi realizzino una consapevolezza sempre più piena di una dimensione collettiva dell’umanità e della natura, ove le varie conoscenze possono utilmente supportare il progredire umano, così come ipotizzato da W. Heisenberg (citato in Capra F., Il tao della fisica, Milano, Adelphi, 1982, p. 9): “… è probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti di interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a una effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguirne nuovi e interessanti sviluppi.”
Per andare in questa direzione, ed evitare le incomprensioni di una moderna Babele, è dunque importante capire presupposti, campo di applicazione, principi e valori di ogni conoscenza e analizzare le sue possibili interazione con le altre.
In questa dimensione globale va realizzato quanto la conoscenza non ha confini né paternità: è patrimonio dell’umanità intera. A chiunque lo desideri la vita mette a disposizione un’unica lezione, scritta con parole di differenti alfabeti sui diversi capitoli dello stesso libro.
Di questo patrimonio esperienziale e culturale del percorso umano fa parte lo Yoga, che si caratterizza, da secoli come strumento di benessere.
Sarà importante dunque delineare i rapporti di questa disciplina con altri saperi, per definirne i limiti di applicazione nonché la sua possibile funzione in un percorso di sviluppo sociale.
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