L’OBIETTIVO DELLO YOGA

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Le fonti dello Yoga, pur con terminologia a volte differente, condividono i temi principali della filosofia induista: l’analisi delle cause della sofferenza, la possibilità di porre termine alla sofferenza realizzando uno stato di coscienza appartenente a una dimensione stra-ordinaria che possiamo definire spirituale, lo Yoga come disciplina che conduce all’emancipazione dalla sofferenza e alla liberazione del praticante, le caratteristiche della realizzazione di tale condizione.

Da ricordare, comunque, che i concetti espressi da tale filosofia non sono di carattere speculativo, ma esprimono il frutto della sperimentazione di stati di coscienza e di conoscenza vissuti per esperienza diretta.

4.1 Le cause della sofferenza

I percorsi dello Yoga affrontano tutti il problema della sofferenza umana e, tramite percorsi differenti, “come i raggi di una ruota che portano tutte al suo centro” (Fuerstein G., Yoga – Teoria e pratica, Milano, SIAD, 1977, p. 37), condividono la stessa meta finale: la liberazione dalla sofferenza (moksa o kayvalia o mukti) e la salvezza dal ciclo delle rinascite (samsara).

Per lo Yoga delle fonti originarie la causa della sofferenza umana è da ricercarsi nel vano tentativo di rincorrere una stabilità continuamente posta in crisi dai continui cambiamenti dovuti all’impermanenza delle situazioni e, soprattutto, perché egli è limitato e destinato a finire, in quanto individuo.

Tale visione ordinaria della vita è frutto però dell’ignoranza (avidya), che si esplicita nell’egoità o senso dell'”io sono” e che consiste nel percepirsi come individui separati dal resto; da ciò derivano comportamenti innaturali e in disarmonia con le situazioni della vita e le conseguenti sofferenze.

Questo modo di percepire la vita è frutto dell’illusione prodotta dal velo esercitato dalla forza ingannatrice dell’illusione (Maya), che può essere svelato con lo Yoga. La fine della sofferenza può avvenire solo a seguito della realizzazione di una condizione trascendente l’individualità; in tale stato di coscienza l’individuo si reintegra con la Vita tutta, con la Realtà Unica onnicomprensiva, della quale è già parte inconsapevole, fino a vivere come spiaggia piuttosto che come granello di sabbia, come mare piuttosto che come onda. Così facendo si realizza una condizione straordinaria che va oltre l’umano e i suoi limiti, si vive in quella che possiamo chiamare una Dimensione Spirituale e si pone fine alla sofferenza.

4.2 La Dimensione Spirituale

In tempi e luoghi differenti del pianeta, diversi uomini hanno sostenuto di avere sperimentato particolari esperienze consistenti nel realizzare stati di coscienza che sconfinano in dimensioni superindividuali.

Tali esperienze non sono semplici da comunicare in quanto la conoscenza che propongono esige l’esperienza diretta e non possono essere pienamente comprese razionalmente.

Fondamentale caratteristica comune di alcune di queste conoscenze è il vissuto di una dimensione totale, unitaria, in cui le manifestazioni e gli eventi della vita sono Uno.

Anche nello Yoga delle fonti originarie viene affermata l’unità di tutte le forme di esistenza, differentemente dalla visione umana ordinaria che fa percepire una moltitudine di esseri separati l’uno dall’altro.

Questa Realtà Unica sopraindividuale comprende quindi tutti i fenomeni in continua trasformazione e movimento nello spazio-tempo infinito, materiali e immateriali; tutto l’esistente è inoltre pervaso da un’essenza onnipresente, una matrice in quiete, priva di requisiti, senza forma, né spazio, né tempo, che tutto contiene e in tutto è contenuta.

La Realtà Ultima è dunque l’insieme di tutto ciò che c’è, c’è stato e ci sarà e di ciò che non c’è, essenza impalpabile come l’aria, non descrivibile se non per negazione (né questo né quello) o con termini che esprimono mancanza di connotati (ad esempio, il Vuoto).

L’essenza senza attributi normalmente non percepita e il mondo manifesto vengono espressi con termini diversi negli insegnamenti delle fonti prima citate: sono lo Spirito e le forme nella Bhagavad Gita, Purusha e Prakriti negli Yogasutra e Shiva e Shakti negli insegnamenti tantrici.

Lo Yoga originario dunque afferma l’esistenza di un’essenza universale, di una Coscienza cosmica, di uno Spirito, inteso quale essenza e comune sostrato che unisce e affratella le infinite manifestazioni dell’esistenza, senza limiti di spazio e di tempo.

Dalla presenza dello Spirito deriva il termine di Spirituale, dove la Spiritualità, così intesa, non ha necessità di appartenere a nessun credo e può essere perseguita sia con percorsi laici o religiosi; lo Yoga nasce, per l’appunto come strumento di ricerca spirituale, di conoscenza della Dimensione Spirituale.

La conoscenza, per esperienza diretta, della Realtà Unica, viene spesso indicata come Illuminazione, uno stato di coscienza, cioè, in cui si realizza che in questa Realtà onnicomprensiva e  Unica tutto viene illuminato dalla stessa luce, la luce dello Spirito, della Coscienza, della Consapevolezza, termini tra loro equivalenti.

L’esperienza diretta della Dimensione Spirituale, come dimensione ultrapersonale si è particolarmente diffusa in oriente dove, nonostante le loro differenze, dottrine come Induismo, Buddismo e Taoismo hanno basato la loro natura più intima su una proclamata universalità, che è affermazione di appartenenza alla Vita nella sua totalità.

4.3 Lo Yoga come strumento di Realizzazione

La Dimensione Spirituale può essere conosciuta e realizzata tramite percorsi di ri-unione (yoga) e re-integrazione con questa dimensione universale, con la Vita nella sua totalità, comprendente l’insieme di fenomeni interdipendenti nello spazio/tempo e lo Spirito.

Lo Yoga è dunque “la via per l’eterno” (Bhagavad Gita), che ha luogo tramite l’unione della dimensione individuale a quella superiore, in questo senso a volte espressa come divina, che non ha limitazioni di forma, tempo e spazio.

Lo Yoga delle fonti originarie è costituito dunque da un insieme di teorie e tecniche organizzate a loro volta in numerosi percorsi; ognuna di queste “vie” si rivolge alle diverse inclinazioni naturali dei praticanti. Le tecniche e gli obiettivi intermedi variano a seconda di ciascuno di esse, ma esse hanno tutte il medesimo obiettivo comune finale: la Realizzazione di una condizione trascendente da parte del praticante, che lo porta a superare i limiti dell’individualità.

Questo è anche il parere di un noto studioso come Mircea Eliade.

 “Eliade è molto chiaro sin dall’inizio su questo punto: lo Yoga, infatti, non è, come purtroppo sembra ormai essere considerato in Occidente, una ginnastica dolce adatta ad anziane signore e non è neppure una disciplina per contorsionisti da baraccone. La parola Yoga – che etimologicamente deriva dalla radice Yuj o Yug, che significa «unire» – è una tecnica di ascesi finalizzata a unire, appunto, l’uomo alla sfera del divino, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo vocabolo. A prescindere dai molteplici tipi di scuole, fondamento di ogni tipo di Yoga è l’idea che l’uomo voglia liberarsi dalla condizione umana per «unirsi», appunto, a una condizione superiore. Ma, come sottolinea lo studioso rumeno, non basta la volontà e neppure lo sforzo dell’individuo per percorrere efficacemente la via dello Yoga: è altrettanto indispensabile la presenza di un maestro, di un guru – parola depotenziata dall’uso profano – che insegni al discepolo come abbandonare il mondo. Inizia così un percorso di lenta e faticosa morte a sé stessi per rinascere a un altro modo di essere, che è quello di una libertà assoluta e incondizionata.

Eliade descrive con grande competenza le varie scuole di Yoga, che corrispondono ad altrettante filosofie, apparentemente diverse ma accomunate dalla medesima visione della vita, intesa come condizione di «ignoranza dello spirito», che è la causa della «schiavitù dell’anima» e quindi «fonte delle sofferenze senza fine della vita umana». Il fine dello Yoga, e di ogni altra dottrina e filosofia indiana, è liberarci dalla sofferenza, dal male di vivere.(da un articolo di Luca Gallesi, pubblicato il 25/04/2019 su Il Giornale.it. che parla di un libro di Mircea Eliade su Patanjali e lo Yoga – Edizioni Mediterranee, collana «Orizzonti dello Spirito»)

A questa modalità di coscienza ultra-individuale (trascendente l’individualità) si perviene con la pratica della tecnica finale che accomuna i vari percorsi delle fonti originarie citati: il samadhi, cioè la capacità di “perdersi” come individuo; le altre tecniche e i relativi risultati sono perciò preparatori e funzionali al samadhi.

A seguito del samadhi, o, per meglio dire degli ultimi stadi di samadhi, si scivola in una dimensione onnicomprensiva in cui tutto è illuminato dalla stessa luce, quella dello Spirito; si può dire pertanto che lo Yoga è una disciplina spirituale: tende cioè alla conoscenza dello Spirito, il Sé più intimo e profondo di ogni essere.

4.4 La condizione di Realizzazione

A seguito della conoscenza dello Spirito si può vivere nella Consapevolezza universale; tale condizione è chiamata Realizzazione.

Qualunque “via” il praticante segua, una volta pervenuto alla condizione di Realizzazione, si stabilisce nel Sé più intimo, centro di quiete che gli consente di vivere nel “qui ed ora” dell’eterno presente di una esistenza non più definita e quindi in-finita.

Centrati nella quiete interiore si trova stabilità e si vive in pace l’impermanenza di ogni situazione e le continue trasformazioni dell’esistenza. Con lucidità ci si esprime in sintonia con ciò che  si vive, utilizzando la capacità di ricostruire un nuovo equilibrio al continuo mutare delle condizioni; si cerca di praticare ciò che è bene e di evitare ciò che è male.

Sì fluisce nella corrente della vita, in naturale armonia con il corso degli eventi, insieme e in unione con coloro che sono venuti prima e con quelli che verranno dopo, diventando un cittadino dell’universo e godendo della gioia di partecipare al viaggio dell’esistenza con beatitudine consapevole.

In questa condizione il praticante non lega più la propria soddisfazione al raggiungimento di alcuna condizione particolare, non necessita più di raggiungere alcun obiettivo. Centrato nella pace dello Spirito vive le continue trasformazioni dell’esistenza con serenità. La vita è una serie di esperienze da vivere con sacralità. “Non c’è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada” (Buddha). 

Si vive una serenità con la quale si accetta con il dovuto distacco la realizzazione delle proprie aspettative o il loro fallimento, accogliendo comunque ciò che succede, pur senza rinunciare ad affrontare e cercare di risolvere i problemi che inevitabilmente si presentano di continuo nella vita.

Nella Realizzazione si vive una sensazione di appagamento indipendente dal successo sociale e materiale e dal raggiungimento di qualsiasi ulteriore obiettivo, una serenità con la quale si può godere  di ciò che è piacevole, ma anche affrontare le difficoltà, consapevoli dell’alternarsi naturale di situazioni gradite e sgradite, senza esaltarsi nei momenti favorevoli e deprimersi in quelli sfavorevoli.

In tale condizione si è soddisfatti di quello che si è e di quello che si ha, seppur si continua ad evolvere, in unione con gli altri esseri.

Certo, la ricerca di appagamento è stata spesso fraintesa come passività e disinteresse per qualsiasi miglioramento della vita, ma, nella sua più evoluta interpretazione, questa condizione, piuttosto che una acquisizione definitiva, determina una condizione dinamica e attiva di continuo rinnovamento, che non mortifica, ma anzi sottolinea la naturale tendenza umana all’attività. Nella quiete interiore ci si può infatti sviluppare con la più ampia consapevolezza e rinnovare di continuo.

Anche la condizione di Realizzazione viene raggiunta tramite percorsi che mirano a sviluppare determinate condizioni e dunque tramite obiettivi da raggiungere che si susseguono nel tempo, ma, una volta terminato il percorso, cessa la necessità di ogni ulteriore progresso.

Nella Realizzazione, dunque, il valore principale è rappresentato dalla stabilità di una condizione di equanimità (stato d’animo imperturbabile) e di tranquillità; la serenità che in questo modo si ottiene induce una soddisfazione ben più profonda dell’eccitazione prodotta da una felicità effimera o da un piacere momentaneo, destinato inevitabilmente ad alternarsi con situazioni e momenti di sofferenza.

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