Il Pratyahara è il quinto degli otto passi dell’Astanga yoga di Patanjali.
Poiché l’obiettivo dell’Astanga yoga è quello di realizzare la conoscenza interiore tramite un processo introspettivo, il praticante, purificatosi con la pratica di yama e niyama, dopo aver equilibrato, sviluppato ed imparato a controllare le energie interiori con le asana ed il pranayama, si pone immobile in posizione di raccoglimento e, praticando il Pratyahara, ritrae i sensi dagli stimoli esterni per portare completamente l’attenzione verso l’interno e conoscere le sue componenti più sottili.
La ritrazione dei sensi (pratyahara) dagli stimoli esterni e l’osservazione interiore sono dunque necessari per direzionare le successive tecniche di controllo mentale (concentrazione, meditazione e contemplazione) verso l’interno del soggetto.
Secondo la filosofia Vedantica, ogni uomo è composto da cinque kosha, cioè da “corpi” o “involucri” che, come le matrioske, sono racchiusi l’uno dentro l’altro. Essi sono: annamaya kosha (corpo fisico), pranamaya kosha (corpo pranico), manomaya kosha (corpo mentale), vijanamaya kosha (corpo dell’intelligenza o della saggezza) e anandamaya kosha (corpo della beatitudine). Questi involucri sono strettamente connessi l’uno all’altro e le loro attività e modificazioni si riverberano tra loro.
Naturalmente questo modello descrittivo dell’essere umano è solo un modo per tentare di descrivere realtà interiori sempre più profonde e sottili, da sperimentare in un percorso di conoscenza interiore, passando dagli involucri (Kosa) più grossolani ed esterni a quelli più sottili ed interni, fino alla conoscenza della parte più intima di ogni manifestazione, il Sé interiore, pura Consapevolezza.
A seguito del prolungarsi dell’osservazione interiore l’attività mentale rallenta e si aprono spazi di non pensiero e di percezioni non mentali.
Tecniche che stimolano l’introspezione sono il suono dell’OM (o AUM) e Shanmukhi Mudra.

