Yoga, filosofia e verità

L’umanità ha sempre manifestato il bisogno di una visione generale dell’universo che possa permeare tutti gli aspetti della vita, che gli consenta anche di affrontare eventi e situazioni terribili come quelle legate al dolore e alla morte, attraverso una comprensione della realtà che sia espressione di una verità incontrovertibile, espressa razionalmente e che tutti possono capire e criticare. Nell’antica Grecia, in un momento generalmente riferito ai presocratici nasce dunque la filosofia come ricerca di verità, spiegazione dei fenomeni (il Tutto ed il nulla, il principio di tutte le cose, l’essere ed il non essere…).

È però facilmente osservabile che nella storia della cultura occidentale si sono succedute, una dopo l’altra, numerose spiegazioni della realtà, mostrando quanto sia difficile mantenere un riferimento concettuale costante, una “filosofia”, che ben si adatti al mutare delle situazioni.

Ciò che l’uomo chiama realtà, in senso onnicomprensivo, ha dimostrato finora di potere offrire una quantità di significati potenzialmente infiniti, tanto più numerosi quanto più si moltiplicano le conoscenze.

Qualsiasi descrizione l’uomo voglia darne, prima o poi, risulta inadeguata; chi perviene a questa consapevolezza può ipotizzare non solo di “non sapere”, ma anche di “non poter sapere”, una volta per tutte, una verità assoluta ed immutabile, senza che questa consapevolezza implichi la rinuncia allo sviluppo di nuove conoscenze e al contributo che queste possono apportare alla soluzione dei problemi che inevitabilmente scaturiscono dall’incessante movimento della vita.

Le risposte ad ogni quesito contengono anche affermazioni tra loro del tutto contraddittorie, dovute ai differenti punti di vista, che legano ogni spiegazione ad una particolare prospettiva, ed ai livelli di esperienza e di comprensione personale, nonché alla situazione cui si riferiscono.

In conseguenza di quanto sopra è svanita l’idea della filosofia come sapere in grado di fornire l’idea di una conoscenza totale del mondo basata su fondamenti inconfutabili e persino la fiducia nella capacità di pervenire ad una verità certa, poiché l’evidenza stessa può essere considerata non come segno della verità, ma prodotta da abitudini e convenzioni sociali.

La complessità, la specializzazione e la numerosità dei saperi comportano difficoltà sempre crescenti di ridurre tutto ad un’ unica matrice. Sembra dunque terminato senza successo il tentativo di trovare una verità comprensibile e dimostrabile a tutti attraverso la ragione e tramite la ricerca di un principio comune a tutte le cose.

L’incertezza e la transitorietà di qualsiasi conoscenza, che rendono potenzialmente insicuro, nel tempo, qualsiasi paradigma, non è il solo problema che si presenta nel cercare di definire una visione generale della conoscenza. Di ostacolo a tale ricerca è anche il timore di una posizione imperialistica che potrebbe assumere una qualsiasi fonte di conoscenza, una dottrina o disciplina, parte di un tutto come le altre, nei confronti delle altre fonti di conoscenza, qualora essa gestisca una visione generale del sapere.

Pur condividendo, però, l’idea che una filosofia non possa organizzare con certezza il sapere umano, si può pur sempre esplorare l’ipotesi di adottare un modello filosofico che affronti e superi i problemi sopra esposti, un punto di vista che è parte in un tutto e che, dichiarando con chiarezza la prospettiva dalla quale si muove, possa utilmente essere usato per fornire una visione di vita aderente alle conoscenze finora raggiunte e utilmente impiegato per supportare un’ulteriore evoluzione dell’esperienza umana.

Partendo da tali presupposti, può essere assunto un modello filosofico-antropologico utile per la sua funzione strumentale, cioè, usando concetto e termini deweyani, atto «a rendere possibile il prosieguo favorevole dell’azione».

Esso dovrebbe accettare come ricchezza l’esistenza della diversità culturale e valoriale e una pari dignità degli esseri e delle conoscenze, mostrarne le logiche interne, definendone al tempo stesso, il ruolo, la funzione e i reciproci rapporti.

Un tale modello dovrebbe quindi prendere in considerazione i seguenti aspetti:

  • l’impossibilità per l’uomo, per quanto fino ad oggi conosciuto, di pervenire ad una visione della vita dimostrabile con certezza assoluta e valida da ogni punto di vista;
  • l’opportunità di un riferimento generale comune, che sia di riferimento alle attività operative;
  • l’esistenza di una molteplicità di modalità di conoscenza e la loro possibilità di estensione senza un limite prevedibile, nonché la loro appartenenza ad un unico sapere collettivo, frutto della diversità umana, ma anche patrimonio dell’unità della specie;
  • l’opportunità di sviluppare raccordi tra le conoscenze ed i saperi, che, senza annullarne le differenze, si sforzino di trovare i nessi e la reciproca utilità;
  • la disponibilità a ridefinire continuativamente i contenuti dei singoli saperi, nonché dello stesso modello di conoscenza nel suo complesso, conseguentemente alle possibili, nuove, future acquisizioni.

Relativamente a quanto sopra esposto, la filosofia dello Yoga appare di straordinaria modernità. Essa descrive infatti la vita come infinite forme di energia, infiniti esseri ciascuno con il suo punto di vista, ma, al tempo stesso la realtà di un’unica esistenza che tutti li abbraccia: tale realtà comprende qualsiasi cosa conosciuta o ancora non conosciuta, ciò che è, è stato e sarà, ma anche ciò che non è (lo Spirito).

È evidente come questa rappresentazione soddisfi due affermazioni opposte, ma nel complesso esaustive:

  • la descrizione della possibilità ontologica di ogni cosa, esistente o non esistente nello spazio tempo infinito;
  • l’impossibilità di esaurire con una descrizione una quantità infinita di fenomeni.

Collocare infine tale esistenza in uno spazio-tempo senza limiti le attribuisce inoltre un carattere dinamico, per cui è possibile dar vita a qualsiasi variazione e dunque nuova formulazione che, per la sua struttura, non dovrebbe aver problemi a contenere.

È evidente il carattere strumentale di una tale filosofia, che predispone concettualmente ad affrontare qualsiasi fenomeno si presenti, trovando in ogni situazione un comportamento tanto adatto quanto originale, che, nell’immediatezza dell’istante ma anche nella consapevolezza dell’esperienza, possa aiutare a mantenere al tempo stesso una forte centratura nella percezione di appartenenza alla vita nel suo complesso e di legame con tutto il percorso umano.




Yoga e scienza

Per effettuare un passo in avanti, è opportuno che l’essere umano sia capace di trarre giovamento da tutta l’esperienza finora realizzata e quindi anche di fondere i benefici derivanti dai progressi materiali con le esigenze dell’anima, il progresso scientifico ed i valori spirituali, il trascendente e l’immanente.

In particolare, quanto elaborato nel corso dei secoli da scienza e dottrine spirituali può essere oggetto di duplice atteggiamento, evidenziandone, cioè, le rispettive differenze o rilevandone le comunanze. Partendo dal presupposto che la realtà è una sola, pur essendovi modi diversi di percepirla e interpretarla, nel tentativo di trovare un filo comune dell’esperienza e conoscenza umana, esse possono essere considerate come differenti modalità di lettura della vita e della realtà. Mentre la ragione è il timone della scienza, il sentimento di comunanza universale che si esprime nell’anima di ogni essere attraverso l’amore, inteso in questo senso, è il faro della spiritualità e lo strumento caratteristico di una “via del cuore”.

La visione spirituale della vita non è in opposizione alle scienze, ma semplicemente un altro punto di vista con caratteristiche diverse: non separa per analizzare, ma unisce per affratellare; non è obiettiva e razionale, ma soggettiva e intuitiva; non è dimostrabile empiricamente nel suo complesso, pur potendone dimostrare specifiche affermazioni, ma, soprattutto, se ne può avere personale esperienza.

In generale, i principi spirituali hanno una loro coerenza logica e, al tempo stesso, sono compatibili con altri concetti e conoscenze; possiedono una loro regolarità, sono suscettibili di spiegazioni causali e verificabili in modo intersoggettivo, nel senso che soggetti diversi possono farne esperienza.

Non solo, quindi, non può essere considerato reale solo ciò che è numerabile, misurabile e dimostrabile oggettivamente in laboratorio, basti pensare alle emozioni e ai pensieri, ma è addirittura impressionante notare come, per molti versi, alcune affermazioni contenute in antichi testi mistici indù e cinesi somiglino a certe ipotesi della fisica dei nostri anni e, in generale, con i risultati di tanta ricerca scientifica.

Un esempio importante è dato dal fondamentale principio di unità e interdipendenza di tutte le forme di esistenza, peculiare delle visioni spirituali, oggi evidenziato dagli studi sull’ecosistema o, a livello sociale, da alcuni meccanismi della globalizzazione.

Allo stesso modo molti effetti benefici di singole tecniche o pratiche spirituali vengono ormai misurate con modalità scientifica, trovando conferma.

Conoscenza razionale e scientifica delle leggi della natura e ricerca spirituale, purtroppo spesso usati l’uno contro l’altro, sono, quindi, due campi di indagine dell’essere umano che potranno concorrere insieme al suo benessere.

Come ha affermato Osho, uno dei più noti insegnanti contemporanei di Yoga: «una persona può essere allo stesso tempo scientifica e religiosa: questo sarà l’essere umano totale (Liberi di essere – Il libro della comprensione).

APPROFONDIMENTI

Le tante facce della conoscenza




Spiritualità e religioni

La spiritualità, originata dalle conoscenze mistiche, ha talora generato dottrine o religioni che a questi mistici si sono ispirate e che hanno istituzionalizzato e tramandato il loro messaggio, ponendoli a fondatori e profeti. Nella storia orientale dunque, nonostante le loro evidenti differenze, Induismo, Buddismo, Taoismo e Zen basano la loro natura più intima su di una proclamata universalità, che altro non è se non affermazione di appartenenza alla totalità.

Questo discorso, che non è qui possibile affrontare per la sua vastità, potrebbe allargarsi ad altre dottrine quali l’Islamismo, il Cristianesimo e l’Ebraismo.

Alcuni dei fenomeni elencati in precedenza, tutti caratterizzati dalla universalità di visione, evidenziata anche dall’etimologia del termine (religo = lego insieme), hanno “personalizzato” questa dimensione sovraumana chiamandola Dio, Allah, Krishna, ecc…, nomi e forme che esprimono l’affiliazione a una o più divinità, simboli che consentono una più facile comprensione di un’inesprimibile trascendenza, che consiste nella ricerca di realizzazione di una dimensione sovra-umana.

Lo Yoga, nelle interpretazioni più illuminate, ha spesso cercato e trovato punti di contatto con le altre credenze spirituali; per quanto riguarda in particolare il cristianesimo molte sono stati i tentativi di gemellaggio dottrinale tentati da illustri maestri indiani (un esempio il libro Il Vangelo di Gesù secondo Paramhansa Yogananda) o le interazioni pratiche, come l’uso della non violenza ghandiana nell’ambito dell’impronta cristiana espressa dal movimento per i diritti civili di Martin Luther King.

Se quella prima ipotizzata è l’essenza originaria delle religioni, il loro ruolo e la funzione storica esercitata è fonte di discussione e di grandi controversie. Su di esse è arduo esprimere un giudizio unitario, nonché valutare le diversità espresse all’interno di atteggiamenti e comportamenti istituzionali e tra questi e quelli dei singoli esponenti e aderenti.

Più corretto appare invece interrogarsi sulla rispondenza di ciò che le religioni hanno predicato e praticato fino ad oggi ai principi “spirituali” che le hanno ispirate.

In particolare sembra importante il riferimento a due aspetti fondamentali: il primo è quello del “senso di unione”, principio spirituale fondamentale che viene sviluppato tra gli uomini e tra questi e la natura e dei valori conseguenti; il secondo riguarda la crescita degli individui verso la partecipazione al Tutto, il loro cammino di “Realizzazione”, il loro “procedere verso Dio”: tutti i sistemi elaborati dai mistici prevedono infatti specifici percorsi di realizzazione, potenzialmente accessibili a tutti.

Rispetto al primo punto, non si può credere che le guerre scatenate in nome di Dio, le persecuzioni e le discriminazioni di ogni tipo, qualsiasi tipo di settarismo, rifiuto, fuga e alienazione dal contesto generale siano compatibili con una pratica di integrazione universale e ricerca del senso comune dell’esistenza; è dunque importante vedere come ogni teoria e pratica di conflitto e persino divisione siano in evidente contrasto con una basilare spiritualità.

Atteggiamento di sostanziale spiritualità è innanzi tutto quello di rispettare ed accettare gli altri, comprendere le altrui ragioni senza farsi influenzare dai pregiudizi e sapendo anche mettere da parte le proprie convinzioni per ascoltarli: tutte le opinioni hanno ragione di essere, tutti gli uomini hanno pari dignità di esistenza; manifestare le proprie idee è solo uno scambio di esperienza e non enunciazione di verità.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, perplessità altrettanto forti si possono avere sulle istituzioni o sui gruppi che, invece di aver cura della crescita ed evoluzione degli individui, organizzano sistemi di potere basati su ferree gerarchie autoritarie, i cui vertici sono i soli detentori della “verità”. Questi sistemi, attraverso un insegnamento talora dogmatico e legato alla trasmissione di tradizioni, piuttosto che facendo leva sul vissuto personale, troppo spesso vengono usati da alcuni uomini per manipolare e soggiogare altri esseri e costruire meccanismi di dipendenza e potere, piuttosto che strumenti di emancipazione, liberazione e fratellanza.

Siffatti atteggiamenti e comportamenti, laddove riscontrabili, sembrano assolutamente contraddire gli insegnamenti originari basati sulla pari importanza e dignità degli individui.

Resta inteso che tali critiche all’uso strumentale delle religioni non intendono misconoscere i meriti di tanti uomini di buona volontà, che, in modo diverso, aderiscono a queste fedi e dedicano le loro energie ad attività utili per il bene comune e perfettamente rispondenti ai criteri spirituali prima enunciati.

APPROFONDIMENTI

La conoscenza spirituale




Le tante facce della conoscenza

Da sempre l’uomo ha cercato di comprendere la realtà circostante e quella interiore, per poter adottare i comportamenti più vantaggiosi per la sua esistenza.

La sistematizzazione delle esperienze ha dato vita a numerose interpretazioni e rappresentazioni concettuali della realtà di tipo diverso, quali, ad esempio, il mito, la religione, la filosofia e la scienza.

La realtà, però, ha dimostrato finora di potere offrire una quantità di significati potenzialmente infiniti, tanto più numerosi quanto più si moltiplicano le conoscenze e di sapere sfuggire alla possibilità di una comprensione e definizione definitiva; qualsiasi descrizione l’uomo voglia darne, prima o poi, risulta inadeguata ad affrontarne tutti gli aspetti.

Tra le conoscenze tramandate e conosciute, non solo nessuna è riuscita finora a costituirsi come unico, certo riferimento in grado di descrivere la verità della vita nella sua interezza, ma si dubita persino che ciò sia possibile.

L’idea stessa di verità e di realtà sono ormai sottoposte a forti critiche; a supporto di tali posizioni basti pensare che la conoscenza umana è sottoposta ai limiti dei sensi che recepiscono gli stimoli sensoriali, a quelli del  cervello che li elaborano, nonché ai filtri operati dalla selezione culturale e sociale.

Chi perviene a questa consapevolezza può ipotizzare dunque non solo di “non sapere”, ma anche di “non poter sapere”, non poter conoscere, una volta per tutte, una verità assoluta, valida sempre e per tutto.

Dubbi di questo tipo, già presenti nella storia del pensiero antico anche occidentale, a cominciare dai sofisti e da Socrate, trovano in tempi recenti espressione e conforto nelle teorie di numerosi pensatori.

Secondo lo psicologo statunitense J. Bruner vanno considerate sia la limitazione inerente alla stessa natura del funzionamento della mente, sia il fatto che la cultura plasma la mente e cioè ci fornisce l’insieme di strumenti con i quali costruiamo la nostra concezione del mondo, di noi stessi e delle nostre capacità.

Goodman, filosofo americano, ha sostenuto che qualsiasi cosa entri nel nostro campo di esperienza è già organizzata all’interno di un determinato “schema concettuale” e che, di conseguenza, non si può cogliere un mondo reale in sé; inoltre, essendoci tanti modi di costruire la realtà, si danno una pluralità di realtà tante quante sono le nostre versioni.

La scienza contemporanea è arrivata a criticare le nozioni di oggetto, spazio e tempo; le neuroscienze identificano il cervello come creatore di ciò che il senso comune continua a chiamare realtà. Secondo lo storico della scienza E. Bellone c’è qualcosa fuori dall’uomo, ma la sua struttura è frutto della costruzione di reti neuronali.

Per G. Bateson, antropologo, sociologo e psicologo britannico, la descrizione dei fenomeni non corrisponde ai fenomeni stessi (la mappa non è il territorio) ed esistono versioni molteplici del mondo.

Per il filosofo francese C. Castoriadis non esistono luoghi o punti di vista esterni alla storia e alla società, ogni forma del pensiero è creazione di immagini a partire dalle quali si può parlare di qualcosa. La società fornisce all’individuo il suo senso di essere, istituisce il mondo di significati.

Tali acquisizioni non sono ancora diffuse nella mentalità comune e gli uomini continuano inevitabilmente ad essere guidati dalle conoscenze finora acquisite; non solo religiosi, filosofi e scienziati, ma ogni individuo, a suo modo, più o meno consapevolmente, adotta una sua visione, una “filosofia di vita” che tende a dirigerne l’azione quotidiana dando un senso alla sua esistenza, tramite opzioni operative, attività, che derivano dall’ordine assegnato ai valori conseguenti al modo di “vedere” la vita.

L’esperienza della realtà ha comunque bisogno di essere organizzata per mezzo di simboli concettuali e verbali che la possano rappresentare, far ricordare e comunicare.

Le persone quindi costruiscono collettivamente concetti che rendono oggettiva, cioè condivisibile tra comunità di individui, la loro comprensione delle cose (oggetti, animali e uomini). Questi concetti culturali mettono in grado le persone di comunicare in merito alle cose stesse e alla vita.

“I concetti culturali inoltre organizzano il modo in cui le persone percepiscono, immaginano, pensano, ricordano e le sensazioni che hanno delle cose. In altri termini, i concetti costruiti collettivamente compongono la cultura, e i simboli culturali organizzano i fenomeni psicologici” (Ratner C., Cultural psychology and qualitative methodology, New York and London, Plenum Press, 1997, p. 26).

Anche se un unico sistema non può organizzare con certezza il sapere, si può pur sempre esplorare l’ipotesi di adottare più modelli che,  dichiarando i presupposti dai quale muovono e il loro perimetro di competenza, possano essere usati, a seconda delle esigenze,  per «rendere possibile il prosieguo favorevole dell’azione», come diceva il filosofo e pedagogista Dewey.

Sembra necessario e auspicabile, per una ulteriore evoluzione, che i diversi tipi di conoscenza possano integrarsi utilmente, seppure la frammentazione e molteplicità delle discipline, la vastità dei contenuti e la specializzazione dei linguaggi dei singoli saperi rendono, oggi, faticose le ricerche di reciproci legami.

Una tale integrazione può e deve accompagnare gli uomini nel superare le difficoltà e avanzare verso un mondo in cui questi realizzino una consapevolezza sempre più piena di una dimensione collettiva dell’umanità e della natura, ove le varie conoscenze possono utilmente supportare il progredire umano, così come ipotizzato da W. Heisenberg (citato in Capra F., Il tao della fisica, Milano, Adelphi, 1982, p. 9): “… è probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti di interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a una effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguirne nuovi e interessanti sviluppi.”

Per andare in questa direzione, ed evitare le incomprensioni di una moderna Babele, è dunque importante capire presupposti, campo di applicazione, principi e valori di ogni conoscenza e analizzare le sue possibili interazione con le altre.

In questa dimensione globale va realizzato quanto la conoscenza non ha confini né paternità: è patrimonio dell’umanità intera. A chiunque lo desideri la vita mette a disposizione un’unica lezione, scritta con parole di differenti alfabeti sui diversi capitoli dello stesso libro.

Di questo patrimonio esperienziale e culturale del percorso umano fa parte lo Yoga, che si caratterizza, da secoli come strumento di benessere.

Sarà importante dunque delineare i rapporti di questa disciplina con altri saperi, per definirne i limiti di applicazione nonché la sua possibile funzione in un percorso di sviluppo sociale.

APPROFONDIMENTI

La torre di Babele

La conoscenza spirituale

Lo Yoga

Lo Yoga per l’evoluzione sociale




La conoscenza spirituale

In tempi e luoghi differenti del pianeta diversi uomini hanno sostenuto di avere sperimentato particolari esperienze trascendenti, così dette in quanto la caratteristica che le accomuna è il vissuto di una dimensione che va oltre l’individualità e comporta stati di coscienza e conoscenza superindividuali.

Ognuno di questi uomini ha cercato a suo modo di comunicare la sua esperienza ed ha divulgato propri insegnamenti delineando un percorso, seguendo il quale altri uomini avrebbero potuto, essi stessi, sperimentarla in prima persona.

Tali esperienze, che potremmo chiamare ‘mistiche’ (mystikos = segreto), poiché intente a penetrare il mistero della vita, non sono semplici da decifrare né da accostare tra loro per varie ragioni.

Innanzitutto i messaggi elaborati dai mistici sono spesso diversi nei contenuti e nelle modalità espressive; essi formulano teorie e dottrine che trovano significato e coerenza all’interno del sistema in cui sono strutturate.

Un aspetto ancora più problematico è insito nella natura della conoscenza che propongono, che esige l’esperienza diretta, piuttosto che l’approccio logico e razionale.

Infine la diversità dei messaggi deriva anche dalle differenti personalità di coloro che li hanno originati, nonché dalle differenze ambientali e culturali dei loro ascoltatori.

Nonostante ciò, è però possibile individuare una fondamentale caratteristica comune a questi tipi di conoscenza, non certo esclusivi del mondo induista e dello Yoga: il superamento della visione individuale della realtà e la percezione di una dimensione totale, unitaria, cui si può accostare il termine di “spiritualità”, inteso quale comune sostrato che unisce ed affratella l’esistente senza limiti di spazio e di tempo.

Questa spiritualità, che esprime un bisogno di totalità è parte importante della storia umana non meno del suo intendersi come individualità singole e irripetibili.

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Le tante facce della conoscenza

Spiritualità e religioni




La torre di Babele

Nella Bibbia (Genesi XI 1-9) viene descritta la costruzione della Torre di Babele, un edificio con cui gli uomini, che fino a quel momento avevano condiviso il medesimo linguaggio, provarono a ergersi verso il cielo e raggiungere Dio.

Questi però li separò introducendo linguaggi tra loro diversi, provocando incomprensione e confusione, nonché la loro dispersione per il mondo.

Il termine Babele dunque, in senso figurato, rappresenta la confusione e viene utilizzato non a caso anche nel linguaggio comune con questa accezione.

Questa narrazione, per alcuni aspetti, ricorda l’attuale situazione delle culture umane e delle singole specificità, che, essendosi sviluppate a dismisura,  spesso evidenziano difficoltà di comprensione reciproca.

È oggi necessario, nell’attuale società globalizzata, comprendere i legami tra i diversi saperi e trovare un filo comune che possa aiutare la loro interazione per agevolare il cammino di tutta l’umanità.

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