Con la teoria dei Klesa (miserie) Patanjali individua ciò che produce il disagio, la sofferenza e le miserie della vita: è l’ignoranza (avidya) che consiste in una falsa visione della Realtà per cui si pensa di essere individui separati dal resto dell’esistente. Dal percepirsi come individui (l’io sono, l’egoità e dunque la dualità: io-altro da me) derivano attrazioni e repulsioni personali (ciò che piace e ciò che non piace) e il forte attaccamento alla vita.
L’individuo, dunque, cerca di raggiungere e ripetere ciò che gli procura piacere e rifuggire da ciò che non gli piace. Ciò può indurre ad azioni forzate e inadeguate, non consentendo di sviluppare i comportamenti più appropriati alle varie situazioni.
Alla percezione di una esistenza individuale è ovviamente connaturato anche il forte attaccamento alla vita e la paura che questa abbia termine, che porta anch’essa a adottare atteggiamenti innaturali, impedendo il fluire degli eventi ed il loro naturale svolgimento.
Per chi ha sviluppato la capacità di discriminazione (distinzione tra ciò che è corretto e ciò che non lo è, ciò che è vero e ciò che non lo è), tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, alimentano in realtà il ciclico ripetersi della sofferenza.
Infatti gli eventi della vita cambiano di continuo sconvolgendo ogni equilibrio faticosamente raggiunto. Ciò provoca un sistematico scostamento tra il riferimento a una visione stabile della realtà e il suo continuo cambiamento e rende impossibile trovare quiete.
Sorgono così costantemente conflitti che causano sofferenza per l’ inevitabile disarmonia tra le conoscenze, le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.
In conclusione, secondo la teoria dei Klesa, tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, sono in realtà penose per chi abbia sviluppato la facoltà di discriminazione; solo la nostra illusione di essere individui separati dalla vita, frutto dell’ignoranza, ci fa desiderare esperienze che comunque finiranno, provocando il riproporsi ciclico della sofferenza.
É necessario porre termine a questa dinamica (praticando il metodo dell’Astanga yoga) che provoca il ripetersi ciclico della sofferenza.
I sutra
II.3 La mancanza di consapevolezza della Realtà (ignoranza = avidya), il senso dell’egoismo (o senso dell’‘io sono’), le attrazioni e le repulsioni verso gli oggetti, ed il forte attaccamento alla vita sono le grandi afflizioni o cause di tutte le miserie nella vita.
I Klesa derivano gli uni dagli altri. Alla loro base c’è l’ignoranza (avidya) da cui deriva il senso dell’io sono, l’egoità, l’attrazione verso ciò che piace e la repulsione verso ciò che non piace e il forte attaccamento alla vita.
II.4 Fonte di quelle che vengono menzionate dopo, siano esse la condizione dormiente, attenuata, alternante o espansa, è l’avidya.
II.5 L’avidya è il prendere il non-eterno, l’impuro, il male e il non-atman per eterno, puro, buono e atman rispettivamente.
L’ignoranza, fonte di tutte le afflizioni, consiste nel confondere ciò che è mutevole e limitato nello spazio e nel tempo con ciò che è senza tempo, eterno (l’Atman, il Sé, la Coscienza, la Consapevolezza).
II.6 L’asmita è l’identità o il fondersi insieme, per così dire, del potere della coscienza (purusa) col potere della cognizione (buddhi).
L’ignoranza, infatti, porta a identificare la capacità di Consapevolezza, pura essenza universale e parte intima di ogni essere, con l’oggetto della Consapevolezza e della conoscenza, colui che conosce con ciò che è conosciuto. La Consapevolezza così viavia siidentifica con il corpo e con i pensieri; da ciò nasce la credenza illusoria di un io individuale, il senso dell’io sono.
II.7 Quella attrazione, che accompagna il piacere, è il raga.
II.8 Quella repulsione, che accompagna il dolore, è il dvesa.
Il desiderio dell’individuo di ripetere solo esperienze piacevoli e di evitare quelle spiacevoli, provoca azioni e comportamenti inadeguati alle varie situazioni.
II.9 L’abhinivesa è il forte desiderio di vivere, radicato nella propria stessa energia, che domina anche il dotto (o il saggio).
L’ attaccamento alla vita (e la paura della morte) costituiscono anch’essi fonte di sofferenza.
II.10 Queste (forme dei klesa), quelle sottili, possono ridursi risolvendole nella loro origine.
I Klesa vanno visti come conseguenti l’uno all’altro e risolti riportando ciascuno alla propria causa.
II.11 Le loro modificazioni attive possono venir soppresse dalla meditazione.
La meditazione può disattivare questo circolo vizioso poiché elimina la percezione di un io separato.
II.15 Per chi abbia sviluppato la discriminazione tutto è miseria, in ragione dei dolori che nascono dal mutamento, dall’angoscia e dalle tendenze, nonché in ragione dei conflitti tra il funzionamento dei guna e delle vrtti (della mente).
Quando si rendono evidenti i meccanismi della vita si vede come i cambiamenti continui dell’esistenza portino conflitti (e sofferenza) tra le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.
La continua trasformazione della natura manifesta (Prakriti) è provocata dall’attività di tre tendenze fondamentali:i Guna (Sattva, Rajas e Tamas). Essi sono tre qualità o modalità, sempre operanti in ogni manifestazione e mai in equilibrio perfetto, ma l’una o l’altra sempre è predominante. Sattva è la qualità spirituale, leggera e luminosa; Rajas è l’impulso, il movimento e il desiderio che si esprime attraverso l’attività; Tamas è l’inerzia e l’immobilità.
II.16 La miseria non ancora venuta, può e deve evitarsi
È possibile, anzi doveroso, eliminare la sofferenza futura.