Le otto parti dell’Astanga Yoga

Le otto parti dello Yogasutra di Patanjali, tra loro complementari, sono:

1) e 2) yama (astinenze) e niyama (osservanze), prescrizioni di tipo morale, che servono a stimolare comportamenti e atteggiamenti favorevoli per il prosieguo del percorso e la pratica degli stadi superiori. Yama comprende: astenersi dalla violenza, dalla falsità, dal furto, dall’incontinenza dalle passioni e dall’avidità; Niyama osservare purezza, appagamento, austerità, studio di se, e abbandono alla divinità (Isvara);

3) asana (posizioni) idonee per praticare la meditazione;

4) pranayama (controllo dell’energia attraverso il respiro) per migliorare i flussi del corpo energetico, stimolare il rilassamento, il controllo emotivo e mentale e la concentrazione interiore. Con la padronanza del respiro si possono praticare utilmente gli ultimi tre stadi dell’Astanga yoga;

5) pratyahara (ritrazione sensoriale), fase nella quale il praticante ritrae i sensi dagli stimoli esterni e dirige la sua attenzione verso il suo interno, per conoscere le parti più profonde;

6), 7) e 8) dharana (concentrazione), dhyana (meditazione) e samadhi (contemplazione o estasi). Sono fasi del processo di controllo mentale con il quale il praticante, dopo aver quietato le attività mentali coscienti, si orienta a osservare le componenti più intime tramite la conoscenza intuitiva (buddhi) che scaturisce dall’attività meditativa.

Delle otto parti menzionate, le prime tre costituiscono le ricerche esteriori, pranayama e pratyahara le ricerche interiori, i tre stadi del samyama sono gli strumenti della ricerca dell’anima: il praticante guarda interiormente alla ricerca dell’Io più intimo, del Sé di ogni essere.

La ricerca dell’Astanga yoga si realizza non come un percorso lineare che consiste nel compiere in successione gli otto passi, ma come una loro pratica ciclica e continuativa, fino alla liberazione finale (Kaivalya).




MAAS

(Mindful  Attention Awareness Scale)

Istruzioni: Sotto vi è una raccolta di affermazioni sull’esperienza quotidiana.  Utilizzando la scala 1-6 si prega di indicare quanto frequentemente o raramente si verificano tali affermazioni.  Si prega di rispondere in base a ciò che rappresenta la propria reale esperienza anziché quello che si  pensi debba essere.  Si prega di considerare ogni elemento a sé.

La misurazione richiede circa 10 minuti di tempo per completarla.

1 = Quasi sempre ; 2 = Molto spesso; 3 = Frequente ; 4 = A volte; 5 = Raramente; 6= Quasi mai

1)Mi capita di avere qualche emozione e di esserne consapevole solo dopo averla provata.
2)Rompo o dimentico le cose per mancanza di attenzione, distrazione o pensando a qualcos’altro.
3)Trovo difficile restare concentrato su quello che accade nel qui ed ora.
4)Tendo a camminare velocemente per arrivare alla meta senza prestare attenzione lungo la strada.
5)Non avverto le sensazioni di tensione fisica o di fastidio finché queste non attirano necessariamente la mia attenzione
6)Dimentico il nome di una persona quasi subito dopo averlo sentito.
7)Mi sembra di agire “automaticamente” senza molta consapevolezza di ciò che sto facendo.
8)Eseguo di corsa tutte le attività quotidiane senza prestare attenzione.
9)Sono talmente concentrato sull’obiettivo che voglio raggiungere che perdo il contatto con quello che sto facendo al momento per arrivarci.
10)Mi ritrovo ad ascoltare qualcuno con un orecchio facendo un’altra cosa contemporaneamente.
11)Guido con il pilota automatico e poi mi chiedo come mai sono andato in quel luogo.
12)Mi preoccupo del passato e del futuro.
13)Mi ritrovo a fare delle cose senza consapevolezza.
14)Faccio uno snack e non mi rendo conto che sto mangiando.
15)Svolgo il mio lavoro o i miei compiti automaticamente senza essere consapevole di cosa stia  davvero facendo

Calcolo e interpretazione per l’autovalutazione: Per misurare la scala, occorre semplicemente calcolare la media dei 15 items. I punteggi più alti riflettono più alti livelli di disposizione alla Mindfulness.

Misurazione:La MAAS è una scala di 15 items progettata per valutare una caratteristica fondamentale della disposizione alla Mindfulness, ovvero la consapevolezza aperta o ricettiva nel portare l’attenzione su ciò che sta avvenendo nel qui ed ora.  La scala mostra solide proprietà psicometriche ed è stata avvalorata da campioni dall’università, dalla comunità e da pazienti oncologici. 

La validità quasi-sperimentale e gli studi di laboratorio hanno dimostrato che la MAAS rileva una qualità unica della coscienza che è associata ed è predittiva di una serie di costrutti di auto-regolazione e di benessere. 

Riferimenti: Brown, K.W. & Ryan, R.M. (2003). The benefits of being present: Mindfulness and its role in psychological well-being. Journal of Personality and Social Psychology, 84, 822-848




I KLESA

Con la teoria dei Klesa (miserie) Patanjali individua ciò che produce il disagio, la sofferenza e le miserie della vita: è l’ignoranza (avidya) che consiste in una falsa visione della Realtà per cui si pensa di essere individui separati dal resto dell’esistente. Dal percepirsi come individui (l’io sono, l’egoità e dunque la dualità: io-altro da me) derivano attrazioni e repulsioni personali (ciò che piace e ciò che non piace) e il forte attaccamento alla vita.

L’individuo, dunque, cerca di raggiungere e ripetere ciò che gli procura piacere e rifuggire da ciò che non gli piace. Ciò può indurre ad azioni forzate e inadeguate, non consentendo di sviluppare i comportamenti più appropriati alle varie situazioni.

Alla percezione di una esistenza individuale è ovviamente connaturato anche il forte attaccamento alla vita e la paura che questa abbia termine, che porta anch’essa a adottare atteggiamenti innaturali, impedendo il fluire degli eventi ed il loro  naturale svolgimento.

Per chi ha sviluppato la capacità di discriminazione (distinzione tra ciò che è corretto e ciò che non lo è, ciò che è vero e ciò che non lo è), tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, alimentano in realtà il ciclico ripetersi della sofferenza.

Infatti gli eventi della vita cambiano di continuo sconvolgendo ogni equilibrio faticosamente raggiunto. Ciò provoca un sistematico scostamento tra il riferimento a una visione stabile della realtà e il suo continuo cambiamento e rende  impossibile trovare quiete.

Sorgono così costantemente conflitti che causano sofferenza per l’ inevitabile disarmonia tra le conoscenze, le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.

In conclusione, secondo la teoria dei Klesa, tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, sono in realtà penose per chi abbia sviluppato la facoltà di discriminazione; solo la nostra illusione di essere individui separati dalla vita, frutto dell’ignoranza, ci fa desiderare esperienze che comunque finiranno, provocando il riproporsi ciclico della sofferenza.

É necessario porre termine a questa dinamica (praticando il metodo dell’Astanga yoga) che provoca il ripetersi ciclico della sofferenza.

I sutra

II.3 La mancanza di consapevolezza della Realtà (ignoranza = avidya), il senso dell’egoismo (o senso dell’‘io sono’), le attrazioni e le repulsioni verso gli oggetti, ed il forte attaccamento alla vita sono le grandi afflizioni o cause di tutte le miserie nella vita.

I Klesa derivano gli uni dagli altri. Alla loro base c’è l’ignoranza (avidya) da cui deriva il senso dell’io sono, l’egoità, l’attrazione verso ciò che piace e la repulsione verso ciò che non piace e il forte attaccamento alla vita.

II.4 Fonte di quelle che vengono menzionate dopo, siano esse la condizione dormiente, attenuata, alternante o espansa, è l’avidya.

II.5 L’avidya è il prendere il non-eterno, l’impuro, il male e il non-atman per eterno, puro, buono e atman rispettivamente.

L’ignoranza, fonte di tutte le afflizioni, consiste nel confondere ciò che è mutevole e limitato nello spazio e nel tempo con ciò che  è senza tempo, eterno (l’Atman, il Sé, la Coscienza, la Consapevolezza).

II.6 L’asmita è l’identità o il fondersi insieme, per così dire, del potere della coscienza (purusa) col potere della cognizione (buddhi).

L’ignoranza, infatti, porta a identificare la capacità di Consapevolezza, pura essenza universale e parte intima di ogni essere, con l’oggetto della Consapevolezza e della conoscenza, colui che conosce con ciò che è conosciuto. La Consapevolezza così viavia siidentifica con il corpo e con i pensieri; da ciò nasce la credenza illusoria di un io individuale,  il senso dell’io sono.

II.7 Quella attrazione, che accompagna il piacere, è il raga.

II.8 Quella repulsione, che accompagna il dolore, è il dvesa.

Il desiderio dell’individuo di ripetere solo esperienze piacevoli e di evitare quelle spiacevoli, provoca azioni e comportamenti inadeguati alle varie situazioni.

II.9 L’abhinivesa è il forte desiderio di vivere, radicato nella propria stessa energia, che domina anche il dotto (o il saggio).

L’ attaccamento alla vita (e la paura della morte) costituiscono anch’essi fonte di sofferenza.

II.10 Queste (forme dei klesa), quelle sottili, possono ridursi risolvendole nella loro origine.

I Klesa vanno visti come conseguenti l’uno all’altro e risolti riportando ciascuno alla propria causa.

II.11 Le loro modificazioni attive possono venir soppresse dalla meditazione.

La meditazione può disattivare questo circolo vizioso poiché elimina la percezione di un io separato.

II.15 Per chi abbia sviluppato la discriminazione tutto è miseria, in ragione dei dolori che nascono dal mutamento, dall’angoscia e dalle tendenze, nonché in ragione dei conflitti tra il funzionamento dei guna e delle vrtti (della mente).

Quando si rendono evidenti i meccanismi della vita si vede come i cambiamenti continui dell’esistenza portino conflitti (e sofferenza) tra le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.

La continua trasformazione della natura manifesta (Prakriti) è provocata dall’attività di tre tendenze fondamentali:i Guna (Sattva, Rajas e Tamas). Essi sono tre qualità o modalità, sempre operanti in ogni manifestazione e mai in equilibrio perfetto, ma l’una o l’altra sempre è predominante. Sattva è la qualità spirituale, leggera e luminosa; Rajas è l’impulso, il movimento e il desiderio che si esprime attraverso l’attività; Tamas è l’inerzia e l’immobilità.

II.16 La miseria non ancora venuta, può e deve evitarsi

È possibile, anzi doveroso, eliminare la sofferenza futura.




Purusha e prakriti

Lo Yogasutra condivide la visione filosofica di un altro darshana, il Samkhya, secondo il quale l’esistenza è costituita da Purusha e Prakriti. Purusha è il principio spirituale, eterno, cosciente e immutabile, onnipresente e dunque insito anche nell’uomo, Prakriti è la natura in tutte le sue differenti forme (materiali e immateriali).

La sofferenza umana è causata alla identificazione tra purusha, l’unità di coscienza universale che è in ognuno ed è il vero soggetto (il Veggente) di ogni percezione e conoscenza, con le manifestazioni dell’esistenza (prakrti).

La natura del Veggente (purusha) resta ordinariamente ignota poiché è colorata da ciò che viene conosciuto (prakrti) e si identifica con esso.

Prakriti è ciò che viene percepito attraverso i sensi ed è generato dall’azione dei tre guna (Sattva, Rajas e Tamas). Essi sono tre qualità o modalità, sempre operanti in ogni manifestazione e mai in equilibrio perfetto, ma l’una o l’altra sempre predominante. Sattva è la qualità spirituale, leggera e luminosa; Rajas è l’impulso, il movimento e il desiderio che si esprime attraverso l’attività; Tamas è l’inerzia e l’immobilità.

Esiste perché l’uomo faccia esperienza della vita fino a raggiungere la liberazione (dai cicli che producono afflizione e sofferenza).

Purusa e prakrti sono stati posti a contatto attraverso un velo di illusione (maya) determinato dall’ignoranza (avidya), che consiste nella percezione di una individualità distinta,  in un processo che ha la finalità dell’evoluzione della vita.

Si può distruggere il velo dell’avidya mediante la capacità di discriminazione della verità (viveka), praticando un percorso che conduce a una crescente consapevolezza della propria natura più intima e reale da parte del praticante.

L’ignoranza si elimina liberando il Veggente (conoscente) tramite un processo di separazione tra  purusa e prakrti. L’obiettivo ultimo dell’Astanga yoga è quello di arrivare, attraverso un cammino introspettivo, alla conoscenza di Purusha, il Sè più intimo di ogni essere, per Patanjali pura Consapevolezza, e di vivere centrati in essa.

Eliminata l’ignoranza e conosciuto il purusha (Veggente) come pura Consapevolezza, è necessario continuare a dimorare in tale Realtà, evitando il ritorno nel precedente stato di coscienza.

I sutra di riferimento nel testo Yogasutra

II.17 La causa di ciò che va evitato è l’unione tra il veggente e il visibile (purusa e prakrti)

La condizione di ignoranza è causata dalla identificazione tra purusha, l’unità di coscienza universale che è in ognuno ed è il vero soggetto (il Veggente) di ogni percezione e conoscenza, con le manifestazioni dell’esistenza (prakrti).

L’obiettivo ultimo dell’Astanga yoga è quello di arrivare, attraverso un cammino introspettivo, alla conoscenza di Purusha, il Sè più intimo di ogni essere, fino alla percezione dello stato di pura Consapevolezza.

II.18 Il visibile (lato oggettivo della manifestazione) consiste negli elementi e negli organi di senso, ha la natura della cognizione, dell’attività e della stabilità (sattva, rajas e tamas) ed ha come fine (quello di offrire al purusa) l’esperienza e la liberazione.

Prakriti è ciò che viene percepito attraverso i sensi ed è generato dall’azione dei tre guna. Ha come finalità di offrire l’esperienza della vita fino al raggiungimento della liberazione (dai cicli che producono afflizione e sofferenza).

II.20 Il veggente è pura coscienza, ma sebbene puro, sembra tuttavia vedere attraverso la mente.

La natura del conoscente, pura coscienza, resta ordinariamente ignota poiché è colorata da ciò che viene conosciuto e si identifica con esso. Ciò avviene per mezzo della percezione sensoriale e della successiva creazione mentale.

II.21 L’essere stesso del visibile è in funzione di lui (vale a dire la prakrti esiste soltanto per lui).

Ciò che viene percepito, come  creazione dei guna, esiste in relazione alla possibilità di essere conosciuto dal purusha (Consapevolezza).

II.22 Sebbene esso divenga non-esistente per colui il cui fine sia stato raggiunto, esso continua ad esistere per gli altri, in quanto è comune agli altri (oltre a lui).

Al termine del processo di liberazione e di disidentificazione di purusha da prakriti non esiste più una realtà distinta in forme particolari; mentre per chi è preda dell’illusione e non ha raggiunto tale condizione essa continua ad esistere.

II.23 Scopo dell’unione tra il purusa e la prakrti è che il purusa ottenga consapevolezza della propria vera natura e lo sviluppo dei poteri inerenti a lui stesso ed alla prakrti.

Il purusa e la prakrti sono stati posti a contatto attraverso un velo di illusione (maya) determinato dall’avidya, in un processo che ha la finalità dell’evoluzione della vita. E’ lila, il gioco cosmico.

II.24 Sua causa è la mancanza di consapevolezza della propria natura reale

Si può distruggere il velo dell’avidya, cioè la percezione di una individualità distinta,  mediante la capacità di discriminazione della verità (viveka), che conduce a una crescente consapevolezza della propria natura più intima e reale, da parte del purusa.

II.25 La dissociazione tra purusa e prakrti, prodotta dalla dispersione dell’avidya, è il rimedio reale, ed è la liberazione del veggente.

L’ignoranza si elimina liberando il veggente (conoscente) tramite un processo di separazione tra  purusa e prakrti.

II.26 L’esercizio ininterrotto della consapevolezza del Reale è il mezzo per la dispersione (dell’avidya). È necessario praticare tale Realtà senza ritornare nello stato di coscienza di ignoranza (avidya).




Lo Yoga preliminare

In aggiunta al percorso degli otto passi che costituiscono l’Astanga yoga, Patanjali fornisce altre due indicazioni:

  • la necessità di una azione preventiva per rischiarare la mente rimuovendo gli ostacoli che la distraggono
  • la pratica del Krya yoga.

I sutra

RISCHIARARE LA MENTE

Per rischiarare la mente Patanjali indica sia alcuni atteggiamenti sia una serie di tecniche quali quelle legate al respiro, all’attivazione dei sensi superiori, alla pratica di stati di coscienza sereni o luminosi, all’aiuto che si ricava fissandosi su coloro che sono liberi dall’attaccamento, all’acquisizione di conoscenza derivante dai sogni o dal sonno senza sogni e dalla meditazione, che può essere esercitata su qualsiasi cosa.

I.30 Malattia, apatia, dubbio, negligenza, , inclinazioni mondane, illusione, non-attingimento di uno stadio, instabilità, questi (nove elementi) determinano la distrazione della mente e costituiscono gli ostacoli.

La mente viene distratta da una situazione di sofferenza del corpo (malattia), dall’incapacità prolungata o abituale di partecipazione o di interesse (apatia), dalla incredulità sulla validità del percorso e degli insegnamenti (dubbio), dal trascurare le indicazioni della disciplina (negligenza), dalla tendenza all’inerzia e alla pigrizia(indolenza), dal trascurare la ricerca interiore per perseguire interessi del mondo esterno materiale, dal crearsi aspettative non realistiche piuttosto che attenersi ai fatti (illusioni), dal non rafforzare adeguatamente uno stadio del processo(non-attingimento di uno stadio), dal non sapere permanere a sufficienza in una condizione per volubilità (instabilità).

I.31 Dolore (mentale), disperazione, nervosismo e respiro difficile sono i sintomi di una condizione distratta della mente.

Una condizione di distrazione della mente viene evidenziata dai sintomi quali il dolore mentale, la disperazione, il nervosismo e la difficoltà di respiro.

I.33 La mente si rischiara coltivando gli atteggiamenti dell’amicizia, della compassione, della lietezza e dell’indifferenza rispettivamente nei riguardi della felicità, della miseria, della virtù e del vizio.

La mente si può rischiarare coltivando gli atteggiamenti dell’amicizia  nei riguardi della felicità, della compassione nei riguardi della miseria, della lietezza nei riguardi della virtù e dell’indifferenza nei riguardi del vizio.

I.34 Oppure mediante l’emissione e la ritenzione del respiro.

Queste due fasi del respiro scaricano dalle tensioni.

I.35 Anche l’entrata in attività dei sensi (superiori) è utile per determinare la stabilità della mente.

I sensi superiori portano a stabilizzarsi in modalità di coscienza più sottili e a quietare la mente.

I.36 Nonché (mediante) (stati interiormente sperimentati come) sereni o luminosi.

Tali stati portano verso una condizione di pace e quiete.

I.37 Anche la mente che si fissa su coloro che sono liberi dall’attaccamento (acquista stabilità).

L’emulazione di chi si è liberato dagli attaccamenti porta tranquillità e stabilità.

I.38 Anche (la mente) che si fonda sulla conoscenza derivante dai sogni o dal sonno senza sogni (acquisterà stabilità).

Ci si può anche fondare sulle verità che emergono dai contenuti inconsci dei sogni o del sonno.

I.39 Oppure mediante la meditazione, quale la si desideri.

I.40 Il suo dominio si estende dal minimo atomo alla massima infinità.

La meditazione, che può essere praticata su ogni cosa e in ogni attività, porta stabilità

IL KRYA YOGA

Patanjali indica la pratica del Krya yoga (che consiste in austerità, studio di sé e rassegnazione all’Isvara) quale strumento per attenuare i Klesa, cause della sofferenza, e realizzare il samadhi.  La pratica del Krya yoga piuttosto che come pratica solo preliminare agli otto passi va intesa come atteggiamenti che accompagneranno tutto il percorso di ricerca e continuativamente costituiscono il fondamento di una ottimale pratica degli otto passi, combattendo l’ignoranza da cui deriva la sofferenza.

II.1 L’austerità, lo studio di sé e la rassegnazione all’Isvara costituiscono lo yoga preliminare.

II.2 Il (kriya yoga) viene praticato per attenuare i klesa e per realizzare il samadhi.

L’austerità è capacità di autodisciplina senza la quale ci si disperde e indebolisce, lo studio di sé è lo studio di ciò che porta alla conoscenza del Sé profondo e la rassegnazione all’Isvara consiste nel sapere fluire in armonia agli eventi con abbandono fiducioso verso ciò che è più grande di noi: Dio, la Vita. I tre elementi del Krya yoga saranno ripetuti come parte di Niyama, il secondo degli otto passi dell’Astanga yoga.




YOGASUTRA (Presentazione dell’opera)

Lo Yogasutra è un testo la cui stesura, che risale approssimativamente al II secolo d.C., è attribuita al saggio Patanjali, la cui opera è volta a sistematizzare aspetti teorici e pratici dello Yoga, che è il quarto dei sei darshana (specchi  di percezione spirituale) induisti.

Da un punto di vista filosofico condivide la visione di un altro darshana, il Samkhya, dottrina ateistica alla quale Patanjali però aggiunge la presenza di Ishwara, il dio personale, reggitore dell’universo.

Nello Yogasutra è di grande importanza l’aspetto pratico, con la dettagliata indicazione delle tecniche, che sono organizzate in un percorso di tipo meditativo denominato Astanga yoga (Yoga dagli otto passi o dalle otto membra).

Il testo è di non facile approccio, perché una adeguata comprensione necessita dell’esperienza diretta degli stati di coscienza non ordinari che vi sono descritti; necessariamente dunque lo studio va completato con le pratiche meditative, per una esperienza diretta di quanto descritto teoricamente.

È composto da 196 sutra (o aforismi), brevi frasi particolarmente indicate per la trasmissione orale e l’apprendimento, divisi in quattro sezioni (Pada):

1. Samadhi Pada tratta della natura dello yoga e della sua tecnica più importante: il Samadhi.

2. Sadhana Pada comincia ad esporre la pratica e prepara allo yoga superiore. Può essere divisa in due parti: la prima, che contiene la filosofia dei Klesa, spiega l’importanza della pratica dello yoga nella vita umana; la seconda descrive le prime cinque parti dello Astanga yoga.

3. Vibhuti Pada può essere anch’esso diviso in due parti: la prima tratta delle ultime tre parti (pratiche meditative) dell’Astanga yoga; la seconda delle capacità o poteri (vibhuti) che si possono acquisire con la pratica meditativa.

4. Kaivalya Pada parla della liberazione (kaivalya) che viene conseguita al termine del percorso dell’ Astanga yoga.

Di seguito sono esposti i temi principali dell’opera di Patanjali:

1. I KLESA

2. IL KARMA

3. PURUSHA E PRAKRITI

4. LO YOGA

5. LO YOGA PRELIMINARE

6. LE OTTO PARTI DELL’ASTANGA YOGA

6.1 YAMA E NIYAMA

6.2 ASANA

6.3 PRANAYAMA

6.4 PRATYAHARA

6.5 DAHARANA, DHYANA E SAMADHI (SAMYAMA)

7. SIDDHI

8. KAIVALIA

Ciascuno di essi è trattato iniziando con una esposizione generale del tema, a cui seguono in grassetto i principali sutra di riferimento, riportati con l’indicazione della parte in cui si trovano (Pada) e del numero di successione. I sutra, tratti da La scienza dello Yoga, Edizione Ubaldini), sono a volte seguiti da  brevi commenti esplicativi.




Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh era un monaco buddhista Vietnamita.

Fu esiliato dal regime comunista vietnamita per il suo impegno per la pace e sul fronte dei diritti umani.

Ha praticato e insegnato l’approccio meditativo di ricerca interiore impegnandosi al contempo all’impegno sociale e politico nel mondo, promuovendo una spiritualità non rinchiusa nei centri di meditazione, ma operante nella società contemporanea.

Martin Luther King, che aveva vinto il Nobel nel 1964, scrisse così al comitato del Nobel: “Quale vincitore, ora ho il piacere di proporvi il nome di Thich Nhat Hanh per il premio del 1967. Personalmente non conosco nessuno più degno del Nobel per la pace di questo gentile monaco buddhista”.

Nel 1982 diede vita in Francia alla sua più celebre fondazione, il Plum Village o Villaggio dei pruni, nome ispirato alla semplicità, poesia e naturalezza del suo insegnamento zen, che ha generato centri gemelli in molte parti del mondo. Si tratta di un vero e proprio laboratorio della vita spirituale, dove si insegna a ritrovare la pace interiore dimorando nel presente, in perfetta unione di corpo, mente e anima.

Thich Nhat Hanh ha scritto circa 130 libri dedicati in gran parte al concetto di “consapevolezza”, sviluppata con la pratica della meditazione.

“Il miracolo della presenza mentale”, come titola uno dei suoi libri, indica l’obiettivo principale, il cuore dell’insegnamento spirituale di Thich Nhat Hanh

Una condizione che non porta all’isolamento, ma al contrario ad un ruolo più attivo nel rapporto con il mondo. “La meditazione – diceva – non è una fuga dalla società, ma è un tornare a noi stessi e vedere quello che succede. Una volta che si vede, ci deve essere azione. Con la consapevolezza sappiamo cosa dobbiamo e non dobbiamo fare per aiutare”.

La sua vita è stata caratterizzata dalla condivisione e dal servizio agli altri.

“I fiumi non bevono la propria acqua; gli alberi non mangiano i propri frutti. Il sole non brilla per se stesso e i fiori non disperperdono la loro fragranza per se stessi. Vivere per gli altri è una regola della natura.

La vita è bella quando tu sei felice, però la vita è molto meglio quando gli altri sono felici per merito tuo”!

Il suo insegnamento ha sempre sottolineato l’importanza del passare dall’esaltazione degli individui alla comprensione dell’importanza di un riferimento collettivo e sovra-individuale.

”Il prossimo Buddha non avrà la forma di una persona.

Il prossimo Buddha avrà sempre più la forma di una comunità.

Una comunità che pratica la comprensione e la gentilezza amorevole, una comunità che pratica una forma di vivere in modo cosciente.

Questa potrebbe essere la cosa più importante che possiamo fare per la sopravvivenza della terra”.

Fondamentale strumento, per realizzare la condizione meditativa è il respiro; per lui tutto comincia con il respiro e tutto deve tornare al respiro.

Nella tradizionale meditazione seduta in totale silenzio, oppure nella meditazione camminata fatta di passi lenti e misurati, per la quale è diventato famoso in tutto il mondo, la respirazione è alla base degli insegnamenti di Thich Nhat Hanh,

“Vivere in piena coscienza, rallentare il proprio passo e gustare ogni secondo ed ogni respirazione, questo è sufficiente.“

Ma quello che maggiormente affascina della spiritualità di Thich Nhat Hanh è la leggerezza e la gioiosa libertà.

Alla base della sua comunità vi sono 14 precetti da recitare ogni 14 giorni, di cui il primo dice: “Non adorerò ciecamente e non mi vincolerò a nessuna dottrina, teoria o ideologia, compreso il buddhismo. Considero ogni sistema di pensiero una guida lungo la via, e non ritengo nessuno di essi la verità assoluta”.

In questo esprime la sua capacità di distinguere tra il mezzo (la dottrina, la disciplina) e il fine (la Consapevolezza, la presenza mentale).

La sua vita è stata un esempio di come ognuno di noi puo’ praticare comprensione e gentilezza amorevole e indurre gli altri a fare altrettanto e di come ognuno di noi, vivendo con consapevolezza e naturalezza, può fare luce a se stesso ed essere luce per gli altri.

Thich Nhat Hanh amava profondamente la vita.

“Ogni giorno siamo coinvolti in un miracolo che nemmeno riconosciamo: un cielo blu, le nuvole bianche, le foglie verdi, gli occhi curiosi e neri di un bambino, i nostri due occhi. Tutto è un miracolo.”

Egli era consapevole dell’esistenza e della sua appartenenza a una vita infinita.

«Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice».




Yogasutra 14 novembre

Gli Yogasutra, insieme a Baghavad Gita (BG) e Tantra, sono tra le più autorevoli fonti originarie dello Yoga.

Questi insegnamenti condividono una visione: la sofferenza (antitesi del benessere) è vista come intrinsecamente legata ai limiti dell’individuo; per superarla è necessario reintegrarsi/riunirsi a una dimensione della Realtà unica, onnicomprensiva e illimitata.

Realizzare tale dimensione porta a vivere nel qui e ora, in uno stato di Coscienza, di Consapevolezza trascendente l’individualità.

La BG propone principalmente la via della giusta azione (Karma yoga), della conoscenza spirituale (Jnana yoga) e della devozione e dell’amore (Bhakti yoga).

Patanjali propone con gli Yogasutra un percorso di otto passi (Astanga Yoga) che culmina nelle attività meditative.

YOGASUTRA – Sintesi del contenuto

(in corsivo i commenti ai sutra esposti successivamente in grassetto)

Per Patanjali la sofferenza dell’individuo è evidente per chi ha una corretta conoscenza della vita. Essa si ripropone ciclicamente poiché gli eventi cambiano di continuo sconvolgendo quiete e equilibrio faticosamente raggiunti, facendoci vivere con l’angoscia esistenziale e con la tensione per appagare i nostri desideri. Tutto ciò deriva dallo scostamento tra il riferimento a una visione stabile della realtà e il suo continuo mutare.

II.15 Per chi abbia sviluppato la discriminazione tutto è miseria, in ragione dei dolori che nascono dal mutamento, dall’angoscia e dalle tendenze, nonché in ragione dei conflitti tra il funzionamento dei guna e delle vrtti (della mente).

La sofferenza è causata dall’ignoranza della Realtà, che genera egoismo, attrazioni e repulsioni e attaccamento alla vita.

II.3 La mancanza di consapevolezza della Realtà (ignoranza = avidya), il senso dell’egoismo (o senso dell’‘io sono’), le attrazioni e le repulsioni verso gli oggetti, ed il forte attaccamento alla vitasono le grandi afflizioni o cause di tutte le miserie nella vita.

La sofferenza futura però può, anzi deve essere evitata

II.16 La miseria non ancora venuta, può e deve evitarsi.

Ciò che va evitato è l’identificazione tra il veggente (purusha), colui che vede e percepisce e le manifestazioni dell’esistenza (prakrti) generate dai guna.

II.17 La causa di ciò che va evitato è l’unione tra il veggente e il visibile (e percepibile).

Necessario pertanto conoscere il veggente dissociandolo dal visibile

II.25 La dissociazione tra purusha e prakrti, prodotta dalla dispersione dell’avidya, è il rimedio reale, ed è la liberazione del veggente.

É necessario dunque pervenire alla conoscenza del purusha (veggente) liberandolo dalle identificazioni e disperdendo una visione che è frutto di illusione e ignoranza

II.20 Il veggente è pura coscienza, ma sebbene puro, sembra tuttavia vedere attraverso la mente

L’ignoranza (avidya) si distrugge praticando lo Yoga, dopo aver distrutto le impurità.

II.28 Dal praticare gli esercizi componenti lo yoga, quando si è distrutta l’impurità, sorge l’illuminazione spirituale che evolve nella consapevolezza della Realtà.

L’Astanga yoga termina con la liberazione del veggente e la cessazione di una realtà differenziata, frutto dell’azione dei guna. In tale condizione il veggente, unità individuale di coscienza universale è pura coscienza che esiste in una esistenza indifferenziata.

IV. 34 Il kaivalya è quella condizione (dell’illuminazione) che segue al ri-assorbimento dei guna a causa del fatto che divengono privi dello scopo del purusa. In tale condizione il purusa è fondato nella propria natura Reale, che è pura coscienza. Fine.




Introduzione alle fonti dello Yoga

Nel mondo induista è centrale l’attenzione ai principali temi dell’esistenza umana ed in particolare  la ricerca della possibilità di sviluppare una vita migliore, sconfiggendo la sofferenza ed il dolore.

Per raggiungere quest’obiettivo sono state sperimentate e sviluppate nel corso del tempo una grande varietà di teorie e tecniche, organizzate successivamente in percorsi diversi e tramandate prima oralmente e poi per iscritto.

Queste conoscenze sono state in principio espresse negli antichi testi dei Veda e delle Upanisad e  successivamente raccolte in testi scritti, tra cui la Bhagavad Gita, gli Yogasutra e i testi tantrici, che possiamo considerare tra le più importanti fonti degli insegnamenti Yoga.

Da tener presente che le traduzioni degli stessi testi spesso si discostano tra loro. Ciò è normale, infatti ogni traduzione è esposizione di concetti che esprimono significati non sempre facilmente riproducibili nella lingua di una cultura diversa da quella che li ha generato.

Inoltre essi trattano di esperienze mistiche, che trascendono l’ordinaria percezione, non sono facilmente descrivibili con criteri razionali e la cui conoscenza varia a seconda dell’esperienza e comprensione personale. Per tutti il tentativo di descrivere il Divino, la Totalità, di cui ogni sapiente cerca di raccontare, ma che è impossibile descrivere nella sua infinità e completezza.

Ogni loro trattazione è pertanto il frutto di una visione particolare e opinabile.




Meditazione sul Tramonto

E’ opposta alla Meditazione sull’Alba. Si comincia dall’immaginare uno scenario diurno e il sole luminoso sull’orizzonte, alto nel cielo. Via via il sole si abbassa e lo scenario si scurisce, fino a quando il sole, che via via passa da giallo splendente a arancio scuro, sparisce sotto la linea dell’orizzonte. La luce progressivamente si spegne e tutto diventa buio. Regna l’assenza di ogni contenuto, la quiete assoluta alla quale ci si abbandona, restando in posizione di meditazione o sdraiandosi supini.