2.1 Il contesto induista
Il contesto in cui si sviluppa lo Yoga è quello dell’India, paese del quale sono stati coniati stereotipi riduttivi come quello di una civiltà statica e ostile al progresso, esclusivamente rivolta alla vita con atteggiamenti spirituali, di ricerca interiore, con un atteggiamento culturale contrapponibile a quello occidentale, aperto, evoluto e rivolto alla comprensione e manipolazione del mondo materiale.
In realtà l’India è piuttosto un coacervo di possibilità di espressioni in campo religioso e politico, fortemente caratterizzata dalla possibilità di convivenza di idee religiose e costumi sociali diversi, una realtà complessa e spesso persino contraddittoria, i cui aspetti sono spesso difficili da definire in termini unitari.
Nel subcontinente indiano si sviluppa il vasto fenomeno “filosofico-religioso” dell’induismo, termine che probabilmente deriva dal nome con cui i persiani chiamavano coloro che abitavano dall’altra parte del fiume Indo.
Più avanti nel tempo il termine induismo fu usato per indicare un insieme di credenze e di pratiche all’interno delle quali è particolarmente forte, e quindi difficile da separare, il legame tra filosofia e spiritualità. È tipico della cultura indiana, infatti, un approccio alla realtà di carattere unitivo e di integrazione dei vari aspetti, piuttosto che di separazione e distinzione.
Le concrete manifestazioni dell’induismo si manifestarono in un gran numero di sistemi religiosi e non, comprendenti la pratica dei riti più svariati; esse hanno dato vita sia a credenze semplici ed ingenue, sia a speculazioni filosofiche estremamente sottili, con le quali si è cercato di comunicare alcune esperienze umane e le conseguenti interpretazioni e spiegazioni del mondo, degli animali, delle piante, degli astri, fino al senso generale dell’esistenza.
In questo contesto nacquero migliaia di anni fa teorie e tecniche pratiche, finalizzate a contrastare la sofferenza ed il dolore e quindi sviluppare benessere e una vita migliore.
Queste teorie e tecniche hanno dato vita a un gran numero di sistemi sia religiosi che laici, i cui insegnamenti furono inizialmente tramandati in modo orale e solo successivamente per iscritto.
2.1.2 Le fonti dell’induismo
Il complesso e multiforme mondo induista, che ha influenzato profondamente la vita sociale e culturale dell’India, trova i suoi più antichi riferimenti ed insegnamenti nei Veda, antichissime raccolte scritte di testi sacri, nei quali confluiscono le precedenti conoscenze dei Purana, cronistorie di carattere mitico e cultuale sulla natura del mondo. Il termine Veda (dalla radice sanscrita vid = sapere, conoscere) significa letteralmente “conoscenza” e indica la esperienza diretta della suprema conoscenza spirituale. I quattro Veda, divinamente rivelati ai Rishi, considerati veri e propri veggenti, sono detti possedere nityatva, cioè “validità senza tempo”, poiché i loro contenuti esprimono verità universalmente valide.
Anche attraverso un processo che ha uno dei suoi più importanti tratti caratteristici nel sorgere di un maturo impulso filosofico volto a conoscere e capire il mondo andando oltre l’adorazione delle divinità, l’essenza dei Veda venne riversata nelle Upanisad. Queste sono scritture sacre, che sviluppano, commentandolo, il contenuto filosofico e pratico dei Veda. Il termine Upanisad deriva dal sanscrito: upa (vicino), ni (sotto) e shad (sedersi), ossia “sedersi vicino” (ad un guru, o maestro spirituale), suggerendo l’azione di ascolto di insegnamenti spirituali.
Il contenuto dei Veda e delle Upanisad viene anche definito come Sruti, termine che indica il corpo di conoscenze rivelate al principio dei tempi e trasmesse oralmente dalla casta sacerdotale dei brahmani. La Sruti rappresentava la fonte più autorevole dell’induismo.
Probabilmente la minaccia derivante dal sorgere di scuole ritenute eterodosse rispetto alla conoscenza induista tradizionale, come il Buddhismo e il Giainismo, rese necessaria l’adozione di una sistematizzazione in grado di ufficializzare l’insegnamento induista ortodosso.
Nascono così i darśana (specchi di percezione spirituale), sei metodi che esprimono, da punti di vista diversi, la tradizione ortodossa: Samkhya (metafisica), Yoga (ascesi), Vaishesika (fisica atomistica), Nyaya (logica), Purvamimamsa (esegesi), Uttara-mimamsa o Vedanta (mistica di Shankara)
Lo Yoga è il quarto dei sei darshana; la sua più nota espressione è costituita dagli Yogasutra di Patanjali (III secolo d.C. circa), che propongono un percorso meditativo denominato Astanga yoga (Yogadalle otto membra). Caratteristica degli Yogasutra, basato sostanzialmente sui principi teorici del Samkhya, è la notevole presenza di tecniche pratiche a carattere meditativo.
Oltre a confluire nei sei darshana, le conoscenze della Sruti vengono riprese da alcuni racconti popolari e raccolti in grandi poemi epici, quali, il Ramayana e il Mahabarata, al cui interno si trova il famoso poema indiano della Bhagavad Gita (I secolo d.C. circa), che vuol dire Canto del Beato Signore; questo testo ha carattere sostanzialmente religioso.
In tempi più tardi si sviluppano i Tantra, testi che descrivono insegnamenti per la manipolazione e il controllo dell’energia, che fanno riferimento a concetti quali l’energia vitale (prana) e i canali energetici (nadi), già presenti nei Veda e nelle Upanisad. Il contenuto degli insegnamenti tantrici è raccolto in diversi scritti, tra cui Hatha Yoga Pradipika (XV secolo), Gheranda Samhita (XVII secolo) e Shiva Samhita (XVIII secolo).
Il panorama innanzi descritto non esaurisce, ovviamente, l’immenso patrimonio di scuole al quale lo Yoga può fare riferimento, ma certamente ne rappresenta parte fondamentale.
Da tenere presente infine, che la cronologia delle fonti scritte dell’induismo precedentemente citate è di difficile e incerta definizione e ha suscitato innumerevoli discussioni tra gli studiosi.
2.2 Il termine yoga
Nelle scritture precedentemente citate, al termine yoga sono stati attribuiti significati diversi.
Nel Rig-Veda, il primo dei Veda, il termine yoga aveva il significato di “giogo”, intendendo che l’uomo deve “aggiogare se stesso come un cavallo disposto ad obbedire”, disciplinando i sensi e la mente.
Tale significato viene ripreso nelle Upanisad, scritture induiste successive ai Veda, in cui lo Yoga ha precipuamente carattere di pratica di meditazione, affiancata dal controllo della respirazione.
Nella Bhagavad Gita assume il significato di unione o comunione con la divinità e lo Yoga è descritto come un insieme di percorsi aventi come scopo l’”unione” con la divinità, che rappresenta la Vita nella sua totalità.
Negli Yogasutra lo Yoga è definito come la cessazione delle attività mentali, che porta alla liberazione dalla sofferenza.
In generale il termine Yoga in India, almeno in origine, è stato usato per designare una moltitudine di insegnamenti teorici e pratici per l’auto-sviluppo e per la liberazione dalla sofferenza e dal ciclo delle morti e delle rinascite; i molteplici significati ad esso attribuiti non sono in grado, però, da soli, a fornirci una indicazione univoca e risolutiva e ciascuno di essi è da considerare nei relativi contesti.
Da tenere anche presente che la parola ‟Yoga‟ è impiegata per designare sia il fine (la nuova condizione che scaturisce dalla realizzazione dell’obiettivo finale), sia i mezzi (le tecniche impiegate per raggiungerla); la stessa radice “yuj”, oltre che “unione”, significa infatti anche tecnica, metodo, disciplina.
2.3 Principali fonti dello Yoga
2.3.1 Bhagavad Gita
La Bhagavad Gita (BG) narra di una battaglia tra l’esercito del guerriero Arjuna e quello nemico, nelle cui fila si trovano suoi maestri, parenti e conoscenti.
Il poema si apre mostrando l’angoscia del guerriero Arjuna, in profonda crisi perché paralizzato dai dubbi. Il suo malessere è generato dal conflitto causato dal pensare di dover combattere parenti, amici, maestri, figure alle quali è legato da ricordi e sentimenti di affetto e riconoscenza e dal pensare che questi valori andrebbero dissipati in una lotta fratricida, che non potrebbe in nessun modo apportare benessere e pace; d’altra parte costoro hanno usurpato il regno che gli spetta. É manifesta dunque una forte contraddizione tra il ricordarli come personaggi positivi e il loro più recente comportamento sfociato nella violenza dell’usurpazione.
Viene messo in luce, dunque, come i cambiamenti della vita possano fare entrare in contrasto l’attaccamento a persone, idee e valori che abbiamo interiorizzato come positivi e la necessità di combatterli quando, in un quadro mutato, osserviamo che hanno assunto una valenza negativa.
Ciò intende mostrare come le nostre convinzioni, non più adatte a rappresentare nuove situazioni provocate dai cambiamenti delle situazioni, possano provocare un contrasto che immobilizza e provoca sofferenza e siano necessari una chiara visione della realtà e un atteggiamento aderente ai mutamenti avvenuti.
Se apparentemente la Gita tratta dunque della storia di una guerra fratricida per la conquista di un regno, l’aspetto sostanziale e profondo è centrato sul conflitto interiore che investe Arjuna e che si manifesta in forma di dialogo tra il guerriero e il suo auriga, la divinità Krishna, che lo guida alla comprensione e valutazione degli eventi della vita e lo invita a risolvere i suoi dubbi per mezzo dello Yoga. Al tempo stesso Arjuna e Krishna possono essere anche viste come due componenti della stessa persona, quella umana e quella divina.
La BG, di solito tradotta con “Canto del Beato Signore”, viene anche chiamata “Vangelo dell’India”; vuole essere una guida al benessere e alla soluzione dei conflitti interiori per mezzo della comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male. Il bene è frutto della visione della parte divina, cui viene assegnata capacità di guida.
Le riflessioni contenute nella BG i suoi insegnamenti sono ancora oggi di grande utilità e fonte di ispirazione. “Quando i dubbi mi ossessionano, quando le delusioni mi guardano in faccia, e non vedo uno spiraglio di speranza all’orizzonte, mi rivolgo alla Bhagavadgītā per trovare un verso che mi conforti; e immediatamente nel mezzo del dolore schiacciante inizio a sorridere. Coloro che meditano sulla ‘Gītā riceveranno ogni giorno rinnovata gioia e nuovi concetti.” (Gandhi)
Questa opera celeberrima ha il pregio da una parte di disegnare un filo comune tra gli insegnamenti originati dal Vedanta (darshana che raccoglie la dottrina che tratta della conoscenza filosofica dei Veda e delle Upanishad) e dall’altra di descrive alcune vie particolari (marga) che conducono l’uomo all’obiettivo finale di questi insegnamenti: la reintegrazione (unione = yoga) con una realtà sovraindividuale e trascendente, la Realtà Ultima, che comprende tutte le realtà particolari; essa è svelata nel poema dalla divinità Krishna.
Il poema esprime una ricerca di soluzione dei dubbi esistenziali possibile a compiersi per mezzo di percorsi riconducibili allo Yoga e indica il rapporto tra alcune importanti “vie” dello Yoga e la disciplina nel suo complesso.
I percorsi descritti nella Gita sono principalmente Karma yoga (lo Yoga dell’azione), Jnana yoga (lo Yoga della conoscenza spirituale) e Bhakti yoga; (lo Yoga devozionale) in misura minore si parla di Yoga meditativo (Raja yoga), solo un piccolo accenno a tecniche di controllo del respiro, nessun riferimento alla pratica di posture.
Nei diciotto capitoli della BG vengono trattati, seppure in modo non ordinato e sequenziale, alcuni dei principali temi della filosofia yoga, di seguito esposti.
L’illusione del dualismo – Di fronte alla disperazione di Arjuna, Krishna lo invita a non dare eccessiva importanza a ciò che è impermanente, come dolore e piacere, vita e morte; essi sono transitori e pertanto è necessario accettare il loro alternarsi. Ma soprattutto lo esortata a superare la visione illusoria della vita, quella dualista, per raggiungere la conoscenza dello Spirito eterno, che dimora nei corpi.
Lo Spirito – Lo Spirito è l’essenza di ogni manifestazione dell’esistenza; è invisibile, eterno, immutabile, indistruttibile, onnipresente. Nell’uomo lo Spirito è il Sé interiore, la sua conoscenza è il fine supremo.
Le forme – Dallo Spirito nascono le infinite forme di esistenza e gli infiniti mondi, che continuamente si creano e si dissolvono nei cicli cosmici. Gli uomini percepiscono le differenti forme e le loro qualità, senza riuscire a scorgere lo Spirito che è in tutte le forme.
Il Tutto – L’insieme di ciò che è (tutte le forme dell’esistenza) e ciò che non è (lo Spirito) costituisce l’eterno Tutto, la Realtà Ultima: una dimensione unitaria e onnicomprensiva. La conoscenza dell’insieme delle forme (il campo) e del conoscitore del campo (lo Spirito) costituisce la vera conoscenza.
Il praticante lo Yoga, attraverso uno dei percorsi descritti nella Gita, supera l’illusione della separazione e della dualità, fino a realizzare la conoscenza della Realtà Ultima, del Tutto, dell’Uno; l’integrazione/unione con il Tutto porta a dimorare nell’eternità, in una dimensione senza tempo.
Lo Yoga è dunque “il sentiero per l’eterno”, un percorso che, se praticato con determinazione, porta alla Saggezza e alla libertà. È un cammino di armonia e equilibrio; ogni passo compiuto in questa direzione apporta benessere duraturo.
Molteplici sono i percorsi per procedere verso l’unione a una dimensione trascendente, rappresentata nella Gita da Krishna, che ha ugualmente a cuore i praticanti di tutte le vie. In questo poema sono descritte soprattutto la via dell’azione (Karma yoga), quella della conoscenza (Jnana yoga), quella della devozione e dell’amore (Bhakti yoga); in misura minore parla della pratica meditativa (Raja yoga).
Tutte le vie portano allo stesso risultato; esse sono accomunate dal sacrificio: dell’interesse personale a favore della giusta azione (Karma yoga), delle conoscenze particolari per la conoscenza del Tutto (Jnana yoga), del proprio volere per seguire il volere di Dio e della Vita (Bhakti yoga), dell’attività mentale per vincere l’illusione della dualità e della propria individualità con l’abbandono meditativo (Raja yoga).
Sacrificio e abbandono sono necessari per realizzare una dimensione trascendente l’individualità. Nemico di questo cammino, all’opposto, è il desiderio egoistico, in contrasto con le esigenze della situazione.
Per avanzare verso la realizzazione spirituale è importante praticare le qualità e le virtù che portano nella direzione del divino (trascendenza dalla dimensione individuale) e abbandonare quelle che allontanano da esso, inducendo verso il demoniaco (rafforzamento dell’ego).
Le qualità divine donano la liberazione. Esse sono: assenza di paura, purezza di cuore, perseveranza nell’apprendimento spirituale e nella pratica yoga, generosità, equilibrio interiore, spirito di sacrificio, studio delle sacre scritture, austerità, integrità morale; non violenza, amore per la verità, tolleranza, capacità di rinuncia, serenità, avversione per la maldicenza, simpatia verso tutti gli esseri, assenza di avidità, gentilezza, modestia, tranquillità; energia, generosità, saldezza morale, purezza, buona volontà e assenza di orgoglio.
Le qualità demoniache portano alla schiavitù. Esse sono la disonestà, l’arroganza, la vanità, la collera, come pure la rigidità e l’ignoranza, contraddistinguono l’uomo nato per la dannazione.
2.3.2 Yogasutra
È un testo composto da 196 sutra (o aforismi), brevi frasi particolarmente indicate per la trasmissione orale e l’apprendimento; lo studio dei sutra va necessariamente completato con le pratiche meditative, per una esperienza diretta degli stati di coscienza non ordinari che vi sono descritti.
Lo Yogasutra è diviso in quattro sezioni (Pada):
1. Samadhi Pada tratta della natura dello yoga e della sua tecnica più importante: il Samadhi.
2. Sadhana Pada comincia ad esporre la pratica e prepara allo yoga superiore. Può essere divisa in due parti: la prima, che contiene la filosofia dei Klesa (l’origine della sofferenza), spiega l’importanza della pratica dello yoga nella vita umana; la seconda descrive le prime cinque parti dello Astanga yoga (Yoga dagli otto passi o dalle otto membra)
3. Vibhuti Pada può essere anch’esso diviso in due parti: la prima tratta delle ultime tre parti (pratiche meditative) dell’Astanga yoga; la seconda delle capacità o poteri (vibhuti) che si possono acquisire con la pratica meditativa.
4. Kaivalya Pada parla della liberazione (kaivalya) che viene conseguita al termine del percorso dell’ Astanga yoga.
Da un punto di vista teorico lo Yogasutra condivide la visione filosofica del Samkhya, dottrina ateistica alla quale Patanjali però aggiunge la presenza di Ishvara, il dio personale, reggitore dell’universo. Oltre l’aspetto speculativo, lo Yogasutra presenta aspetti operativi di grande interesse, consistenti in tecniche pratiche, dettagliatamente esposte.
Di seguito sono esposti i temi principali contenuti nell’opera di Patanjali.
Purusha e Prakriti – Per lo Yogasutra, così come per il Samkhya, l’esistenza è costituita dall’elemento spirituale (Purusha) e la materia impersonale (Prakriti).
Purusha è il principio spirituale, eterno, cosciente e immutabile, onnipresente e dunque insito anche nell’uomo, ne costituisce la sua natura più intima: è colui che vede e percepisce ogni cosa (il Veggente).
Prakriti è la natura in tutte le sue differenti forme (materiali e immateriali). É ciò che viene percepito attraverso i sensi e concettualizzato per mezzo dell’attività mentale. Nasce dall’azione dei tre guna (Sattva, Rajas e Tamas), le forze che danno vita alle manifestazioni dell’esistenza.
L’identificazione che ordinariamente si ha di Purusha, l’unità di coscienza universale che è in ogni essere ed è il vero soggetto di ogni percezione e conoscenza, con le manifestazioni dell’esistenza (prakrti) determina la convinzione dell’esistenza di individui distinti e separati; ciò è frutto una condizione di ignoranza (Avidya) che causa la sofferenza umana.
Si può distruggere l’Avidya sviluppando la capacità di discriminazione della verità (Viveka), con la pratica di un percorso che conduce alla liberazione del Veggente tramite un processo di separazione e quindi disidentificazione tra Purusa e prakrti.
L’obiettivo ultimo dell’Astanga yoga è dunque quello di isolare, attraverso un cammino introspettivo, il Purusha, il Sè più intimo di ogni essere, pura Coscienza, e, centrandosi in esso, di raggiungere così la liberazione.
Conosciuta tale Realtà è necessario continuare a dimorare in essa, evitando il ritorno al precedente stato di coscienza individuale.
I Klesa – Con la teoria dei Klesa (miserie) Patanjali analizza ciò che produce il disagio, la sofferenza e le miserie della vita: è l’ignoranza (avidya) che consiste in una falsa visione della Realtà per cui si pensa di essere individui separati dal resto dell’esistente. Dal percepirsi come individui (l’io sono, l’egoità e dunque la dualità: io-altro da me) derivano attrazioni e repulsioni personali (ciò che piace e ciò che non piace) e il forte attaccamento alla vita.
L’individuo, dunque, cerca di raggiungere e ripetere ciò che gli procura piacere e rifuggire da ciò che non gli piace. Ciò può indurre ad azioni forzate e inadeguate, non consentendo di sviluppare i comportamenti più appropriati alle varie situazioni.
Alla percezione di una esistenza individuale è ovviamente connaturato anche il forte attaccamento alla vita e la paura che questa abbia termine, che porta anch’essa a adottare atteggiamenti innaturali, impedendo il fluire degli eventi ed il loro naturale svolgimento.
Per chi ha sviluppato la capacità di discriminazione (distinzione tra ciò che è corretto e ciò che non lo è, ciò che è vero e ciò che non lo è), tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, alimentano in realtà il ciclico ripetersi della sofferenza.
Infatti gli eventi della vita cambiano di continuo sconvolgendo ogni equilibrio faticosamente raggiunto. Ciò provoca un sistematico scostamento tra il tentativo di riferimento a una visione stabile della realtà e il suo continuo cambiamento e rende impossibile trovare quiete.
Sorgono così costantemente conflitti che causano sofferenza per l’inevitabile disarmonia tra le conoscenze, le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.
In conclusione, secondo la teoria dei Klesa, tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, sono in realtà penose per chi abbia sviluppato la facoltà di discriminazione; solo la nostra illusione di essere individui separati dalla vita, frutto dell’ignoranza, ci fa desiderare esperienze che comunque finiranno, provocando il riproporsi ciclico della sofferenza.
É necessario porre termine a questa dinamica che provoca il ripetersi ciclico della sofferenza praticando il metodo dell’Astanga yoga.
Il Karma – Il Karma esprime la legge di causalità tra gli eventi: ogni attività comporta una conseguenza. Alla percezione dell’individualità è legato il karma personale, che determina le esperienze della vita presente e futura, la loro qualità e quantità. Esse possono provocare gioia o dolore, se determinate rispettivamente dalla virtù o dal vizio.
Per lo yogi che vince l’ignoranza non esiste più karma positivo e negativo. Egli si libera dalle conseguenze del karma. Per gli altri il karma continua ad alimentare conseguenze piacevoli o spiacevoli o di entrambe le specie.
L’effetto del karma consiste nel manifestarsi spontaneo delle tendenze rispondenti alla situazione; esse scaturiscono dalle impressioni (vasana) che vengono memorizzate nel corso delle esperienze della vita. La relazione di causa ed effetto è da sempre legata ai meccanismi vitali e produce il desiderio di vivere, connaturato all’esistenza.
La memoria delle impressioni e il conseguente legame di causa effetto ha termine quando termina la causa che le determina, cioè l’ignoranza.
La Liberazione – Al termine del percorso il purusha (il Veggente, lo Spirito trascendente) rimane fondato nella sua natura reale che è pura Consapevolezza e la prakṛti si riassorbe avendo terminato il proprio compito: cessano così le distinzioni del mondo fenomenico, si consegue la liberazione (kaivalya) dalle sofferenze della vita (Klesa).
2.3.3 Tantrismo
Gli elementi fondanti della filosofia del tantrismo sono diffusamente esposti nel primo capitolo della Shiva Samhitâ, dove la divinitàIshvara esordisce affermando che lo Yoga è la via che porta alla verità e alla conoscenza.
Tale conoscenza non è di tipo intellettuale, ma basata su esperienze concrete che conducono alla visione (Vidyâ) di una realtà unica, lasciando scomparire la molteplicità di forme che ordinariamente percepiamo attraverso i sensi.
Lo scopo dello yoga è quello di consentire al soggetto di liberarsi dall’illusione (Mâya) a causa della quale il soggetto, a causa dell’ignoranza (Avydia), percepisce sé stesso come entità distinta dal resto delle cose, realizzando una visione reale (Vidyâ) dell’esistenza, tramite esperienza personale diretta, non intellettuale.
L’universo come appare è frutto di illusione (Mâyâ) ed è regolato dalle leggi del Karma, principio di causa-effetto che condiziona ogni cosa osservabile tra gli uomini e che genera il ciclo delle rinascite (samsara).
Tutto ciò che esiste nasce dalla Coscienza Cosmica, unica vera realtà permanente. Quando l’uomo conosce il Sé, la sua parte più intima, vede che esso è parte della Coscienza Universale.
Allora l’uomo vince l’ignoranza, finisce di vedere tutte le cose come molteplici e separate, perde la propria individualità tramite il samadhi (stato di coscienza che comporta l’abbandono della propria individualità), che è lo scopo ultimo dello Yoga; allora il mondo, come prima conosciuto, non esiste più.
Realizzare questa condizione comporta la fine della sofferenza, che deriva dall’illusione egoistica (Ahamkâra), a causa della quale il soggetto si percepisce come entità limitata, isolato dalla vita universale, sottoposto ad esigenze a volte contrastanti con quelle della situazione in cui si trova e inevitabilmente destinato a finire.
L’uomo che ha conseguito la chiara visione della Realtà realizza la Liberazione (Kayvalia o Moksa) dalla sofferenza prendendo rifugio nel principio da cui ha origine tutto l’universo: la Coscienza, lo Spirito, unica cosa non limitata, non temporanea, sempre stabile e uguale a se stesso.
A conclusione del capitolo Ishvara parla di Shiva e di Shakti che, nelle immagini di due divinità, l’una maschile e l’altra femminile, simboleggiano i due principi polari dell’universo, allorché dallo stato quiescente dell’Uno, dimensione onnicomprensiva, si passa alla manifestazione fenomenica;
Per il tantrismo l’universo è formato da Shiva che è la Coscienza, l’aspetto spirituale, la Realtà Assoluta unica e onnipervadente l’universo da cui emana il mondo, il padre di tutte le cose e da Shakti, la compagna di Shiva, l’Energia, l’aspetto materiale, naturale, concreto, dell’universo. Far ricongiungere l’Energia col suo Autore conduce a tornare all’unità originaria indifferenziata, tirarsi fuori dal mondo fenomenico, liberarsi dal doloroso ciclo delle rinascite (samsara).
Tutte le creature sono il frutto dell’unione di Shiva e di Shakti, rappresentati da una simbologia profondamente impregnata di aspetti sessuali.
Dall’approccio energetico degli insegnamenti tantrici derivano numerosi percorsi, compresi quelli vibrazionali, come la recita dei mantra, suoni particolari che tendono a mutare lo stato di coscienza del praticante.
Allo stesso filone energetico possono essere ricondotti gli yoga posturali, una delle forme di Yoga più conosciute e praticate in occidente tramite diversi stili, quali ad esempio l’Hatha yoga.