LABORATORI, SEMINARI ED EVENTI

OTTOBRE

  • LABORATORIO DI PRANAYAMA

Sabato 21 Ottobre ore 15:30 – 17:30

presso Sporting Club Roma – Piazza Amilcare Zamorani 8 (zona Roma Est, metro B Monti Tiburtini). per info Marica Meraviglia 3513324454

NOVEMBRE

  • LABORATORIO DELLE POSIZIONI INVERTITE – Sabato 11 ore 15:30 – 17:30

presso Sporting Club Roma – Piazza Amilcare Zamorani 8 (zona Roma Est, metro B Monti Tiburtini)

Per info  Marica Meraviglia 3513324454

  • CANTO ARMONICO Domenica 12 novembre

Presso Centro Ikigai via Giorgio Scalia, 21 (zona Cipro)

Incontro condotto da Massimo Sbriccoli sulla pratica di tecniche sonore.

L’uso di alcuni strumenti servirà a stimolare il ritmo e l’armonia, ma lo strumento più importante che verrà usato sarà la voce dei partecipanti.

Per info Claudio Mariantoni 3403624654

  • YOGA e PSICHE – Sabato 18 novembre

Seminario condotto dal Dott. Gabriele Grossoni e da Claudio Mariantoni

Confronto tra il concetto orientale e quello occidentale sulla mente

Per info Claudio Mariantoni 3403624654

  • LA BHAGAVAD GITA – Domenica 19 novembre ore 16 – 19

presso il Centro Ikigai (zona Cipro)

Seminario sull’attualità di antichi insegnamenti per il benessere

Per info Salvatore Spataro 3883449269

  • BAGNO DI GONG – EVENTO IN PREPARAZIONE

Luogo e data saranno decisi d’intesa con i partecipanti.

Gli interessati devono contattare Salvatore Spataro 3883449269

DICEMBRE

  • MASTERCLASS DI YOGA

Sabato 2 Dicembre 2023  ore 15:30 – 17:30

presso Sporting Club Roma – Piazza Amilcare Zamorani 8 (zona Roma Est, metro B Monti Tiburtini). per info  Marica Meraviglia 3513324454




Meditazione sui chakra

Si può meditare su uno o più chackra, approfondendo la sua conoscenza e stimolandone le funzioni




AUM (o OM)

Consiste nel far risuonare, a voce o mentalmente, la A all’altezza dell’addome, la U all’altezza del torace e la M in alto, al centro della testa. Il suono può essere unificato nel’unica vibrazione OM.




Tipologie di pranayama

Tra i pranayama è preferibile praticare inizialmente Samavritti e Visamavritti, Nadhi Sodanha (e le sue varianti (Surya Bhedana e Chandra Bhedana), Kapalabhati, Ujjayi e Kundalini. In un secondo momento si possono praticare anche Bhastrika, Viloma, Anuloma e Pratiloma.

Samavritti pranayama consiste nel modificare la Respirazione (ritmica) rettangolare estendendo progressivamente la durata delle due apnee, fino a far diventare tutte e quattro le fasi respiratorie della stessa durata.

Visamavritti pranayama consiste nel diversificare la lunghezza delle quattro fasi del respiro.

Sama e Visamavritti pranayama sono utili per apprendere la padronanza delle fasi del respiro e gestire l’equilibrio complessivo dell’energia, per variare la carica energetica. Le due diverse tipologie di controllo delle quattro fasi del respiro possono essere applicate a tutti i pranayama. Senza l’esecuzione dei bandha non presentano particolari controindicazioni

Nadi Sodhana pranayama (respirazione a narici alternate). Ci si aiuta con le dita ad alternare entrambe le narici ispirando ed espirando alternativamente dalle due narici. Equilibra l’energia della parte destra e sinistra del corpo. Ha come varianti Surya Bhedana (ispirazione sempre a destra ed espirazione sempre a sinistra) che attiva e accresce il calore e Chandra Bhedana (ispirazione sempre a sinistra ed espirazione sempre a destra) che disattiva e rinfresca.

Kapalabhati pranayama (pulizia del cranio) consite nell’inspirare lentamente con il naso ed espirare velocemente con la bocca (più facile) o il naso, spingendo al tempo stesso l’energia con l’addome verso l’alto. Pulisce i canali energetici attraverso una forte stimolazione della circolazione energetica dal basso verso l’alto.

Ujjayi pranayama (significa conquista, successo o controllo verso l’alto). Eleva l’energia dal basso verso l’alto. Si inspira e si espira lentamente con entrambe le narici e modulando a piacimento i quattro tempi del respiro. La contrazione della glottide provoca un leggero suono sibilante quando l’aria entra e aspirato quando l’aria esce. Tonifica tutto il corpo.

Kundalini pranayama consiste nell’implementare una respirazione come quella di Ujjayi con l’immagine dell’energia che scende lungo susumna nella inspirazione fino a Muladhara cackra, del destarsi di Kundalini nell’apnea a polmoni pieni, del suo risalire lungo susumna nell’espirazione per poi terminare nel loto dai mille petali (sahasrara chakra) nell’apnea a polmoni vuoti: a questo punto l’energia individuale potrà riunirsi all’energia universale. Stimola, ovviamente la risalita energetica lungo Susumna, dai chakra più bassi a quelli più elevati.

Bhastrika pranayama

Consiste nell’inspirare ed espirare velocemente con il naso. Bhastrika vuol dire mantice; questo pranayama soffia potentemente come un mantice l’energia in tutto il corpo.

Viloma pranayama

In questo pranayama inspirazione ed espirazione non sono continui, ma vengono eseguiti gradualmente con molte pause. Nella prima fase le pause vengono praticate solo durante l’inspirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di bassa pressione del sangue. Nella seconda fase le pause vengono praticate solo durante l’espirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di alta pressione del sangue.

Pratiloma pranayama

In questo pranayama l’inspirazione avviene attraverso entrambe le narici e l’espirazione alternativamente attraverso una delle due narici.

Anuloma pranayama

In questo pranayama, all’opposto di Pratiloma, l’inspirazione avviene alternativamente attraverso una delle due narici e l’espirazione attraverso entrambe le narici.

Viloma, Pratiloma e Anuloma regolano inspirazione e espirazione, sviluppando notevole capacità di controllo e manipolazione dell’energia e conseguentemente dell’emotività e dei processi mentali.




CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Se le circostanze non sono particolarmente sfavorevoli e non sono a rischio le necessità primarie, si può vivere felici qui e ora, non inseguendo la felicità e facendola dipendere dal raggiungimento di obiettivi particolari, ma vivendo il momento con gioia e consapevolezza, affrontando i problemi che inevitabilmente la vita ci pone, uno alla volta. Questo senza rinunciare a progettare obiettivi gratificanti, ma ancor più coltivando la quiete interiore.

Questo atteggiamento può essere coltivato basandosi sui principi essenziali dello Yoga: essi costituiscono chiavi di lettura che possono aiutare l’azione quotidiana e un’utile evoluzione, in qualsiasi società e in qualsiasi tempo.

Fondamentale, però, che tale percorso sia perseguito con esercizio costante fino al suo termine, vincendo la naturale tendenza a fermarsi, paghi di obiettivi intermedi, di momenti e situazioni gratificanti, destinati comunque a finire e a lasciare posto a successive, cicliche  sofferenze.

La pratica dello Yoga consiste in una rinascita continua, al di là della routine, degli schemi mentali precostituiti, in un impegno a realizzare se stessi più profondamente possibile in una dimensione sempre più ampia di comunione con gli altri esseri e il pianeta che ci ospita, per compiere un buon viaggio ricco di straordinarie esperienze.

Dalla pratica delle “vie” dello Yoga si acquisteranno attitudini e capacità che aiutano ad affrontare la quotidianità: energia, rilassatezza, tranquillità emotiva, lucidità mentale, rispetto e amore per gli altri esseri e per la vita.

Estremamente importante in questo percorso è il desiderio sincero di considerare l’essenza dello Yoga, l’unione, come principale modalità di approccio all’esistenza; questo si traduce in impegno a trasportare nelle azioni e nei pensieri atteggiamenti coerenti con questo cammino, piuttosto che relegarli ad astratti concetti e a ordinare conseguentemente le priorità della vita.

L’ambizioso obiettivo dello Yoga, che consiste nel ripristinare il legame di appartenenza universale, può a prima vista sembrare di difficile realizzazione e incutere comprensibile timore o persino diffidenza; bisogna però ricordare che il percorso attraverso il quale si svolge è progressivo e comunque fruttuoso, poiché ad ogni passo in avanti corrisponde lo sviluppo di capacità che apportano un beneficio tangibile nella vita quotidiana.

Ponendo la spiritualità, che unisce tutti gli esseri, alla guida dell’individuo si potrà trasformare l’esistenza da ordinaria in straordinaria e lo Yoga potrà essere assunto come stile e scuola di vita.

Il benessere individuale è necessariamente connesso al sentimento di comunanza con gli altri esseri e alla consapevolezza che il benessere dell’individuo è al tempo stesso benessere della società di cui è parte; ne deriva un interesse sano e genuino per gli altri e la considerazione che la felicità degli altri è parte della propria felicità. Così l’evoluzione del praticante è il progresso dell’intera natura, poiché l’individuo e la società non sono altro che una piccola parte di essa.

6.1 Un utile decalogo

Dagli insegnamenti precedentemente descritti ho tratto alcune indicazioni, di seguitoriassunte in dieci punti, che possono costituire uno spunto per l’azione e la riflessione.

1) Il benessere al primo posto

Praticare lo Yoga consiste nello scegliere ciò che è bene ed evitare ciò che è male. Questa valutazione va fatta in ogni situazione, senza poggiarsi passivamente su idee e schemi precostituiti.

Ovviamente, poiché gli esseri sono tra loro interdipendenti, il bene va inteso come bene comune, che comprende il bene individuale, ma lo integra in una dimensione superiore.

2) Disponibilità al cambiamento

La vitaèevoluzione e movimento continuo. Per esprimere quanto di meglio in ogni situazione è necessario sviluppare flessibilità, adattabilità e impegno a cambiare, quando serve, essendo pronti a sacrificare qualcosa per far posto a qualcos’altro.

Questo atteggiamento  consiste nella capacità di vivere e rinascere continuamente, con il coraggio di affrontare ciò che di ignoto ci riserva il futuro.

3) Una evoluzione consapevole

Lo sviluppo della Consapevolezza è l’inizio, il mezzo e il fine della ricerca spirituale.

È dunque necessario fare sempre più attenzione a ciò che è dentro e a ciò che è fuori di noi, per conoscere la Verità di ogni cosa: ciò che realmente è e non ciò che pensiamo che sia.

Dall’osservazione di ciò che è possiamo attuare le nostre scelte, evitando di agire per abitudine.

Lo sviluppo della Consapevolezza porta alla conoscenza delle parti più profonde dell’essere, fino allo Spirito, Coscienza universale, pura Consapevolezza, termini equivalenti che indicano l’essenza di ogni cosa, l’Io più profondo di ogni essere.

4) La cura delle risorse individuali

Pur consci di essere un insieme unitario, possiamo avere cura dei vari aspetti che ci compongono, sfruttando pratiche e tecniche specifiche per ciascuna delle nostre componenti, che lo Yoga distingue nell’aspetto psicofisico ed energetico, in quello della conoscenza mentale e intuitiva, nell’anima.

Praticheremo, dunque, a seconda delle necessità:

Pratiche – Abitudini salutari e igieniche; sana alimentazione; adeguati comportamenti etici, riflessione e studio

Tecniche – Asana, tecniche di Respirazione, Rilassamento, Concentrazione e Meditazione

Nelle pratiche e nelle Tecniche si coltiva la massima Consapevolezza con l’esercizio di attenzione, di concentrazione e di attitudine meditativa, per poi estendere questo atteggiamento a ogni attività quotidiana.

5) La salute psicofisica

Si esprime nella cura del corpo e dell’energia.

Il corpo è la macchina che ci consente di poterci muovere nel viaggio della vita; necessario dunque prestare attenzione, anche preventiva, a mantenere sufficienti condizioni di salute.

L’energia è il carburante che lo muove. L’essere umano si nutre dell’energia dell’aria, del sole, del cibo e dell’acqua. Fondamentale è aver cura del bilancio energetico tra la quantità di energia assorbita e quella spesa.

6) L’equilibrio emotivo

Una virtù che accresce la condizione di quiete è l’equanimità, la cui pratica dona imperturbabilità. Dunque affrontare con animo distaccato l’alternarsi di bene e male, situazioni positive e negative, consci del loro inevitabile alternarsi, rende meno condizionati e vulnerabili ai continui stimoli che provengono dall’esterno.

Potremo così godere di ciò che è piacevole senza esaltarci, affrontare le difficoltà senza deprimerci; accettare con distacco la realizzazione delle nostre aspettative o il loro fallimento.

7) Il controllo della mente e lo sviluppo dell’intuizione

La mente, attraverso le sue attività, esplica alcune importanti funzioni, quali, ad esempio, la memoria, l’analisi critica, la pianificazione, ecc…

Può essere anche utile sviluppare il pensiero positivo, che induce stati d’animo di benessere.

Fondamentale, però, apprendere prima a rallentare il flusso dell’attività mentale fino successivamente a fermarlo.

Ciò consente di vivere con chiarezza le percezioni esterne e interne e sviluppare il sentire interiore e la conoscenza delle componenti più intime, fino al più intimo Sé.

8) Il bene dell’anima

L’anima, per lo Yoga, è la parte individuale più sottile e interna, che riflette l’appartenenza al Tutto.

Vivere questo stato di coscienza consente di godere appieno della gioia di partecipare al viaggio dell’esistenza, vivendo la felicità degli altri come parte della propria felicità e condividendo con loro la sofferenza.

9) Valori guida

Anche se il sentire interiore resta sempre l’ultimo e più valido riferimento per realizzare i giusti comportamenti, può essere utile ispirarsi ad alcuni valori, come quelli di Amore, Libertà e Responsabilità, Giustizia e Verità.

La pratica dell’Amore si esprime nel privilegiare ciò che accomuna, al di là delle diversità; esso esprime il significato più profondo dello Yoga: l’ unione.

Dall’Amore nascono solidarietà, comprensione, tolleranza, collaborazione, fratellanza, pace e concordia tra individui e comunità.

Nell’attuale fase dell’evoluzione umana, lo sviluppo di un sentimento di comunanza quale l’amore è di importanza fondamentale; al suo servizio è necessario porre l’energia e l’intelligenza. È un faro che può illuminare il percorso umano, un passaporto per godere appieno del viaggio meraviglioso che è la vita.

Privilegiando ciò che unisce, al di là delle diversità, l’uomo potrà sviluppare una forza comune tra i simili ed un rapporto il più armonioso possibile con l’ambiente, realizzando un vantaggio per la sua sopravvivenza e un’ulteriore evoluzione.

Per adattarci al continuo mutare di noi stessi e delle situazioni della vita è necessario praticare un cammino di evoluzione e rivoluzione continui, vivendo momento per momento nel modo più adatto per noi stessi, tenendo necessariamente conto dei vincoli di ogni circostanza, ma liberi dai condizionamenti che provengono non solo fuori da noi, ma anche dalle nostre abitudini e dai nostri schemi mentali.

Al tempo stesso, poiché siamo collegati a tutte le altre forme di esistenza, è necessario sviluppare consapevolezza delle possibili conseguenze delle nostre azioni, agendo dunque in modo responsabile. Ciò che va praticato è sentire non solo quello che va bene per noi, ma qual è la cosa migliore per la situazione che viviamo, passare dall’attenzione all’io all’attenzione al noi, agli altri esseri, all’ambiente di cui siamo parte.

L’Amore per la vita produce felicità, l’insieme di Libertà e Responsabilità producono il giusto comportamento in ogni situazione, per noi stessi e per gli altri e consentono di evitare i conflitti.

Il cammino evolutivo, infine, è un cammino di ricerca della Verità, fino a realizzare la verità universale della Vita. Sviluppando l’osservazione interiore troveremo ciò che sentiamo profondamente vero, fino a realizzare la conoscenza spirituale: siamo persone, ma anche parte di un Tutto, una tessera di un immenso mosaico, un granello di sabbia di una spiaggia che si perde a vista d’occhio, un’onda di un oceano infinito. Noi siamo Uno.

10) Fluire nella vita

Lo Yoga è pratica di riunione con la Vita. Questo presuppone l’accogliere comunque ciò che succede, senza fare inutili resistenze o negando ciò che è. Solo partendo da questo potremo elaborare attività e comportamenti per tentare di operare il cambiamento voluto.

Questo atteggiamento comincia dall’accettare se stessi, i propri punti di forza e di debolezza. Non possiamo far nulla di meglio che essere noi stessi e abbandonarci alla vita con spontaneità e naturalezza, fluendo negli eventi. Oltre all’essere noi stessi è fondamentale imparare anche a superare il senso di divisione, aprirci e perderci, liberandoci dai confini dell’individualità: vivere in una condizione in cui si sa passare  dall’io al noi.




YOGA MODERNO E CONTEMPORANEO

5.1 Lo Yoga in occidente e nel mondo

Il contatto con alcune culture occidentali, a partire da quella inglese nella stessa India, e la successiva diffusione dello Yoga a livello mondiale, hanno determinato una inevitabile contaminazione e influenzato lo sviluppo degli insegnamenti originari dello Yoga.

Da una parte ha continuato a essere coltivata la tradizione yoga legata alla spiritualità, sia in India sia in occidente, dove è stata promossa in particolare nel 1800 da maestri come Vivekananda e Yogananda.

In parallelo si sono sviluppati stili fortemente incentrati sulla pratica di posizioni e respirazioni,  come quelli di Krishnamacharya, uno dei più importanti insegnanti di yoga del XX secolo, il cui modo di insegnare la tecniche dell’Hatha yoga ha fortemente influenzato lo yoga posturale praticato oggi in tutto il mondo.

Frutto di un processo ancora oggi estremamente fecondo, fioriscono numerosissimi stili, molti dedicati al moderno Yoga posturale, alcuni anche con caratteristiche fortemente innovative. Tra gli Yoga più recenti  Anusara Yoga, Vinyasa Yoga, Power Yoga, Yin Yoga e altre pratiche, talune tanto originali quanto di discutibile omogeneità con lo Yoga delle fonti originarie: Yoga della Risata, Acroyoga, Yogaarte, ecc…

Alcuni di questi stili e scuole usano le varie tecniche (posturali, respiratorie, meditative, vibrazionali, ecc…) per sostenere percorsi di sviluppo del benessere dell’individuo, rafforzandone le varie componenti fisica, energetica, emotiva e mentale.

La pratica viene finalizzata al raggiungimento di obiettivi particolari (scioltezza, forza, salute…) che, in un percorso di Realizzazione completa, come prima detto, sono solo tappe intermedie, funzionali al cammino verso la condizione finale di Realizzazione di una condizione trascendente.

Questi orientamenti condividono con lo Yoga delle origini l’intenzione di affrontare la sofferenza migliorando gli stati d’animo, le condizioni psico fisiche, la capacità di controllo e gestione delle risorse personali.

Mentre, però, gli insegnamenti delle fonti originarie indicano la necessità di trascendere l’individualità e reintegrarsi in una dimensione onnicomprensiva per affrancarsi dalla sofferenza connaturata all’individualità, diversi percorsi moderni e contemporanei si limitano a proporre un benessere incentrato sul miglioramento e il rafforzamento delle condizioni individuali, non tenendo conto della necessità di perseguire la Realizzazione di una dimensione onnicomprensiva, condizione trascendente assolutamente urgente e ineludibile per lo Yoga delle fonti citate.

Ignorando l’obiettivo finale dei percorsi dello Yoga delle origini, cioè la capacità di abbandonarsi e perdersi (samadhi) riunendosi al flusso della vita, essi si limitano a sviluppare un benessere individuale inevitabilmente limitato e transitorio, consolidando anzi l’abitudine al senso di separazione dall’altro.

Rafforzando l’individuo queste pratiche spesso piuttosto rafforzano l’ego, aumentando la distanza tra il praticante e ciò che lo circonda e costituiscono di fatto un ostacolo all’unione dell’individuo  con la vita e il fluire in essa.

Spesso generano edonismo e narcisismo, che alimentano senso di superiorità del praticante nei confronti degli altri, ma soprattutto non eliminano il problema di fondo, cioè il riproporsi ciclico della sofferenza.

La mancanza di un reale interesse all’aspetto spirituale dello Yoga ha fatto si che in molte scuole contemporanee la figura dell’insegnante si è spesso trasformata da guida spirituale, che condivide con l’allievo un percorso verso una dimensione universale, a professionista del benessere personale e l’insegnamento della disciplina stessa è sovente sottoposta al prevalere di criteri commerciali di business, piuttosto che portata a privilegiare l’aspetto di comune evoluzione spirituale.

Lo Yoga così oggi spesso tende dunque a diventare una attività professionale accreditata da organizzazioni inevitabilmente autoreferenziali, in quanto non esiste una autorità universalmente riconosciuta, le cui attività sono guidate in primo luogo dagli aspetti commerciali e di business.

5.2 Lo Yoga, unità e diversità

Le definizioni dello Yoga sono molteplici, da quelle che lo considerano un percorso di ricerca spirituale a quelle che lo intendono come attività fisica benefica; numerose sono le scuole e gli stili, che spesso si autoproclamano interpreti autentici di questa disciplina.

Le concezioni di questa disciplina, infatti, variano infatti da quelle mistiche e ascetiche che lo intendono come percorso di ricerca spirituale a quelle che lo assimilano ad una attività fisica analoga alla ginnastica o a una terapia di tipo fisioterapico, fino a quella del Ministero dello Sport indiano del settembre 2015, che riconosceva lo Yoga come sport, accanto al calcio, al nuoto e agli scacchi, riconoscimento però durato solo 14 mesi perché nello Yoga “non sono possibili le competizioni”!

Anche le tecniche praticate sono tra le più diverse: posizioni, respirazioni, meditazioni, canti e attività di devozione a divinità, che possiamo trovare anche combinate tra loro.

Nel loro diffondersi esse hanno dato vita a una grande diversità di metodi, frutto della grande duttilità degli insegnamenti, della loro capacità di adattamento alle specifiche condizioni personali, ai diversi temperamenti e attitudini individuali, nonché al mutare delle condizioni sociali, storiche e geografiche.

Le numerose trasformazioni e innovazioni hanno persino alimentato il dubbio che esista un solo Yoga, piuttosto che tanti Yoga, peraltro non facilmente accomunabili tra loro; ciò a dispetto del significato maggiormente condiviso che viene attribuito al termine Yoga, che è “unione”.

Tale situazione rende importante, seppure non facile, cercare di fare chiarezza al riguardo e giustifica la ricerca di riferimenti comuni alle varie interpretazioni, che rendano possibile il dialogo e la condivisione tra gli interessati.

La grande varietà dei percorsi esistenti rende però problematica la risposta alla ricerca di una definizione condivisibile; scorrendo l’evoluzione di questa disciplina, piuttosto che affermare l’esistenza di una antica disciplina chiamata Yoga sembra più corretto dire che alcuni esercizi fisici, respiratori e meditativi, praticati spontaneamente nel corso della ricerca umana, sono stati successivamente raggruppati e catalogati in sistemi diversi.

Dunque, grazie alla ricerca spontanea di alcuni uomini, sono state inizialmente elaborate tecniche fisiche, respiratorie, meditative, energetiche, vibrazionali e devozionali; questo patrimonio di esperienza pratica e concettuale è stato organizzato in percorsi differenti, alcuni dei quali chiamati Yoga; essi trovano tutti la loro origine in teorie e tecniche nate per contrastare la sofferenza e sviluppare benessere. Questi insegnamenti si sono poi diffusi nel mondo e sono stati anche rielaborati a seconda delle varie esigenze o utilizzati, anche parzialmente, per dare vita a nuove discipline.

In conclusione, si può anche definire lo Yoga come disciplina unitaria, quale insieme di teorie e tecniche originatesi nel mondo induista, successivamente organizzate in percorsi, scuole e stili diversi, che continuano a proliferare ancora oggi, il cui scopo è combattere il malessere e la sofferenza dell’individuo.

Tra i tanti stili e le tante scuole possiamo però evidenziare una importante differenza e tracciare una importante linea di demarcazione in considerazione della loro finalità; mentre gli insegnamenti che fanno riferimento alle fonti originarie indicano la necessità di trascendere l’individualità e reintegrarsi e fondersi con una dimensione onnicomprensiva per affrancarsi dalla sofferenza connaturata all’individualità, altri percorsi, soprattutto moderni e contemporanei, propongono un benessere incentrato sul miglioramento e il rafforzamento delle condizioni individuali.

Questa distinzione resta valida anche quando questi approcci più recenti considerano l’importanza di un buon rapporto tra l’individuo e gli altri esseri, poiché essi mantengono una dimensione più o meno sottile di dualità, cioè di separazione tra l’io e l’altro, tra l’individuo e la vita nel suo completo manifestarsi.

Al tempo stesso si può evidenziare un elemento caratteristico di questa disciplina, che dovrebbe essere denominatore comune di tutte le scuole e gli stili: lo sviluppo della Consapevolezza

Lo Yoga infatti è comunque un percorso di evoluzione consapevole, che porta a vivere con una visione sempre più chiara di ciò che accade dentro e fuori di noi.

Lo sviluppo della Consapevolezza è un atteggiamento costante, va praticato sempre, sia nell’ambito dello sviluppo psicofisico, di quello mentale e di quello spirituale.

È la base necessaria per una corretta osservazione di ciò che realmente è, presupposto per operare il cambiamento desiderato e comporta una conoscenza via via maggiore delle parti più profonde dell’essere.

Si coltiva impegnandosi a praticare attenzione, concentrazione e attitudine meditativa nel corso delle pratiche e delle tecniche, per poi estendere questo atteggiamento a ogni attività quotidiana.

5.3 Una possibile classificazione

A titolo indicativo possiamo classificare i principali insegnamenti dello Yoga secondo la cronologia della Tabella seguente, le cui datazioni, comunque, sono di non sicura definizione.

TRADIZIONE INDUISTA
Periodo Vedico – Il termine Yoga appare attorno al 1500 a.C. nel più antico testo sanscrito, il RigVeda, il primo dei quattro Veda. In questo contesto assume il significato di disciplinare i sensi e la mente.
Periodo Upanisadico  Il medesimo termine compare in alcuni passaggi delle prime Upanishad, più o meno a metà del I millennio a.C., per indicare una pratica spirituale di meditazione affiancata dal controllo della respirazione.
YOGA EPICO E CLASSICO
Periodo Epico – La Bhagavad Gita, grande poema epico indù, è uno scritto probabilmente databile intorno al I secolo d.C. Tratta delloYogain generale e di alcuni dei suoi percorsi, soprattutto del Karma yoga (Yoga dell’azione), dello Jnana yoga (Yoga della conoscenza spirituale) e del Bhakti yoga (Yoga devozionale); contiene anche riferimenti al Raja yoga (Yoga regale, della meditazione).
Periodo Classico (dei Sutra) – Gli Yogasutra di Patanjali risalgono approssimativamente al III secolo d.C. Questo testo costituisce una pietra miliare nella sistematizzazione dello Yoga. Propone un percorso in otto passi, la cui vetta è costituita dall’attività meditativa.
YOGA POST CLASSICO
Periodo Medievale e Tantra – Dagli insegnamenti tantrici medioevali, che a loro volta affondano le loro radici in insegnamenti vedici, derivano i testi Hatha Yoga Pradipika (XV secolo),  Gheranda Samhita (XVII secolo) e Shiva Samhita (XVIII secolo). Su di essi si fondano diverse scuole basate su pratiche energetiche, tra le quali l’Hatha yoga.
YOGA MODERNO E CONTEMPORANEO
Dal 1800 – Continua a essere coltivata la tradizione legata alla spiritualità, promossa da maestri come Vivekananda e Yogananda, che la diffondono in occidente. In parallelo, prendendo a spunto soprattutto gli insegnamenti incentrati su una visione energetica, si originano stili incentrati sulla pratica di posizioni e respirazioni, ad esempio l’Hatha Yoga, il Viniyoga, oppure discipline successive come il Kundalini yoga. Frutto di uno sviluppo ancora oggi fecondo, nascono e fioriscononumerosissimi stili, molti dedicati al moderno Yogaposturale, alcuni anche con caratteristiche fortemente innovative. Tra gli Yoga più recenti  Anusara Yoga, Vinyasa Yoga, Power Yoga, Yin Yoga e altre pratiche tanto originali quanto discutibili: Yoga della Risata, Acroyoga, Yogaarte, ecc... I collegamenti delle scuole di Yoga moderno e contemporaneo agli insegnamenti epici, classici e post-classici sono da valutare caso per caso.
5.4 Maestri e stili
Lo sviluppo dello Yoga nel mondo moderno comprende sia la tradizione legata alla spiritualità che un filone di insegnamenti di tipo energetico-posturale, a volte combinati anche tra loro.
Numerosissimi coloro che hanno sviluppato e diffuso questi insegnamenti, in oriente e nel resto del mondo.
Aurobindo (Aravinda Ghose 1872-1950) fu fautore di un metodo denominato Yoga Integrale e propugnatore di una ascesa spirituale capace di unire i due poli dell’esistenza, la Materia e lo Spirito, tramite la discesa della luce e del potere dello Spirito nella Materia.
La sua discepola Mère (Mira Alfassa 1878-1973) lo affiancò nella gestione dell’ashram di Pondicherry e contribuì in modo determinante a porre le basi per la costruzione della città di Auroville, che avrebbe dovuto essere un luogo dove uomini e donne di ogni nazione, credo, tendenza politica e razza avrebbero potuto vivere in pace ed armonia realizzando un laboratorio evolutivo di Unità Umana.
Nelle società occidentali la notorietà dello Yoga comincia alla fine del 1800, tramite la traduzione e pubblicazione di libri generalmente a carattere spirituale e i viaggi di alcuni maestri (swami), in particolare Vivekananda e  Yogananda.
Nel 1893 swami Vivekananda (1863-1902), discepolo di Ramakrishna (1836-1886), entrambi ricercatori e maestri spirituali indiani, si recò negli Stati uniti per partecipare al Forum mondiale sulle religioni e quell’evento rappresenta per molti una pietra miliare della diffusione dello Yoga in occidente.
Il messaggio di Vivekananda era rivolto alla ricerca di una Verità comune al pianeta intero. Fu fautore di un nuovo mondo in cui la scienza e la religione avrebbero collaborato, il misticismo si sarebbe combinato con l’umanesimo e l’armonia spirituale avrebbe sostituito il dissenso religioso.
Nel 1946 fu pubblicato il libro Autobiografia di uno Yogi del maestro indiano Paramahansa Yogananda, discepolo di Swami Sri Yukteswar (1855-1936), a sua volta discepolo di Lahiri Mahasaya (1828-1895); il libro di Yogananda, che conteneva numerose indicazioni per la meditazione e le pratiche devozionali, in breve divenne un bestseller e venne tradotto in 18 lingue.
Discepolo di Yogananda fu swami Kriyananda (Donald Walters – 1926-2013) che ebbe importanti responsabilità nella Self-Realization-Fellowship. Lahiri Mahasaya, Yogananda e Kriyananda svilupparono un percorso denominato Kriya yoga.
Molti altri maestri indiani furono protagonisti della diffusione dello Yoga nel mondo, portando differenti elaborazioni degli insegnamenti originari.
Swami Sivananda Saraswati (1887-1963) visse per anni nell’ashram (comunità) di Rishikesh; autore di svariati libri e fondatore di alcune scuole di Yoga; ha ideato la famosa sequenza di asana detta serie Rishikesh; tra i suoi allievi Vishnu-devananda (1927-1993) e swami Satyananda Saraswati (1923 –2009).
Ramana Maharshi (1879-1950) si prodigò a guidare i suoi numerosi allievi nel sentiero dell’indagine sul interiore e verso la Realizzazione, secondo gli insegnamenti dell’Advaita Vedanta.
Kirpal Singh (1894-1974) ha ricoperto il ruolo di Presidente della “Fratellanza Mondiale delle Religioni”, organizzazione comprendente rappresentanti di tutte le maggiori religioni del mondo. Scrisse numerosi libri in campo spirituale, religioso e morale.
Maharishi Mahesh Yogi (1918-2008), famoso anche per essere stato guru dei Beatles e di numerose altre personalità, fu ideatore della cosiddetta Meditazione Trascendentale.
Con una evoluzione parallela, probabilmente anche incentivate dalla presenza in India di pratiche britanniche come Body building ed Educazione Fisica, si svilupparono enormemente e vennero approfonditi svariati sistemi di posture e respirazioni sempre più complessi.
Maestri come swami Kuvalayananda (1883-1966) si concentrarono sui benefici che queste pratiche possono portare alla salute.
Significativo il contribuito di Krishnamacharya (1888-1989)allo studio di posture e pranayamae quello del figlio Desikachar (1938-2016); a loro è da attribuire lo sviluppo dello stile Viniyoga.
Inoltre  Krishnamacharya ha istruito tre discepoli che si sono particolarmente distinti e hanno influenzato la diffusione dello Yoga in occidente: Pattabhi Jois (1915-2009) che ha dato vita all’Ashtanga Yoga, Indra Devi (1899-2002) che si è guadagnata il nome di “First Lady dello yoga” e B.K.S. Iyengar (1918-2014) che ha creato uno stile caratterizzato da una particolare attenzione al dettaglio delle posture e successivamente all’uso di sostegni, appunto chiamato Iyengar Yoga e che molto ha contribuito alla diffusione dello Yoga con la pubblicazione del suo fortunatissimo libro Light On Yoga, del 1966.
Tra i maestri occidentali da ricordare André Van Lysebeth (1919-2004), che fu allievo di swami Sivananda, fondatore della rivista specialistica “Yoga”, e fondatore, insieme a Gérard Blitz dell’Unione Europea di Yoga.
In tempi recenti si ricordano anche maestri come Yogi Bhajan (1929-2004), che ha raccolto e rielaborato gli insegnamenti di Guru Ram Das (1534-1581) e ha diffuso la pratica del Kundalini Yoga (lo Yoga volto a destare l’Energia cosmica dormiente nell’essere umano), Sathya Sai Baba (1926-2011) che ha propugnato l’unità delle religioni e delle discipline spirituali, nonché la fratellanza degli uomini e l’unità di tutte le creature, e Osho Rajneesh (1931-1990), maestro con vasto seguito internazionale; costoro hanno dato vita a rielaborazioni originali di antichi insegnamenti, creando anche comunità di riferimento a volte molto discusse.
È infine doveroso segnalare il fiorire nel mondo moderno di numerosissime scuole e stili.
Alcuni fanno riferimento a insegnamenti dello Hatha yoga, pur sviluppandoli con modalità diverse; tra esse: Anusara yoga, Ashtanga Vinyasa yoga, Bikram yoga, Vinyasa Flow yoga, Power Yoga, Yin yoga.
Altri a insegnamenti meditativi o spirituali sono il Sahaja yoga di Mataji Nirmala Devi e il Bhakti yoga degli Hare Krishna.
Altri, infine, si basano su pratiche decisamente originali, come Yoga della Risata, Acroyoga, ecc…
Le connessioni delle varie scuole di Yoga moderno e contemporaneo con lo Yoga classico e post-classico vanno esaminate e valutate con attenzione, caso per caso.

5.5 Lo Yoga in Italia

Di seguito un quadro riassuntivo di alcuni insegnanti e di alcune associazioni che hanno contribuito alla diffusione dello Yoga in Italia.

I primi insegnanti:

  • Intorno all’anno 1959 Carlo Patrian, pioniere delle discipline orientali, fondò l’Istituto Yoga a Milano.
  • Verso il 1962 Gianni Bonvini fondò un Centro Yoga in Liguria.
  • Nel 1964, Antonio Naim fondò il Centro Yoga di Firenze.
  • Nel 1969 Giorgio Furlan (allievo di Patrian) fondò a Roma l’Accademia Yoga

Associazioni tra le più conosciute:

  • Federazione Italiana Yoga (FIY): Fondata nel 1974 – Associata alla Union Européenne de Yoga
  • European Federation of Oriental Arts (EFOA): fondata nel 1978 a Roma da Roberto Laurenzi e Francoice Bellet
  • Yoga Associazione Nazionale Insegnanti (YANI): Nasce a Milano nel 1999
  • Federazione Mediterranea Yoga (FMY): associazione di insegnanti nasce a Catania nel 2000 (a Roma: Antonio Nuzzo)



L’OBIETTIVO DELLO YOGA

Le fonti dello Yoga, pur con terminologia a volte differente, condividono i temi principali della filosofia induista: l’analisi delle cause della sofferenza, la possibilità di porre termine alla sofferenza realizzando uno stato di coscienza appartenente a una dimensione stra-ordinaria che possiamo definire spirituale, lo Yoga come disciplina che conduce all’emancipazione dalla sofferenza e alla liberazione del praticante, le caratteristiche della realizzazione di tale condizione.

Da ricordare, comunque, che i concetti espressi da tale filosofia non sono di carattere speculativo, ma esprimono il frutto della sperimentazione di stati di coscienza e di conoscenza vissuti per esperienza diretta.

4.1 Le cause della sofferenza

I percorsi dello Yoga affrontano tutti il problema della sofferenza umana e, tramite percorsi differenti, “come i raggi di una ruota che portano tutte al suo centro” (Fuerstein G., Yoga – Teoria e pratica, Milano, SIAD, 1977, p. 37), condividono la stessa meta finale: la liberazione dalla sofferenza (moksa o kayvalia o mukti) e la salvezza dal ciclo delle rinascite (samsara).

Per lo Yoga delle fonti originarie la causa della sofferenza umana è da ricercarsi nel vano tentativo di rincorrere una stabilità continuamente posta in crisi dai continui cambiamenti dovuti all’impermanenza delle situazioni e, soprattutto, perché egli è limitato e destinato a finire, in quanto individuo.

Tale visione ordinaria della vita è frutto però dell’ignoranza (avidya), che si esplicita nell’egoità o senso dell'”io sono” e che consiste nel percepirsi come individui separati dal resto; da ciò derivano comportamenti innaturali e in disarmonia con le situazioni della vita e le conseguenti sofferenze.

Questo modo di percepire la vita è frutto dell’illusione prodotta dal velo esercitato dalla forza ingannatrice dell’illusione (Maya), che può essere svelato con lo Yoga. La fine della sofferenza può avvenire solo a seguito della realizzazione di una condizione trascendente l’individualità; in tale stato di coscienza l’individuo si reintegra con la Vita tutta, con la Realtà Unica onnicomprensiva, della quale è già parte inconsapevole, fino a vivere come spiaggia piuttosto che come granello di sabbia, come mare piuttosto che come onda. Così facendo si realizza una condizione straordinaria che va oltre l’umano e i suoi limiti, si vive in quella che possiamo chiamare una Dimensione Spirituale e si pone fine alla sofferenza.

4.2 La Dimensione Spirituale

In tempi e luoghi differenti del pianeta, diversi uomini hanno sostenuto di avere sperimentato particolari esperienze consistenti nel realizzare stati di coscienza che sconfinano in dimensioni superindividuali.

Tali esperienze non sono semplici da comunicare in quanto la conoscenza che propongono esige l’esperienza diretta e non possono essere pienamente comprese razionalmente.

Fondamentale caratteristica comune di alcune di queste conoscenze è il vissuto di una dimensione totale, unitaria, in cui le manifestazioni e gli eventi della vita sono Uno.

Anche nello Yoga delle fonti originarie viene affermata l’unità di tutte le forme di esistenza, differentemente dalla visione umana ordinaria che fa percepire una moltitudine di esseri separati l’uno dall’altro.

Questa Realtà Unica sopraindividuale comprende quindi tutti i fenomeni in continua trasformazione e movimento nello spazio-tempo infinito, materiali e immateriali; tutto l’esistente è inoltre pervaso da un’essenza onnipresente, una matrice in quiete, priva di requisiti, senza forma, né spazio, né tempo, che tutto contiene e in tutto è contenuta.

La Realtà Ultima è dunque l’insieme di tutto ciò che c’è, c’è stato e ci sarà e di ciò che non c’è, essenza impalpabile come l’aria, non descrivibile se non per negazione (né questo né quello) o con termini che esprimono mancanza di connotati (ad esempio, il Vuoto).

L’essenza senza attributi normalmente non percepita e il mondo manifesto vengono espressi con termini diversi negli insegnamenti delle fonti prima citate: sono lo Spirito e le forme nella Bhagavad Gita, Purusha e Prakriti negli Yogasutra e Shiva e Shakti negli insegnamenti tantrici.

Lo Yoga originario dunque afferma l’esistenza di un’essenza universale, di una Coscienza cosmica, di uno Spirito, inteso quale essenza e comune sostrato che unisce e affratella le infinite manifestazioni dell’esistenza, senza limiti di spazio e di tempo.

Dalla presenza dello Spirito deriva il termine di Spirituale, dove la Spiritualità, così intesa, non ha necessità di appartenere a nessun credo e può essere perseguita sia con percorsi laici o religiosi; lo Yoga nasce, per l’appunto come strumento di ricerca spirituale, di conoscenza della Dimensione Spirituale.

La conoscenza, per esperienza diretta, della Realtà Unica, viene spesso indicata come Illuminazione, uno stato di coscienza, cioè, in cui si realizza che in questa Realtà onnicomprensiva e  Unica tutto viene illuminato dalla stessa luce, la luce dello Spirito, della Coscienza, della Consapevolezza, termini tra loro equivalenti.

L’esperienza diretta della Dimensione Spirituale, come dimensione ultrapersonale si è particolarmente diffusa in oriente dove, nonostante le loro differenze, dottrine come Induismo, Buddismo e Taoismo hanno basato la loro natura più intima su una proclamata universalità, che è affermazione di appartenenza alla Vita nella sua totalità.

4.3 Lo Yoga come strumento di Realizzazione

La Dimensione Spirituale può essere conosciuta e realizzata tramite percorsi di ri-unione (yoga) e re-integrazione con questa dimensione universale, con la Vita nella sua totalità, comprendente l’insieme di fenomeni interdipendenti nello spazio/tempo e lo Spirito.

Lo Yoga è dunque “la via per l’eterno” (Bhagavad Gita), che ha luogo tramite l’unione della dimensione individuale a quella superiore, in questo senso a volte espressa come divina, che non ha limitazioni di forma, tempo e spazio.

Lo Yoga delle fonti originarie è costituito dunque da un insieme di teorie e tecniche organizzate a loro volta in numerosi percorsi; ognuna di queste “vie” si rivolge alle diverse inclinazioni naturali dei praticanti. Le tecniche e gli obiettivi intermedi variano a seconda di ciascuno di esse, ma esse hanno tutte il medesimo obiettivo comune finale: la Realizzazione di una condizione trascendente da parte del praticante, che lo porta a superare i limiti dell’individualità.

Questo è anche il parere di un noto studioso come Mircea Eliade.

 “Eliade è molto chiaro sin dall’inizio su questo punto: lo Yoga, infatti, non è, come purtroppo sembra ormai essere considerato in Occidente, una ginnastica dolce adatta ad anziane signore e non è neppure una disciplina per contorsionisti da baraccone. La parola Yoga – che etimologicamente deriva dalla radice Yuj o Yug, che significa «unire» – è una tecnica di ascesi finalizzata a unire, appunto, l’uomo alla sfera del divino, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo vocabolo. A prescindere dai molteplici tipi di scuole, fondamento di ogni tipo di Yoga è l’idea che l’uomo voglia liberarsi dalla condizione umana per «unirsi», appunto, a una condizione superiore. Ma, come sottolinea lo studioso rumeno, non basta la volontà e neppure lo sforzo dell’individuo per percorrere efficacemente la via dello Yoga: è altrettanto indispensabile la presenza di un maestro, di un guru – parola depotenziata dall’uso profano – che insegni al discepolo come abbandonare il mondo. Inizia così un percorso di lenta e faticosa morte a sé stessi per rinascere a un altro modo di essere, che è quello di una libertà assoluta e incondizionata.

Eliade descrive con grande competenza le varie scuole di Yoga, che corrispondono ad altrettante filosofie, apparentemente diverse ma accomunate dalla medesima visione della vita, intesa come condizione di «ignoranza dello spirito», che è la causa della «schiavitù dell’anima» e quindi «fonte delle sofferenze senza fine della vita umana». Il fine dello Yoga, e di ogni altra dottrina e filosofia indiana, è liberarci dalla sofferenza, dal male di vivere.(da un articolo di Luca Gallesi, pubblicato il 25/04/2019 su Il Giornale.it. che parla di un libro di Mircea Eliade su Patanjali e lo Yoga – Edizioni Mediterranee, collana «Orizzonti dello Spirito»)

A questa modalità di coscienza ultra-individuale (trascendente l’individualità) si perviene con la pratica della tecnica finale che accomuna i vari percorsi delle fonti originarie citati: il samadhi, cioè la capacità di “perdersi” come individuo; le altre tecniche e i relativi risultati sono perciò preparatori e funzionali al samadhi.

A seguito del samadhi, o, per meglio dire degli ultimi stadi di samadhi, si scivola in una dimensione onnicomprensiva in cui tutto è illuminato dalla stessa luce, quella dello Spirito; si può dire pertanto che lo Yoga è una disciplina spirituale: tende cioè alla conoscenza dello Spirito, il Sé più intimo e profondo di ogni essere.

4.4 La condizione di Realizzazione

A seguito della conoscenza dello Spirito si può vivere nella Consapevolezza universale; tale condizione è chiamata Realizzazione.

Qualunque “via” il praticante segua, una volta pervenuto alla condizione di Realizzazione, si stabilisce nel Sé più intimo, centro di quiete che gli consente di vivere nel “qui ed ora” dell’eterno presente di una esistenza non più definita e quindi in-finita.

Centrati nella quiete interiore si trova stabilità e si vive in pace l’impermanenza di ogni situazione e le continue trasformazioni dell’esistenza. Con lucidità ci si esprime in sintonia con ciò che  si vive, utilizzando la capacità di ricostruire un nuovo equilibrio al continuo mutare delle condizioni; si cerca di praticare ciò che è bene e di evitare ciò che è male.

Sì fluisce nella corrente della vita, in naturale armonia con il corso degli eventi, insieme e in unione con coloro che sono venuti prima e con quelli che verranno dopo, diventando un cittadino dell’universo e godendo della gioia di partecipare al viaggio dell’esistenza con beatitudine consapevole.

In questa condizione il praticante non lega più la propria soddisfazione al raggiungimento di alcuna condizione particolare, non necessita più di raggiungere alcun obiettivo. Centrato nella pace dello Spirito vive le continue trasformazioni dell’esistenza con serenità. La vita è una serie di esperienze da vivere con sacralità. “Non c’è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada” (Buddha). 

Si vive una serenità con la quale si accetta con il dovuto distacco la realizzazione delle proprie aspettative o il loro fallimento, accogliendo comunque ciò che succede, pur senza rinunciare ad affrontare e cercare di risolvere i problemi che inevitabilmente si presentano di continuo nella vita.

Nella Realizzazione si vive una sensazione di appagamento indipendente dal successo sociale e materiale e dal raggiungimento di qualsiasi ulteriore obiettivo, una serenità con la quale si può godere  di ciò che è piacevole, ma anche affrontare le difficoltà, consapevoli dell’alternarsi naturale di situazioni gradite e sgradite, senza esaltarsi nei momenti favorevoli e deprimersi in quelli sfavorevoli.

In tale condizione si è soddisfatti di quello che si è e di quello che si ha, seppur si continua ad evolvere, in unione con gli altri esseri.

Certo, la ricerca di appagamento è stata spesso fraintesa come passività e disinteresse per qualsiasi miglioramento della vita, ma, nella sua più evoluta interpretazione, questa condizione, piuttosto che una acquisizione definitiva, determina una condizione dinamica e attiva di continuo rinnovamento, che non mortifica, ma anzi sottolinea la naturale tendenza umana all’attività. Nella quiete interiore ci si può infatti sviluppare con la più ampia consapevolezza e rinnovare di continuo.

Anche la condizione di Realizzazione viene raggiunta tramite percorsi che mirano a sviluppare determinate condizioni e dunque tramite obiettivi da raggiungere che si susseguono nel tempo, ma, una volta terminato il percorso, cessa la necessità di ogni ulteriore progresso.

Nella Realizzazione, dunque, il valore principale è rappresentato dalla stabilità di una condizione di equanimità (stato d’animo imperturbabile) e di tranquillità; la serenità che in questo modo si ottiene induce una soddisfazione ben più profonda dell’eccitazione prodotta da una felicità effimera o da un piacere momentaneo, destinato inevitabilmente ad alternarsi con situazioni e momenti di sofferenza.




LE VIE DELLO YOGA DELLE FONTI

Nella Bhagavad Gita sono descritte soprattutto la via dell’azione (Karma yoga), quella  della conoscenza (Jnana yoga), quella della devozione e dell’amore (Bhakti yoga); in misura minore parla della pratica meditativa (Raja yoga).

Negli Yogasutra il sentiero dello Astanga yoga.

Dal Tantrismo derivano numerosi percorsi; tra i più noti quelli con forte pratica di posture, come, ad esempio, l’Hatha yoga.

3.1 Karma Yoga

È la via della giusta azione.

Tutti gli uomini compiono continuamente azioni, ma esse sono dovute all’interazione tra le forze della natura e l’individuo non ne è l’artefice principale.

La giusta azione consiste nello svolgere il proprio compito, qualunque esso sia, anche umile, portandolo fino in fondo come meglio si può. Il benessere è dato dall’agire in armonia con le situazioni, interpretando senza indugio il proprio ruolo.

Nella giusta azione non c’è attaccamento al risultato, sia che si agisca sia che non si faccia nulla. Questo atteggiamento produce pace e contentezza.

Nella giusta azione non c’è dovere, né guadagno personale, o desiderio di portare a termine piani egoistici.

Il desiderio personale è il nemico a causa del quale gli uomini sconsiderati agiscono esclusivamente in base al loro egoismo; gli uomini saggi, invece, agiscono per il bene di tutti; sono di esempio e di ispirazione, operano senza turbare chi invece è attaccato al frutto delle azioni.

Il sacrificio di se stessi, dei propri interessi e attaccamenti rende pura l’azione disinteressata.

Compiendo la giusta azione non si è legati dal karma e si può persino combattere con l’animo in pace, poiché si compie il proprio compito senza interesse personale; si raggiunge il fine supremo: la liberazione dagli effetti dell’azione.

3.2 Jnana-yoga

È la via della conoscenza, quale conoscenza spirituale. Consiste nel non fermarsi alla conoscenza delle forme impermanenti dell’esistenza, ma invita ad andare dal temporaneo all’Eterno, dalla dualità alla Totalità, raggiungendo la conoscenza della Verità Eterna: l’Uno che comprende le forme e lo Spirito, il campo e il conoscitore del campo.

La conoscenza non è dunque l’osservanza dogmatica delle scritture, né il sapere degli eruditi, motivato dall’orgoglio personale, ma quella che deriva dal praticare l’unione con il Tutto, come parte di esso.

Chi perviene alla conoscenza supera ogni dubbio e tentennamento, vive la Verità  superando le scritture e persino i Veda.

3.3 Bhakti Yoga

Il Bhakti yoga è lo Yoga della devozione e dell’amore verso Dio, che personifica una dimensione totale, indescrivibile con ogni concetto e dunque più facile a essere rappresentata nelle forme delle varie divinità. Questa dimensione, nella Bhagavad Gita, viene identificata in Krishna.

Il bhakta yogi cerca di andare oltre la separazione della dualità, verso l’unione con la divinità e dunque realizzare lo Yoga, l’unione, attraverso l’Amore da cui origina tutto ciò che esiste.

L’Essere supremo, Dio, al quale il devoto cerca di relazionarsi fino ad unirsi attraverso il sentimento religioso (religo = lego insieme), è dunque Amore Assoluto. Pertanto, solo quando un uomo trova in sé questo amore diventa eternamente beato, eternamente felice. Il Divino siede allora nel suo cuore e da lì il bhakta yogi guarda ogni aspetto dell’esistenza. Per lui, l’amore è un sentimento totale nei riguardi della vita e non limitato a singole cose o persone; egli vede il Divino in ogni luogo, persona ed evento della vita, sia piacevole che spiacevole. È una persona serena ed in pace, vive in armonia con la natura ed è pieno di amore e compassione verso tutti gli esseri viventi.

Anche se il bhakti yoga dunque è generalmente identificato con la devozione verso una divinità, questa via può essere condivisa anche da chi non è religioso, praticando amore verso tutte le creature e tutte le manifestazioni della Vita.

3.4 Raja yoga

È la via della meditazione. Con la pratica costante e il non attaccamento agli istinti, ai desideri e ai pensieri la mente si quieta; si ottiene gioia, appagamento, pace.

Si padroneggia la vita interiore, si ottiene la liberazione da ogni schiavitù e in libertà si è in armonia con ogni situazione.

La meditazione viene trattata in modo più completo e organico nello Yogasutra di Patanjali.

3.5 Astanga yoga

L’Astanga yoga è un percorso in cui, tacitata l’attività mentale e quindi non più distratti dai turbini provocati dalla sua incessante attività (vrittti) e dalle identificazioni che questa induce, il praticante esplora la sua interiorità, fino alla conoscenza della Realtà.

L’essere umano, infatti, elabora le sue percezioni sensoriali in funzioni cognitive che scaturiscono dai vortici mentali (citta vrtti), dà nome e forma (dunque esistenza definita e particolare) ai fenomeni che originano dall’energia cosmica prakrti.

Il mondo illusorio delle forme che conosciamo ha origine da questo processo di creazione mentale. L’io stesso viene originato tramite concettualizzazioni. Lo Yoga pertanto consiste nel fermare le attività della mente e lasciare emergere il Veggente. Quando invece la mente è attiva il veggente si identifica con ciò che l’attività mentale produce.

Per sopprimere l’attività mentale bisogna esercitarsi costantemente e non fermarsi a stati intermedi, per quanto interessanti e piacevoli, fino a raggiungere l’obiettivo finale.

Lo Yoga preliminare

Il percorso di liberazione può essere realizzato praticando le otto parti dell’Astanga yoga; in aggiunta al percorso degli otto passi Patanjali fornisce altre due pratiche preliminari: la necessità di rischiarare la mente rimuovendo gli ostacoli che la distraggono e la pratica del Krya yoga.

Rischiarare la mente

Per rischiarare la mente Patanjali indica sia alcuni ostacoli, sia alcuni ausilii che consistono in atteggiamenti e tecniche quali quelle legate al respiro, all’attivazione dei sensi superiori, alla pratica di stati di coscienza sereni o luminosi, all’aiuto che si ricava fissandosi su coloro che sono liberi dall’attaccamento, all’acquisizione di conoscenza derivante dai sogni o dal sonno senza sogni e dalla meditazione, che può essere esercitata su qualsiasi cosa.

La mente si può anche rischiarare coltivando gli atteggiamenti dell’amicizia  nei riguardi della felicità, della compassione nei riguardi della miseria, della lietezza nei riguardi della virtù e dell’indifferenza nei riguardi del vizio.

La mente viene distratta da una situazione di sofferenza del corpo (malattia), dall’incapacità prolungata o abituale di partecipazione o di interesse (apatia), dalla incredulità sulla validità del percorso e degli insegnamenti (dubbio), dal trascurare le indicazioni della disciplina (negligenza), dalla tendenza all’inerzia e alla pigrizia (indolenza), dal trascurare la ricerca interiore per perseguire interessi del mondo esterno materiale, dal crearsi aspettative non realistiche piuttosto che attenersi ai fatti (illusioni), dal non rafforzare adeguatamente uno stadio del processo(non-attingimento di uno stadio), dal non sapere permanere a sufficienza in una condizione per volubilità (instabilità).

Una condizione di distrazione della mente viene evidenziata dai sintomi quali il dolore mentale, la disperazione, il nervosismo e la difficoltà di respiro.

Il Krya yoga

Patanjali indica la pratica del Krya yoga (che consiste in austerità, studio di sé e rassegnazione all’Isvara) quale strumento per attenuare i Klesa, cause della sofferenza, e realizzare il samadhi, tecnica finale dell’Astanga yoga.  La pratica del Krya yoga piuttosto che come pratica solo preliminare agli otto passi va intesa come atteggiamenti che accompagneranno tutto il percorso

L’austerità è capacità di autodisciplina senza la quale ci si disperde e indebolisce, lo studio di sé è lo studio di ciò che porta alla conoscenza del Sé profondo e la rassegnazione all’Isvara consiste nel sapere fluire in armonia agli eventi con abbandono fiducioso verso ciò che è più grande di noi: Dio, la Vita. I tre elementi del Krya yoga saranno ripetuti come parte di Niyama, il secondo degli otto passi dell’Astanga yoga.

Le otto parti dello Yoga

Il percorso dello Yogasutra si realizza praticando le otto parti (anga) dell’Astanga yoga, tra loro complementari; esse sono:

1) e 2) yama (astinenze) e niyama (osservanze), prescrizioni di tipo morale, che servono a stimolare comportamenti e atteggiamenti favorevoli per il prosieguo del percorso e la pratica degli stadi superiori. Yama comprende: astenersi dalla violenza, dalla falsità, dal furto, dall’incontinenza dalle passioni e dall’avidità; Niyama osservare purezza, appagamento, austerità, studio di se, e abbandono alla divinità (Isvara);

3) asana (posizioni) idonee per praticare la meditazione;

4) pranayama (controllo dell’energia attraverso il respiro) per migliorare i flussi del corpo energetico, stimolare il rilassamento, il controllo emotivo e mentale e la concentrazione interiore. Con la padronanza del respiro si possono praticare utilmente gli ultimi tre stadi dell’Astanga yoga;

5) pratyahara (ritrazione sensoriale), fase nella quale il praticante ritrae i sensi dagli stimoli esterni e dirige la sua attenzione verso il suo interno, per conoscere le parti più profonde;

6), 7) e 8) dharana (concentrazione), dhyana (meditazione) e samadhi (contemplazione o estasi). Sono fasi del processo di controllo mentale con il quale il praticante, dopo aver quietato le attività mentali coscienti, si orienta a osservare le componenti più intime tramite la conoscenza intuitiva (buddhi) che scaturisce dall’attività meditativa.

Delle otto parti menzionate, le prime tre costituiscono le ricerche esteriori, pranayama e pratyahara le ricerche interiori, i tre stadi del samyama sono gli strumenti della ricerca dell’anima: il praticante guarda interiormente alla ricerca dell’Io più intimo, del Sé di ogni essere.

La ricerca dell’Astanga yoga si realizza non come un percorso lineare che consiste nel compiere in successione gli otto passi, ma come una loro pratica ciclica e continuativa, fino alla liberazione finale (Kaivalya).

Per arrivare a questo risultato è necessario non farsi attrarre dai vari poteri che si possono acquisire quale conseguenza dei vari stati meditativi.

3.6 Hatha yoga

Il termine hatha vuol dire forza, energia; l’Hatha yoga si propone il controllo e la manipolazione dell’energia.

Secondo la Yogasikha Upanisad il termine Hatha è formato dalle due sillabe Ha (sole) e tha (luna), espressioni delle due correnti energetiche di destra e sinistra (Ida e Pingala) della forza vitale (prana) che circola nel corpo sottile (Prana Shakti).

L’Hatha Yoga ha una visione unitaria dell’essere basata su una concezione energetica, secondo la quale tutto ciò che esiste è una manifestazione di energia vitale (prana), che è la forza sottile che sottende a ogni forma di vita.

Anche l’essere umano è costituito da un campo di energia sottile, che forma il “corpo pranico” o energetico o “astrale”. Egli vive assorbendo prana dal cibo, dall’aria, dall’acqua, dal sole, dalla terra tramite la pelle, la bocca, la lingua e il naso.

Quanto più una unità vivente è in una situazione di buona salute, tanto più il suo corpo energetico sarà delineato, forte ed armonioso.

La pratica dell’Hatha yoga dona longevità e benessere a chi lo pratica con regolarità, perché mira a sviluppare una buona circolazione energetica e conseguentemente una buona condizione psicofisica.

Ancora più importante è la considerazione che questo percorso può aiutare a raggiungere le vette meditative: tramite l’osservazione diretta delle percezioni sensoriali che derivano dall’ascolto del corpo si mira a interrompere la verbalizzazione e la concettualizzazione, e attivare modalità di conoscenza non logiche e razionali, sviluppando atteggiamenti meditativi propri del Râja-Yoga.

Mi inchino al Primo Maestro Shri Âdinâtha, dal quale provenne la scienza dello Hatha-Yoga, che splende come una scala per colui che vuole raggiungere le vette del Râja-Yoga. (Hatha Yoga Pradipika I.1.).

La sua pratica può essere utile per tutti coloroche sono impegnati in qualsiasi forma di Yoga.

Le principali pratiche e tecniche dell’Hatha Yoga consistono in prescrizioni di carattere generale (dieta, luogo e tempo adatti alla pratica, ecc…), pratiche di purificazione fisica del corpo (Shat Karman), posizioni (Âsana) che mirano a stabilizzare il corpo, Mudrâ (gesti simbolici) e Bandha (tecniche di controllo dell’energia), esercizi di controllo dell’energia attraverso il respiro (Prânâyâma), atteggiamento meditativo.

Il corpo di energia

Il corpo umano è visto come un microcosmo che rispecchia il macrocosmo universale. Esso viene visto come un corpo di energia (corpo pranico o astrale).

Secondo la tradizione yoga, il corpo astrale comprende i canali energetici o nadi attraverso cui scorre il prana e i centri di raccolta e distribuzione di energia, chiamati chakra (o loti o nodi).

I tre canali più importanti si trovano lungo l’asse cerebro-spinale e sono Sushumna (il canale centrale situato dentro la colonna spinale), Ida e Pingala, (canali laterali che si trovano ai lati della spina dorsale). Ida e Pingala costituiscono le polarità positive e negative, lunare e solare. Ida fluisce per la narice sinistra e Pingala per la narice destra. Tutte le nadi partono dal Kanda, zona del perineo, tra l’ano e i genitali.

I chakra sono centri energetici preposti allo svolgimento delle funzioni vitali; i sette più importanti sono disposti lungo sushumna nadi:

  1. Muladhara – è situato alla base della colonna spinale, nel perineo, zona posta tra l’origine dell’organo di riproduzione e l’ano.
  2. Svadhishthana –   è situato alla radice dell’organo di riproduzione.
  3. Manipura – è situato nella regione dell’ombelico.
  4. Anahata – è situato nella regione del cuore
  5. Vishuddha – è situato alla base della gola.
  6. Ajna – è situato nello spazio tra le due sopracciglia
  7. Sahasrara – è situato in cima alla testa

L’Hatha yoga, per i praticanti più evoluti, ha una finalità mistica, intesa cioè a rivelare il mistero della vita, realizzandola come manifestazioni diverse e in continua trasformazione di un’unica Energia; esso infatti mira a riunire energia individuale e Universale.

Infatti, nel chakra più basso (muladhara), situato tra i genitali e il perineo, è situata una energia cosmica dormiente, chiamata Kundalini, avvolta a spirale e spesso rappresentata come un serpente arrotolato. Dopo aver purificato il corpo pranico o astrale, questa energia, che può essere attivata con particolari tecniche, comincia a salire lungo susumna ed attraversa i sette chakra, portando il praticante a livelli di consapevolezza diversi da quelli abituali.

Quando essa raggiunge il loto dai mille petali al centro della testa (sahasrara), il praticante vive un livello di consapevolezza sopraindividuale (samadhi), si uniscono l’energia individuale e l’energia infinita, cessa l’attività mentale, si realizza l’unione del Sé individuale e del Sé supremo.

Viene raggiunta la liberazione da ogni vincolo di tempo, spazio e causalità: si conosce l’Energia suprema, che non è altro che la Coscienza pura. Si è liberi dal karma.

Come una porta si apre facilmente con la chiave, così lo Yogi, con l’Hatha-Yoga, apre la porta della liberazione per mezzo di Kundalinî. (Hatha Yoga Pradipika III 105)

Il controllo dell’energia Kundalini è anche oggetto specifico di un’apposita disciplina denominata Kundalini Yoga.

3.7 Le vie dello Yoga – Tabella riassuntiva

Nella successiva tabella vengono riassunti i percorsi finora trattati, descritta la loro finalità e le loro principali tecniche.

Percorso Realizzazione (finalità) Tecniche principali (mezzi)
Karma yoga – Yoga dell’azione Agire in sintonia con ogni situazione della Vita, compiendo la giusta azione. Pratica in tutte le attività quotidiane
Jnana yoga – Yoga della conoscenza Vivere nella Realtà unitaria della Conoscenza Spirituale (Spirito + forme) Studio, riflessione, meditazione
Bhakti yoga – Yoga della devozione Riunirsi alla divinità che rappresenta l’Uno, per mezzo dell’amore Culti devozionali, preghiera, canti, mantra
Raja Yoga Yoga della meditazione Realizzare l’unione tra il soggetto e l’oggetto dell’attività Tecniche di meditazione
Astanga Yoga Yoga degli 8 passi Vivere la Realtà indifferenziata centrati nella pura Consapevolezza Otto passi dello Yoga
Yoga dell’energia (Hatha, Kundalini yoga, ecc…) Congiungere energia individuale ed universale asana, pranayama, krya (purificazioni), mantra, ecc…



ORIGINE E FONTI DELLO YOGA

2.1 Il contesto induista

Il contesto in cui si sviluppa lo Yoga è quello dell’India, paese del quale sono stati coniati stereotipi riduttivi come quello di una civiltà statica e ostile al progresso, esclusivamente rivolta alla vita con atteggiamenti spirituali, di ricerca interiore, con un atteggiamento culturale contrapponibile a quello occidentale, aperto, evoluto e rivolto alla comprensione e manipolazione del mondo materiale.

In realtà l’India è piuttosto un coacervo di possibilità di espressioni in campo religioso e politico, fortemente caratterizzata dalla possibilità di convivenza di idee religiose e costumi sociali diversi, una realtà complessa e spesso persino contraddittoria, i cui aspetti sono spesso difficili da definire in termini unitari.

Nel subcontinente indiano si sviluppa il vasto fenomeno “filosofico-religioso” dell’induismo, termine che probabilmente deriva dal nome con cui i persiani chiamavano coloro che abitavano dall’altra parte del fiume Indo.

Più avanti nel tempo il termine induismo fu usato per indicare un insieme di credenze e di pratiche all’interno delle quali è particolarmente forte, e quindi difficile da separare, il legame tra filosofia e spiritualità. È tipico della cultura indiana, infatti, un approccio alla realtà di carattere unitivo e di integrazione dei vari aspetti, piuttosto che di separazione e distinzione.

Le concrete manifestazioni dell’induismo si manifestarono in un gran numero di sistemi religiosi e non, comprendenti la pratica dei riti più svariati; esse hanno dato vita sia a credenze semplici ed ingenue, sia a speculazioni filosofiche estremamente sottili, con le quali si è cercato di comunicare alcune esperienze umane e le conseguenti interpretazioni e spiegazioni del mondo, degli animali, delle piante, degli astri, fino al senso generale dell’esistenza.

In questo contesto nacquero migliaia di anni fa teorie e tecniche pratiche, finalizzate a contrastare la sofferenza ed il dolore e quindi sviluppare benessere e una vita migliore.

Queste teorie e tecniche hanno dato vita a un gran numero di sistemi sia religiosi che laici, i cui insegnamenti furono inizialmente tramandati in modo orale e solo successivamente per iscritto.

2.1.2 Le fonti dell’induismo

Il complesso e multiforme mondo induista, che ha influenzato profondamente la vita sociale e culturale dell’India, trova i suoi più antichi riferimenti ed insegnamenti nei Veda, antichissime raccolte scritte di testi sacri, nei quali confluiscono le precedenti conoscenze dei Purana, cronistorie di carattere mitico e cultuale sulla natura del mondo. Il termine Veda (dalla radice sanscrita vid = sapere, conoscere) significa letteralmente “conoscenza” e indica la esperienza diretta della suprema conoscenza spirituale. I quattro Veda, divinamente rivelati ai Rishi, considerati veri e propri veggenti, sono detti possedere nityatva, cioè “validità senza tempo”, poiché i loro contenuti esprimono verità universalmente valide.

Anche attraverso un processo che ha uno dei suoi più importanti tratti caratteristici nel sorgere di un maturo impulso filosofico volto a conoscere e capire il mondo andando oltre l’adorazione delle divinità, l’essenza dei Veda venne riversata nelle Upanisad. Queste sono scritture sacre, che sviluppano, commentandolo, il contenuto filosofico e pratico dei Veda. Il termine Upanisad deriva dal sanscrito: upa (vicino), ni (sotto) e shad (sedersi), ossia “sedersi vicino” (ad un guru, o maestro spirituale), suggerendo l’azione di ascolto di insegnamenti spirituali.

Il contenuto dei Veda e delle Upanisad viene anche definito come Sruti, termine che indica il corpo di conoscenze rivelate al principio dei tempi e trasmesse oralmente dalla casta sacerdotale dei brahmani. La Sruti rappresentava la fonte più autorevole dell’induismo.

Probabilmente la minaccia derivante dal sorgere di scuole ritenute eterodosse rispetto alla conoscenza induista tradizionale, come il Buddhismo e il Giainismo, rese necessaria l’adozione di una sistematizzazione in grado di ufficializzare l’insegnamento induista ortodosso.

Nascono così i darśana (specchi di percezione spirituale), sei metodi che esprimono, da punti di vista diversi, la tradizione ortodossa: Samkhya (metafisica), Yoga (ascesi), Vaishesika (fisica atomistica), Nyaya (logica), Purvamimamsa (esegesi), Uttara-mimamsa o Vedanta (mistica di Shankara)

Lo Yoga è il quarto dei sei darshana; la sua più nota espressione è costituita  dagli Yogasutra di Patanjali (III secolo d.C. circa), che propongono un percorso meditativo denominato Astanga yoga (Yogadalle otto membra). Caratteristica degli Yogasutra, basato sostanzialmente sui principi teorici del Samkhya, è la notevole presenza di tecniche pratiche a carattere meditativo.

Oltre a confluire nei sei darshana, le conoscenze della Sruti vengono riprese da alcuni racconti popolari e raccolti in grandi poemi epici, quali, il Ramayana e il Mahabarata, al cui interno si trova il famoso poema indiano della Bhagavad Gita (I secolo d.C. circa), che vuol dire Canto del Beato Signore; questo testo ha carattere sostanzialmente religioso.

In tempi più tardi si sviluppano i Tantra, testi che descrivono insegnamenti per la manipolazione e il controllo dell’energia, che fanno riferimento a concetti quali l’energia vitale (prana) e i canali energetici (nadi), già presenti nei Veda e nelle Upanisad. Il contenuto degli insegnamenti tantrici è raccolto in diversi scritti, tra cui Hatha Yoga Pradipika (XV secolo),  Gheranda Samhita (XVII secolo) e Shiva Samhita (XVIII secolo).

Il panorama innanzi descritto non esaurisce, ovviamente, l’immenso patrimonio di scuole al quale lo Yoga può fare riferimento, ma certamente ne rappresenta parte fondamentale.

Da tenere presente infine, che la cronologia delle fonti scritte dell’induismo precedentemente citate è di difficile e incerta definizione e ha suscitato innumerevoli discussioni tra gli studiosi.

2.2 Il termine yoga

Nelle scritture precedentemente citate, al termine yoga sono stati attribuiti significati diversi.

Nel Rig-Veda, il primo dei Veda, il termine yoga aveva il significato di “giogo”, intendendo che l’uomo deve “aggiogare se stesso come un cavallo disposto ad obbedire”, disciplinando i sensi e la mente.

Tale significato viene ripreso nelle Upanisad, scritture induiste successive ai Veda, in cui lo Yoga ha precipuamente carattere di pratica di meditazione, affiancata dal controllo della respirazione.

Nella Bhagavad Gita assume il significato di unione o comunione con la divinità e lo Yoga è descritto come un insieme di percorsi aventi come scopo l’”unione” con la divinità,  che rappresenta la Vita nella sua totalità.

Negli Yogasutra lo Yoga è definito come la cessazione delle attività mentali, che porta alla liberazione dalla sofferenza.

In generale il termine Yoga in India, almeno in origine, è stato usato per designare una moltitudine di insegnamenti teorici e pratici per l’auto-sviluppo e per la liberazione dalla sofferenza e dal ciclo delle morti e delle rinascite; i molteplici significati ad esso attribuiti non sono in grado, però, da soli, a fornirci una indicazione univoca e risolutiva e ciascuno di essi è da considerare nei relativi contesti.

Da tenere anche presente che la parola ‟Yoga‟ è impiegata per designare sia il fine (la nuova condizione che scaturisce dalla realizzazione dell’obiettivo finale), sia i mezzi (le tecniche impiegate per raggiungerla); la stessa radice “yuj”, oltre che “unione”, significa infatti anche tecnica, metodo, disciplina.

2.3 Principali fonti dello Yoga

2.3.1 Bhagavad Gita

La Bhagavad Gita (BG) narra di una battaglia tra l’esercito del guerriero Arjuna e quello nemico, nelle cui fila si trovano suoi maestri, parenti e conoscenti.

Il poema si apre mostrando l’angoscia del guerriero Arjuna, in profonda crisi perché paralizzato dai dubbi. Il suo malessere è generato dal conflitto causato dal pensare di dover combattere parenti, amici, maestri, figure alle quali è legato da ricordi e sentimenti di affetto e riconoscenza e dal pensare che questi valori andrebbero dissipati in una lotta fratricida, che non potrebbe in nessun modo apportare benessere e pace; d’altra parte costoro hanno usurpato il regno che gli spetta. É manifesta dunque una forte contraddizione tra il ricordarli come personaggi positivi e il loro più recente comportamento sfociato nella violenza dell’usurpazione.

Viene messo in luce, dunque, come i cambiamenti della vita possano fare entrare in contrasto l’attaccamento a persone, idee e valori che abbiamo interiorizzato come positivi e la necessità di combatterli quando, in un quadro mutato, osserviamo che hanno assunto una valenza negativa.

Ciò intende mostrare come le nostre convinzioni, non più adatte a rappresentare nuove situazioni provocate dai cambiamenti delle situazioni, possano provocare un contrasto che immobilizza e provoca sofferenza e siano necessari una chiara visione della realtà e un atteggiamento aderente ai mutamenti avvenuti.

Se apparentemente la Gita tratta dunque della storia di una guerra fratricida per la conquista di un regno, l’aspetto sostanziale e profondo è centrato sul conflitto interiore che investe Arjuna e che si manifesta in forma di dialogo tra il guerriero e il suo auriga, la divinità Krishna, che lo guida alla comprensione e valutazione degli eventi della vita e lo invita a risolvere i suoi dubbi per mezzo dello Yoga. Al tempo stesso Arjuna e Krishna possono essere anche viste come due componenti della stessa persona, quella umana e quella divina.

La BG, di solito tradotta con “Canto del Beato Signore”, viene anche chiamata “Vangelo dell’India”; vuole essere una guida al benessere e alla soluzione dei conflitti interiori per mezzo della comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male. Il bene è frutto della visione della parte divina, cui viene assegnata capacità di guida.

Le riflessioni contenute nella BG i suoi insegnamenti sono ancora oggi di grande utilità e fonte di ispirazione. “Quando i dubbi mi ossessionano, quando le delusioni mi guardano in faccia, e non vedo uno spiraglio di speranza all’orizzonte, mi rivolgo alla Bhagavadgītā per trovare un verso che mi conforti; e immediatamente nel mezzo del dolore schiacciante inizio a sorridere. Coloro che meditano sulla ‘Gītā riceveranno ogni giorno rinnovata gioia e nuovi concetti.”  (Gandhi)

Questa opera celeberrima ha il pregio da una parte di disegnare un filo comune tra gli insegnamenti originati dal Vedanta (darshana che raccoglie la dottrina che tratta della conoscenza filosofica dei Veda e delle Upanishad) e dall’altra di descrive alcune vie particolari (marga) che conducono l’uomo all’obiettivo finale di questi insegnamenti: la reintegrazione (unione = yoga) con una realtà sovraindividuale e trascendente, la Realtà Ultima, che comprende tutte le realtà particolari; essa è svelata nel poema dalla divinità Krishna.

Il poema esprime una ricerca di soluzione dei dubbi esistenziali possibile a compiersi per mezzo di percorsi riconducibili allo Yoga  e indica il rapporto tra alcune importanti “vie” dello Yoga e la disciplina nel suo complesso.

I percorsi descritti nella Gita sono principalmente Karma yoga (lo Yoga dell’azione), Jnana yoga (lo Yoga della conoscenza spirituale) e Bhakti yoga; (lo Yoga devozionale) in misura minore si parla di Yoga meditativo (Raja yoga), solo un piccolo accenno a tecniche di controllo del respiro, nessun riferimento alla pratica di posture.

Nei diciotto capitoli della BG vengono trattati, seppure in modo non ordinato e sequenziale, alcuni dei principali temi della filosofia yoga, di seguito esposti.

L’illusione del dualismoDi fronte alla disperazione di Arjuna, Krishna lo invita a non dare eccessiva importanza a ciò che è impermanente, come dolore e piacere, vita e morte; essi sono transitori e pertanto è necessario accettare il loro alternarsi. Ma soprattutto lo esortata a superare la visione illusoria della vita, quella dualista, per raggiungere la conoscenza dello Spirito eterno, che dimora nei corpi.

Lo SpiritoLo Spirito è l’essenza di ogni manifestazione dell’esistenza; è invisibile, eterno, immutabile, indistruttibile, onnipresente. Nell’uomo lo Spirito è il Sé interiore, la sua conoscenza è il fine supremo.

Le formeDallo Spirito nascono le infinite forme di esistenza e gli infiniti mondi, che continuamente si creano e si dissolvono nei cicli cosmici. Gli uomini percepiscono le differenti forme e le loro qualità, senza riuscire a scorgere lo Spirito che è in tutte le forme.

Il TuttoL’insieme di ciò che è (tutte le forme dell’esistenza) e ciò che non è (lo Spirito) costituisce l’eterno Tutto, la Realtà Ultima: una dimensione unitaria e onnicomprensiva. La conoscenza dell’insieme delle forme (il campo) e del conoscitore del campo (lo Spirito) costituisce la vera conoscenza.

Il praticante lo Yoga, attraverso uno dei percorsi descritti nella Gita, supera l’illusione della separazione e della dualità, fino a realizzare la conoscenza della Realtà Ultima, del Tutto, dell’Uno; l’integrazione/unione con il Tutto porta a dimorare nell’eternità, in una dimensione senza tempo.

Lo Yoga è dunque “il sentiero per l’eterno”, un percorso che, se praticato con determinazione, porta alla Saggezza e alla libertà. È un cammino di armonia e equilibrio; ogni passo compiuto in questa direzione apporta benessere duraturo.

Molteplici sono i percorsi per procedere verso l’unione a una dimensione trascendente, rappresentata nella Gita da Krishna, che ha ugualmente a cuore i praticanti di tutte le vie. In questo poema sono descritte soprattutto la via dell’azione (Karma yoga), quella  della conoscenza (Jnana yoga), quella della devozione e dell’amore (Bhakti yoga); in misura minore parla della pratica meditativa (Raja yoga).

Tutte le vie portano allo stesso risultato; esse sono accomunate dal sacrificio: dell’interesse personale a favore della giusta azione (Karma yoga), delle conoscenze particolari per la conoscenza del Tutto (Jnana yoga), del proprio volere per seguire il volere di Dio e della Vita (Bhakti yoga), dell’attività mentale per vincere l’illusione della dualità e della propria individualità con l’abbandono meditativo (Raja yoga).

Sacrificio e abbandono sono necessari per realizzare una dimensione trascendente l’individualità. Nemico di questo cammino, all’opposto, è il desiderio egoistico, in contrasto con le esigenze della situazione.

Per avanzare verso la realizzazione spirituale è importante praticare le qualità e le virtù che portano nella direzione del divino (trascendenza dalla dimensione individuale) e abbandonare quelle che allontanano da esso, inducendo verso il demoniaco (rafforzamento dell’ego).

Le qualità divine donano la liberazione. Esse sono: assenza di paura, purezza di cuore, perseveranza nell’apprendimento spirituale e nella pratica yoga, generosità, equilibrio interiore, spirito di sacrificio, studio delle sacre scritture, austerità, integrità morale; non violenza, amore per la verità, tolleranza, capacità di rinuncia, serenità, avversione per la maldicenza, simpatia verso tutti gli esseri, assenza di avidità, gentilezza, modestia, tranquillità; energia, generosità, saldezza morale, purezza, buona volontà e assenza di orgoglio.

Le qualità demoniache portano alla schiavitù. Esse sono la disonestà, l’arroganza, la vanità, la collera, come pure la rigidità e l’ignoranza, contraddistinguono l’uomo nato per la dannazione.

2.3.2 Yogasutra

È un testo composto da 196 sutra (o aforismi), brevi frasi particolarmente indicate per la trasmissione orale e l’apprendimento; lo studio dei sutra va necessariamente completato con le pratiche meditative, per una esperienza diretta degli stati di coscienza non ordinari che vi sono descritti.

Lo Yogasutra è diviso in quattro sezioni (Pada):

1. Samadhi Pada tratta della natura dello yoga e della sua tecnica più importante: il Samadhi.

2. Sadhana Pada comincia ad esporre la pratica e prepara allo yoga superiore. Può essere divisa in due parti: la prima, che contiene la filosofia dei Klesa (l’origine della sofferenza), spiega l’importanza della pratica dello yoga nella vita umana; la seconda descrive le prime cinque parti dello Astanga yoga (Yoga dagli otto passi o dalle otto membra)

3. Vibhuti Pada può essere anch’esso diviso in due parti: la prima tratta delle ultime tre parti (pratiche meditative) dell’Astanga yoga; la seconda delle capacità o poteri (vibhuti) che si possono acquisire con la pratica meditativa.

4. Kaivalya Pada parla della liberazione (kaivalya) che viene conseguita al termine del percorso dell’ Astanga yoga.

Da un punto di vista teorico lo Yogasutra condivide la visione filosofica del Samkhya, dottrina ateistica alla quale Patanjali però aggiunge la presenza di Ishvara, il dio personale, reggitore dell’universo. Oltre l’aspetto speculativo, lo Yogasutra presenta aspetti operativi di grande interesse, consistenti in tecniche pratiche, dettagliatamente esposte.

Di seguito sono esposti i temi principali contenuti nell’opera di Patanjali.

Purusha e PrakritiPer lo Yogasutra, così come per il Samkhya, l’esistenza è costituita dall’elemento spirituale (Purusha) e la materia impersonale (Prakriti).

Purusha è il principio spirituale, eterno, cosciente e immutabile, onnipresente e dunque insito anche nell’uomo, ne costituisce la sua natura più intima: è colui che vede e percepisce ogni cosa (il Veggente).

Prakriti è la natura in tutte le sue differenti forme (materiali e immateriali). É ciò che viene percepito attraverso i sensi e concettualizzato per mezzo dell’attività mentale. Nasce dall’azione dei tre guna (Sattva, Rajas e Tamas), le forze che danno vita alle manifestazioni dell’esistenza.

L’identificazione che ordinariamente si ha di Purusha, l’unità di coscienza universale che è in ogni essere ed è il vero soggetto di ogni percezione e conoscenza, con le manifestazioni dell’esistenza (prakrti) determina la convinzione dell’esistenza di individui distinti e separati; ciò è frutto una condizione di ignoranza (Avidya) che causa la sofferenza umana.

Si può distruggere l’Avidya sviluppando la capacità di discriminazione della verità (Viveka), con la pratica di un percorso che conduce alla liberazione del Veggente tramite un processo di separazione e quindi disidentificazione tra  Purusa e prakrti.

L’obiettivo ultimo dell’Astanga yoga è dunque quello di isolare, attraverso un cammino introspettivo, il Purusha, il Sè più intimo di ogni essere, pura Coscienza, e, centrandosi in esso, di raggiungere così la liberazione.

Conosciuta tale Realtà è necessario continuare a dimorare in essa, evitando il ritorno al precedente stato di coscienza individuale.

I KlesaCon la teoria dei Klesa (miserie) Patanjali analizza ciò che produce il disagio, la sofferenza e le miserie della vita: è l’ignoranza (avidya) che consiste in una falsa visione della Realtà per cui si pensa di essere individui separati dal resto dell’esistente. Dal percepirsi come individui (l’io sono, l’egoità e dunque la dualità: io-altro da me) derivano attrazioni e repulsioni personali (ciò che piace e ciò che non piace) e il forte attaccamento alla vita.

L’individuo, dunque, cerca di raggiungere e ripetere ciò che gli procura piacere e rifuggire da ciò che non gli piace. Ciò può indurre ad azioni forzate e inadeguate, non consentendo di sviluppare i comportamenti più appropriati alle varie situazioni.

Alla percezione di una esistenza individuale è ovviamente connaturato anche il forte attaccamento alla vita e la paura che questa abbia termine, che porta anch’essa a adottare atteggiamenti innaturali, impedendo il fluire degli eventi ed il loro  naturale svolgimento.

Per chi ha sviluppato la capacità di discriminazione (distinzione tra ciò che è corretto e ciò che non lo è, ciò che è vero e ciò che non lo è), tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, alimentano in realtà il ciclico ripetersi della sofferenza.

Infatti gli eventi della vita cambiano di continuo sconvolgendo ogni equilibrio faticosamente raggiunto. Ciò provoca un sistematico scostamento tra il tentativo di riferimento a una visione stabile della realtà e il suo continuo cambiamento e rende  impossibile trovare quiete.

Sorgono così costantemente conflitti che causano sofferenza per l’inevitabile disarmonia tra le conoscenze, le tendenze e i desideri dell’individuo e il continuo mutare del mondo fenomenico, in cui nulla è permanente.

In conclusione, secondo la teoria dei Klesa, tutte le esperienze, sia piacevoli che penose, sono in realtà penose per chi abbia sviluppato la facoltà di discriminazione; solo la nostra illusione di essere individui separati dalla vita, frutto dell’ignoranza, ci fa desiderare esperienze che comunque finiranno, provocando il riproporsi ciclico della sofferenza.

É necessario porre termine a questa dinamica  che provoca il ripetersi ciclico della sofferenza praticando il metodo dell’Astanga yoga.

Il KarmaIl Karma esprime la legge di causalità tra gli eventi: ogni attività comporta una conseguenza. Alla percezione dell’individualità è legato il karma personale, che determina le esperienze della vita presente e futura, la loro qualità e quantità. Esse possono provocare gioia o dolore, se determinate rispettivamente dalla virtù o dal vizio.

Per lo yogi che vince l’ignoranza non esiste più karma positivo e negativo. Egli si libera dalle conseguenze del karma. Per gli altri il karma continua ad alimentare conseguenze piacevoli o spiacevoli o di entrambe le specie.

L’effetto del karma consiste nel manifestarsi spontaneo delle tendenze rispondenti alla situazione; esse scaturiscono dalle impressioni (vasana) che vengono memorizzate nel corso delle esperienze della vita. La relazione di causa ed effetto è da sempre legata ai meccanismi vitali e produce il desiderio di vivere, connaturato all’esistenza.

La memoria delle impressioni e il conseguente legame di causa effetto ha termine quando  termina la causa che le determina, cioè l’ignoranza.

La LiberazioneAl termine del percorso il purusha (il Veggente, lo Spirito trascendente) rimane fondato nella sua natura reale che è pura Consapevolezza e la prakṛti si riassorbe avendo terminato il proprio compito: cessano così le distinzioni del mondo fenomenico, si consegue la liberazione (kaivalya) dalle sofferenze della vita (Klesa).

2.3.3 Tantrismo

Gli elementi fondanti della filosofia del tantrismo sono diffusamente esposti nel primo capitolo della  Shiva Samhitâ, dove la divinitàIshvara esordisce affermando che lo Yoga è la via che porta alla verità e alla conoscenza.

Tale conoscenza non è di tipo intellettuale, ma basata su esperienze concrete che conducono alla visione (Vidyâ) di una realtà unica, lasciando scomparire la molteplicità di forme che ordinariamente percepiamo attraverso i sensi.

Lo scopo dello yoga è quello di consentire al soggetto di liberarsi dall’illusione (Mâya) a causa della quale il soggetto, a causa dell’ignoranza (Avydia), percepisce sé stesso come entità distinta dal resto delle cose, realizzando una visione reale (Vidyâ) dell’esistenza, tramite esperienza personale diretta, non intellettuale.

L’universo come appare è frutto di illusione (Mâyâ) ed è regolato dalle leggi del Karma, principio di causa-effetto che condiziona ogni cosa osservabile tra gli uomini e che genera il ciclo delle rinascite (samsara).

Tutto ciò che esiste nasce dalla Coscienza Cosmica, unica vera realtà permanente. Quando l’uomo conosce il Sé, la sua parte più intima, vede che esso è parte della Coscienza Universale.

Allora l’uomo vince l’ignoranza, finisce di vedere tutte le cose come molteplici e separate, perde la propria individualità tramite il samadhi (stato di coscienza che comporta l’abbandono della propria individualità), che è lo scopo ultimo dello Yoga; allora il mondo, come prima conosciuto, non esiste più.

Realizzare questa condizione comporta la fine della sofferenza, che deriva dall’illusione egoistica (Ahamkâra), a causa della quale il soggetto si percepisce come entità limitata, isolato dalla vita universale, sottoposto ad esigenze a volte contrastanti con quelle della situazione in cui si trova e inevitabilmente destinato a finire.

L’uomo che ha conseguito la chiara visione della Realtà realizza la Liberazione (Kayvalia o Moksa) dalla sofferenza prendendo rifugio nel principio da cui ha origine tutto l’universo: la Coscienza, lo Spirito, unica cosa non limitata, non temporanea, sempre stabile e uguale a se stesso.

A conclusione del capitolo Ishvara parla di Shiva e di Shakti che, nelle immagini di due divinità, l’una maschile e l’altra femminile, simboleggiano i due principi polari dell’universo, allorché dallo stato quiescente dell’Uno, dimensione onnicomprensiva, si passa alla manifestazione fenomenica; 

Per il tantrismo l’universo è formato da Shiva che è la Coscienza, l’aspetto spirituale, la Realtà Assoluta unica e onnipervadente l’universo da cui emana il mondo, il padre di tutte le cose e da Shakti, la compagna di Shiva, l’Energia, l’aspetto materiale, naturale, concreto, dell’universo. Far ricongiungere l’Energia col suo Autore conduce a tornare all’unità originaria indifferenziata, tirarsi fuori dal mondo fenomenico, liberarsi dal doloroso ciclo delle rinascite (samsara).

Tutte le creature sono il frutto dell’unione di Shiva e di Shakti, rappresentati da una simbologia profondamente impregnata di aspetti sessuali.

Dall’approccio energetico degli insegnamenti tantrici derivano numerosi percorsi, compresi quelli vibrazionali, come la recita dei mantra, suoni particolari che tendono a mutare lo stato di coscienza del praticante.

Allo stesso filone energetico possono essere ricondotti gli yoga posturali, una delle forme di Yoga più conosciute e praticate in occidente tramite diversi stili, quali ad esempio l’Hatha yoga.




Yoga e benessere

1.1 La ricerca del benessere

L’esistenza dell’essere umano viene stimolata da alcune pulsioni primarie che ne determinano parte importante dei bisogni, dei desideri e delle attività.

Come gli altri viventi, l’uomo ha innanzitutto l’impulso alla sopravvivenza individuale e della specie; da esso originano le funzioni fisiologiche essenziali, legate al funzionamento dell’organismo, quali l’alimentazione, la respirazione, la minzione, la defecazione, la copulazione.

In secondo luogo egli è mosso dal principio di piacere che lo induce a ottenere la soddisfazione immediata dei suoi bisogni e conseguentemente una condizione emotiva e psicologica di gratificazione; ne deriva anche il desiderio di ripetere analoghe esperienze. L’altro aspetto di questo principio consiste, ovviamente, nel cercare di evitare il dispiacere, che provoca dolore, tanto che questo impulso viene anche chiamato principio di piacere-dispiacere.

Il processo evolutivo, inteso come sviluppo mentale, sociale e culturale, dovuto all’interazione con gli altri esseri e l’ambiente,  induce nel tempo l’uomo a comprendere l’importanza di rinunciare a volte alla gratificazione subitanea per ottenere successivamente vantaggi più importanti, in considerazione di una valutazione più ampia nel tempo degli effetti delle sue azioni, tramite la previsione delle possibili conseguenze.

Prende così corpo il principio di realtà, che consiste nel posticipare o rinunciare al desiderio di piacere immediato per conseguire un obiettivo più favorevole alle condizioni di vita.

Parallelamente allo sviluppo di società e stili di vita sempre più complessi, la ricerca di una condizione positiva dà vita a concetti complessi come quelli di Felicità, Salute, Qualità della vita.

Non è facile districarsi tra questi termini, perché il significato di queste parole varia nelle situazioni in cui sono usate; possono ad esempio essere specificati da diversi punti di vista (economico, sociologico, psicologico, ecc…), oppure valutati a seconda dei differenti contesti storici, sociali e culturali.

Può essere utile analizzarne alcune loro diffuse accezioni e i differenti aspetti che essi considerano, nonché successivamente alcuni meccanismi che essi producono.

1.2 Una buona vita

Come detto, esistono  nell’ambito della società occidentale diversi approcci che esprimono l’intento di realizzare gratificazione, qui raggruppati sotto il termine di benessere (= stare bene). Le diverse declinazioni del benessere vanno dalle proposte degli antichi filosofi greci alla Dichiarazione di indipendenza americana, in cui è scritto che la felicità è un diritto inalienabile, fino agli attuali concetti di Felicità, Salute e Qualità della vita.

La felicità viene a volte intesa come un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo piacevole e positivo conseguente alla soddisfazione di specifici desideri e bisogni, ma a questo termine vengono anche associati significati più vasti, che fanno riferimento alla soddisfazione derivante da una valutazione generale della vita, come nel caso di Fordyce, studioso di Psicologia Positiva, che individua i 14 fondamentali della felicità, caratteristiche che contraddistinguono le persone felici da quelle che non lo sono e che possono essere appresi e migliorati per essere più felici.

Alcuni di questi principi sono inerenti agli aspetti comportamentali delle persone, ovvero ciò che fanno concretamente per raggiungere il proprio benessere; altri sono cognitivi, ovvero riguardano i pensieri che favoriscono i comportamenti ritenuti importanti per determinare una condizione di felicità.

  1. Essere più attivi e tenersi occupati: investire le energie in attività coinvolgenti e piacevoli incrementa i sentimenti positivi e la soddisfazione personale.
  2. Passare più tempo socializzando: le persone più soddisfatte e felici hanno una buona vita sociale, in particolare se instaurano relazioni profonde e intime.
  3. Essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato: cercare di raggiungere obiettivi e mete cui si dà valore favorisce la soddisfazione personale.
  4. Organizzarsi meglio e pianificare le cose: l’efficienza personale aumenta la soddisfazione, mentre procrastinare spesso deprime o induce sentimenti negativi come il senso di colpa.
  5. Smettere di preoccuparsi: la felicità di una persona aumenta quando diminuiscono i pensieri negativi e le persone felici si preoccupano molto meno della maggior parte della gente.
  6. Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni: le aspettative difficilmente realizzabili o poco realistiche portano a frustrazione e delusione, al contrario vanno ricercate quelle più adatte alle nostre risorse e potenzialità, che diventeranno così più probabili da realizzare, favorendo soddisfazione e felicità. È utile dunque conoscere le proprie risorse e i propri limiti, in modo da domandare alla vita quello che si ha la capacità di ottenere.
  7. Sviluppare pensieri ottimistici e positivi: il pensiero positivo e l’ottimismo spingono a mettersi in gioco e ad agire, favorendo così la possibilità di realizzare i propri obiettivi; se pensiamo di poter realizzare qualcosa, siamo anche invogliati a darci da fare e questo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere ciò che desideriamo.
  8. Essere orientati al presente: pensare troppo al passato o al futuro, sia in positivo che in negativo, allontana dalle nostre risorse presenti, mentre stare invece più sul “qui e ora” aiuta a dare valore ad ogni giorno e a godere delle opportunità quotidiane.
  9. Lavorare ad una sana personalità: accettare noi stessi per quello che siamo, sia con pregi che con difetti e nel caso lavorare su aspetti di noi che non ci soddisfano, questo favorisce una buona immagine di sé; è necessario conoscersi, accettarsi, essere se stessi e volersi bene.
  10. Sviluppare una personalità socievole: avere relazioni sociali, soprattutto con persone che ci rinforzino positivamente, aiuta la propria autostima, oltre ad aumentare la probabilità di conoscere persone significative per la nostra vita.
  11. Essere se stessi: essere autentici e non “modificarsi” per piacere agli altri, in quanto questo genera ansia.
  12. Eliminare sentimenti negativi e problemi: accumulare pensieri e sentimenti negativi (rabbia, senso di colpa, risentimento, senso di inadeguatezza) porta a una condizione di infelicità.
  13. I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità: è importante però che questi siano basati sul piacere e non sul bisogno per colmare un vuoto, altrimenti si crea solo una dipendenza dall’altro. Le relazioni tra persone felici si fondano sul piacere e il rapporto è espressione di pienezza, non di mancanza.
  14. Considerare la felicità la priorità numero 1: considerare la felicità una priorità nella vita di tutti i giorni e il suo raggiungimento come la maggior occupazione della vita è fondamentale per ottenerla.

Anche il concetto di Salute ha assunto ormai una dimensione globale che coinvolge non solo fattori economici e/o professionali, ma anche aspetti psico-fisici, mentali, sociali e spirituali. Da tener presente, in proposito, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato nel 1948 che la Salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”.

Essa si ottiene quando gli individui sviluppano e mobilitano al meglio le proprie risorse, in modo da soddisfare prerogative sia personali, sia esterne.

Secondo il sociologo americano Laurence Wylie, la salute è vista come “l’adattamento perfetto e continuo di un organismo al suo ambiente” (1970); la chiave “adattativa” introduce così il concetto di equilibrio, in base al quale la salute non è uno “stato” ma una condizione dinamica di equilibrio, fondata sulla capacità del soggetto di interagire con l’ambiente in modo positivo, pur nel continuo modificarsi della realtà circostante.

Il concetto di Qualità della Vita (QdV), inizialmente più collegato ad aspetti in maggior parte materiali ed economici, ha assunto oggi una valenza multidimensionale e fa riferimento al complesso dei fattori che determinano condizioni di vita di benessere complessivo, considerato in relazione all’ambiente, al livello culturale, al rapporto tra individuo e mondo esterno e a ogni altro aspetto della vita personale e collettiva.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito il concetto di Qualità della Vita  come la percezione che le persone hanno della propria collocazione nella vita, in riferimento al contesto culturale, al proprio sistema di valori, ai propri obiettivi, alle aspettative e agli interessi. Si riferisce quindi allo stato di salute fisico e psicologico di ogni singolo individuo, al livello di indipendenza, alle relazioni sociali, alle credenze personali e al rapporto con il proprio ambiente di vita. Si evince quindi come la Qualità della Vita sia un concetto del tutto soggettivo, proprio di un determinato contesto. La Qualità della Vita denoterebbe quindi il modo in cui ogni individuo sente e vede soddisfatti i propri bisogni e la possibilità di raggiungere la felicità e realizzazione personale, a prescindere dal proprio stato di salute e dalle condizioni sociali ed economiche.

Sempre secondo  l’OMS ci sarebbero sei ambiti principali a cui fa riferimento la Qualità della Vita:

  • ambito fisico: come per esempio stanchezza, stress, energia;
  • ambito psicologico: riferito ad esempio agli stati d’animo e sentimenti;
  • livello di indipendenza: per esempio lavoro, mobilità, disoccupazione;
  • relazioni sociali: che favoriscano un buon supporto sociale;
  • ambiente: per esempio l’accessibilità ai vari servizi, tra cui quelli sanitari;
  • credenze personali: per esempio sulla spiritualità, sul senso della vita.

I concetti considerati in precedenza suppongono dunque che il benessere si possa ottenere raggiungendo alcuni obiettivi che, intimamente legati tra loro, prendono in considerazione numerosi aspetti della vita.

Tali obiettivi possono essere materiali ed immateriali, comportamentali e cognitivi, oggettivi (misurabili) e soggettivi (la cui valutazione è affidata soprattutto al singolo individuo), nonché in funzione del rapporto tra l’individuo, la società e l’ambiente.

Ciò che accomuna quanto esposto in precedenza è evidentemente la convinzione di poter migliorare la propria condizione, modificando la situazione di partenza per raggiungerne una più soddisfacente nel suo complesso.

1.3 La via della pace

I modelli del benessere  precedentemente esposti hanno avuto grande diffusione in tutto il mondo; essi presentano però un aspetto particolarmente problematico che nasce dal desiderio di cercare di conseguire benessere tramite il raggiungimento di obiettivi specifici gratificanti.

Innanzitutto non sempre riesce di conseguire gli obiettivi prefissati, anche in caso di corrette valutazioni iniziali, per l’intervento di altri fattori non dipendenti dalla propria volontà; ciò causa spesso sofferenza e frustrazione.

Se raggiunti, comunque, tali obiettivi a volte non rispondono esattamente alle aspettative iniziali,  provocando così la delusione dovuta al constatare la differenza tra le aspettative e la loro concreta, reale attuazione; questo causa delusione.

Ma anche in caso di sufficiente rispondenza alle aspettative e di un adeguato livello di gratificazione, un po’ di tempo dopo il raggiungimento di quanto desiderato, spinti dal desiderio di conseguire nuovo piacere, si riparte inevitabilmente per raggiungere nuovi traguardi, legando sempre al domani, un tempo futuro, la nostra aspettativa di felicità completa; questo meccanismo determina una certa dose di insoddisfazione del presente, a cui sembra sempre mancare qualcosa.

Infine, quando si concretizza qualcosa di desiderato ci si sforza di mantenerlo a qualsiasi costo, anche quando la situazione cambia ed esso non risponde più alle mutate esigenze; anche questo atteggiamento che si può definire di “attaccamento” può diventare motivo di tensione e di contrasto interiore e con l’esterno.

Tutte questi meccanismi, in ultima analisi, costituiscono possibili fonti di insoddisfazione e malessere, così come l’aspettativa di una felicità pressoché ininterrotta e non disturbata da momenti critici di malessere e sofferenza, che, prima o poi, la vita inevitabilmente propone.

Caratteristiche diverse ha invece un’altra ricerca umana, sviluppatasi soprattutto in oriente, che, piuttosto che cercare lo sviluppo del benessere attraverso la gratificazione e la sua ripetizione, si è concentrata sulla possibilità di eliminare la sofferenza. Esemplari, al riguardo, gli orientamenti di dottrine quali l’Induismo e il Buddismo.

La differenza tra lo sviluppo del benessere, attraverso un cammino di miglioramento con un progresso lineare e continuativo nel tempo e l’eliminazione della sofferenza è tutt’altro che banale. Molte ricerche che per comodità chiameremo orientali, ma presenti anche in occidente, hanno sottolineato la transitorietà e l’impermanenza di ogni situazione e il continuo mutamento delle condizioni di vita, che naturalmente riguarda anche il succedersi ciclico di benessere e malessere, considerate dunque due facce della stessa medaglia, intrinsecamente legate con continua, inevitabile alternanza. Piuttosto dunque che cercare di implementare il benessere ci si è chiesto se era possibile, e come, liberarsi da questa ciclicità e conseguentemente dalla sofferenza.

Frutto di questa ricerca la scoperta della possibilità per l’uomo di trovare stabilità in una pace che va al di là del benessere e del malessere, in una condizione che consiste nel centrarsi in uno stato di quiete interiore, con la quale affrontare con serenità d’animo l’alternarsi delle diverse situazioni.

Questa acquisizione appartiene soprattutto, anche se non esclusivamente, alla realizzazione di quella che può essere chiamata una Dimensione Spirituale, che consiste in un particolare stato di coscienza, di cui si tratterà più avanti.

In tale condizione si può vivere con gioia, senza bisogno di legare la propria felicità al raggiungimento di obiettivi particolari, ma assaporando ogni momento con pienezza e consapevolezza e affrontando con serenità e lucidità i problemi posti dalla vita. Senza rinunciare a progettare obiettivi gratificanti, ma ancor più coltivando la quiete interiore.

Lo Yoga è, per l’appunto, una disciplina che nasce con l’obiettivo di realizzare tale Dimensione Spirituale: una via per la Pace. Ciò è evidente almeno per quanto riguarda le sue formulazioni originarie.