La felicità nel Buthan

L’esigenza di una migliore qualità di vita, da non misurarsi semplicemente in quantità di beni, è già avvertita da tempo: già nel 1968 Bob Kennedy scrisse che il Pil «misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

In conseguenza della crisi degli ultimi anni, molti stati danno vita oggi a tentativi di misurazione del benessere che non si limitino ai dati economici del PIL (Prodotto Interno Lordo). In Italia, ad esempio, è stato pubblicato nel 2013 il primo Rapporto sul Benessere Equo e Solidale (BES), a cura del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) e dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT). Questa iniziativa, volta a sviluppare indicazioni sullo stato di salute del Paese al di là del PIL, si è basata sul monitoraggio dei seguenti indicatori:

 

  1. Salute
  2. Istruzione e formazione
  3. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
  4. Benessere economico
  5. Relazioni sociali
  6. Politica e istituzioni
  7. Sicurezza
  8. Benessere soggettivo
  9. Paesaggio e patrimonio culturale
  10. Ambiente
  11. Ricerca e innovazione
  12. Qualità dei servizi

 

Un esempio di particolare interesse è quello del Buthan, un paese povero sull’Himalaya con meno di 700.000 abitanti, considerato tra i primi paesi al mondo per livello di felicità. È stato il primo paese ad aver sostituito la valutazione del PIL (prodotto interno lordo) con l’indice di felicità nazionale (felicità interna lorda, FIL), ritenendo che per una buona vita sia necessario uno sviluppo economico equo e sostenibile, in cui la crescita si traduca in benefici sociali per i cittadini; la conservazione dell’ambiente naturale; la difesa e la promozione dell’identità culturale; un buon governo che garantisca la stabilità istituzionale e sociale.

Da sottolineare, infine, che il FIL ritiene che lo sviluppo benefico della società umana abbia luogo quando lo sviluppo materiale e spirituale procedono fianco a fianco completandosi e rinforzandosi l’un l’altro.