Yoga, filosofia e verità

L’umanità ha sempre manifestato il bisogno di una visione generale dell’universo che possa permeare tutti gli aspetti della vita, che gli consenta anche di affrontare eventi e situazioni terribili come quelle legate al dolore e alla morte, attraverso una comprensione della realtà che sia espressione di una verità incontrovertibile, espressa razionalmente e che tutti possono capire e criticare. Nell’antica Grecia, in un momento generalmente riferito ai presocratici nasce dunque la filosofia come ricerca di verità, spiegazione dei fenomeni (il Tutto ed il nulla, il principio di tutte le cose, l’essere ed il non essere…).

È però facilmente osservabile che nella storia della cultura occidentale si sono succedute, una dopo l’altra, numerose spiegazioni della realtà, mostrando quanto sia difficile mantenere un riferimento concettuale costante, una “filosofia”, che ben si adatti al mutare delle situazioni.

Ciò che l’uomo chiama realtà, in senso onnicomprensivo, ha dimostrato finora di potere offrire una quantità di significati potenzialmente infiniti, tanto più numerosi quanto più si moltiplicano le conoscenze.

Qualsiasi descrizione l’uomo voglia darne, prima o poi, risulta inadeguata; chi perviene a questa consapevolezza può ipotizzare non solo di “non sapere”, ma anche di “non poter sapere”, una volta per tutte, una verità assoluta ed immutabile, senza che questa consapevolezza implichi la rinuncia allo sviluppo di nuove conoscenze e al contributo che queste possono apportare alla soluzione dei problemi che inevitabilmente scaturiscono dall’incessante movimento della vita.

Le risposte ad ogni quesito contengono anche affermazioni tra loro del tutto contraddittorie, dovute ai differenti punti di vista, che legano ogni spiegazione ad una particolare prospettiva, ed ai livelli di esperienza e di comprensione personale, nonché alla situazione cui si riferiscono.

In conseguenza di quanto sopra è svanita l’idea della filosofia come sapere in grado di fornire l’idea di una conoscenza totale del mondo basata su fondamenti inconfutabili e persino la fiducia nella capacità di pervenire ad una verità certa, poiché l’evidenza stessa può essere considerata non come segno della verità, ma prodotta da abitudini e convenzioni sociali.

La complessità, la specializzazione e la numerosità dei saperi comportano difficoltà sempre crescenti di ridurre tutto ad un’ unica matrice. Sembra dunque terminato senza successo il tentativo di trovare una verità comprensibile e dimostrabile a tutti attraverso la ragione e tramite la ricerca di un principio comune a tutte le cose.

L’incertezza e la transitorietà di qualsiasi conoscenza, che rendono potenzialmente insicuro, nel tempo, qualsiasi paradigma, non è il solo problema che si presenta nel cercare di definire una visione generale della conoscenza. Di ostacolo a tale ricerca è anche il timore di una posizione imperialistica che potrebbe assumere una qualsiasi fonte di conoscenza, una dottrina o disciplina, parte di un tutto come le altre, nei confronti delle altre fonti di conoscenza, qualora essa gestisca una visione generale del sapere.

Pur condividendo, però, l’idea che una filosofia non possa organizzare con certezza il sapere umano, si può pur sempre esplorare l’ipotesi di adottare un modello filosofico che affronti e superi i problemi sopra esposti, un punto di vista che è parte in un tutto e che, dichiarando con chiarezza la prospettiva dalla quale si muove, possa utilmente essere usato per fornire una visione di vita aderente alle conoscenze finora raggiunte e utilmente impiegato per supportare un’ulteriore evoluzione dell’esperienza umana.

Partendo da tali presupposti, può essere assunto un modello filosofico-antropologico utile per la sua funzione strumentale, cioè, usando concetto e termini deweyani, atto «a rendere possibile il prosieguo favorevole dell’azione».

Esso dovrebbe accettare come ricchezza l’esistenza della diversità culturale e valoriale e una pari dignità degli esseri e delle conoscenze, mostrarne le logiche interne, definendone al tempo stesso, il ruolo, la funzione e i reciproci rapporti.

Un tale modello dovrebbe quindi prendere in considerazione i seguenti aspetti:

  • l’impossibilità per l’uomo, per quanto fino ad oggi conosciuto, di pervenire ad una visione della vita dimostrabile con certezza assoluta e valida da ogni punto di vista;
  • l’opportunità di un riferimento generale comune, che sia di riferimento alle attività operative;
  • l’esistenza di una molteplicità di modalità di conoscenza e la loro possibilità di estensione senza un limite prevedibile, nonché la loro appartenenza ad un unico sapere collettivo, frutto della diversità umana, ma anche patrimonio dell’unità della specie;
  • l’opportunità di sviluppare raccordi tra le conoscenze ed i saperi, che, senza annullarne le differenze, si sforzino di trovare i nessi e la reciproca utilità;
  • la disponibilità a ridefinire continuativamente i contenuti dei singoli saperi, nonché dello stesso modello di conoscenza nel suo complesso, conseguentemente alle possibili, nuove, future acquisizioni.

Relativamente a quanto sopra esposto, la filosofia dello Yoga appare di straordinaria modernità. Essa descrive infatti la vita come infinite forme di energia, infiniti esseri ciascuno con il suo punto di vista, ma, al tempo stesso la realtà di un’unica esistenza che tutti li abbraccia: tale realtà comprende qualsiasi cosa conosciuta o ancora non conosciuta, ciò che è, è stato e sarà, ma anche ciò che non è (lo Spirito).

È evidente come questa rappresentazione soddisfi due affermazioni opposte, ma nel complesso esaustive:

  • la descrizione della possibilità ontologica di ogni cosa, esistente o non esistente nello spazio tempo infinito;
  • l’impossibilità di esaurire con una descrizione una quantità infinita di fenomeni.

Collocare infine tale esistenza in uno spazio-tempo senza limiti le attribuisce inoltre un carattere dinamico, per cui è possibile dar vita a qualsiasi variazione e dunque nuova formulazione che, per la sua struttura, non dovrebbe aver problemi a contenere.

È evidente il carattere strumentale di una tale filosofia, che predispone concettualmente ad affrontare qualsiasi fenomeno si presenti, trovando in ogni situazione un comportamento tanto adatto quanto originale, che, nell’immediatezza dell’istante ma anche nella consapevolezza dell’esperienza, possa aiutare a mantenere al tempo stesso una forte centratura nella percezione di appartenenza alla vita nel suo complesso e di legame con tutto il percorso umano.




L’educazione per Krinshnamurti

Krinshnamurti sviluppò un grande interesse per l’attività educativa, che considerava fondamentale, e fondò diverse scuole in India, negli Stati Uniti e in Inghilterra, il cui compito era quella di educare ad una totale comprensione dell’uomo e all’arte di vivere. “Egli sottolineava che solo questa profonda comprensione può creare una nuova generazione che potrà vivere in pace” (dal sito www.kfoundation.org).

“Questa è la vera funzione dell’educazione. Abbiamo bisogno di creare una buona società in cui tutti gli esseri umani possano vivere felicemente in pace, senza violenza, sicuri. E, come studenti, voi siete responsabili di questo.” “Il vero senso dell’educazione è di aiutare l’individuo ad essere maturo e libero, a fiorire nell’amore e nella bontà. E’ questo che dovrebbe interessarci, e non formare il bambino secondo qualche schema idealistico.” “Amare i propri figli vuol dire essere in completa comunione con loro; significa fare in modo che abbiano il giusto tipo di educazione che li aiuterà ad essere sensibili, intelligenti e integri. “La conoscenza di sé è educazione. Nell’educazione non ci sono né maestro né allievo, c’è solo l’imparare; l’educatore impara quanto lo studente.” “La scuola è un luogo dove si impara la totalità, la completezza della vita. L’eccellenza accademica è assolutamente necessaria, ma una scuola include molto più di questo. E’ un luogo dove sia l’insegnante che l’allievo esplorano non solo il mondo esterno, il mondo della conoscenza, ma anche il loro stesso pensiero, il loro stesso comportamento.” (Dal sito www.krishnamurti.it/taylor2.htm.)

‎Attraverso la continua esplorazione e osservazione si può avanzare verso la liberazione dai condizionamenti e imparare a cogliere il senso della vita.

“Di certo la vita non è fatta soltanto di un lavoro, di un’occupazione. La vita è qualcosa di straordinariamente ampio e profondo, è un grande mistero, un vasto regno in cui agiamo in quanto esseri umani. Se ci prepariamo semplicemente a guadagnarci da vivere, non riusciremo a cogliere il senso della vita; e comprendere la vita è molto più importante che prepararsi per un esame o ottenere ottimi risultati in matematica, fisica e così via.

Dunque, in quanto insegnanti o allievi, non è importante domandarci perché educhiamo o veniamo educati? E qual è il significato della vita? Non è forse la vita una cosa straordinaria? Gli uccelli, i fiori, gli alberi in fiore, il cielo, le stelle, i fiumi e i pesci che ci vivono – tutto questo è vita. La vita sono i poveri e i ricchi; la vita è la perenne battaglia fra gruppi, razze e nazioni; la vita è meditazione; la vita è ciò che chiamiamo religione, ed è anche gli aspetti inafferrabili, nascosti, della mente – le invidie, le ambizioni, le passioni, le paure, le gratificazioni, le angosce.

La vita è tutto questo e molto di più. Ma di solito ci prepariamo a comprenderne solo una piccola porzione. Superiamo certi esami, troviamo un lavoro, ci sposiamo, abbiamo dei figli, e diventiamo sempre più simili a macchine. Continuiamo a essere paurosi, ansiosi, spaventati dalla vita. E allora, la funzione dell’educazione è di aiutarci a comprendere l’intero processo della vita o semplicemente di prepararci a una professione, al miglior lavoro possibile? […]

La maggior parte di noi ha paura, in una forma o nell’altra; e dove è presente la paura, non c’è intelligenza. E non è forse possibile per tutti, da giovani, vivere in un ambiente dove non si respiri la paura, bensì la libertà – libertà non di fare ciò che si vuole, ma di comprendere il processo del vivere nella sua interezza? La vita è in realtà bellissima, non è quella brutta cosa a cui noi l’abbiamo ridotta; e se ne può apprezzare la ricchezza, la profondità, la straordinaria bellezza solo quando ci si ribella contro tutto – contro la religione organizzata, contro la tradizione, contro il marcio della società attuale – scoprendo autonomamente, in quanto singoli esseri umani, ciò che è vero. Non imitazione, ma scoperta: è questa l’educazione, non è così? E’ molto facile adeguarsi a ciò che la società o i genitori o gli insegnanti vi dicono. E’ un modo sicuro e facile di esistere; ma non è vivere, perché in esso si annidano la paura, la decadenza, la morte. Vivere vuol dire scoprire autonomamente ciò che è vero, e questo è possibile soltanto quando si è liberi, quando è in atto una continua rivoluzione interiore.

Ma non siete incoraggiati a muovervi in questa direzione; nessuno vi dice di indagare, di scoprire autonomamente cos’è Dio, perché se mai vi ribellaste, diventereste un pericolo per tutto ciò che è falso. I vostri genitori e la società vogliono che viviate una vita sicura, e anche voi lo volete. In generale, una vita sicura significa una vita di imitazione e, quindi, di paura. Ma la funzione dell’educazione è di aiutare ciascuno di noi a vivere liberamente e senza paura, non è così? E la creazione di un’atmosfera libera da paure richiede un considerevole sforzo di riflessione sia da parte vostra, sia da parte dell’insegnante, dell’educatore. Sapete cosa significa questo – che cosa straordinaria sarebbe creare un’atmosfera libera da paure? Noi dobbiamo crearla perché, come possiamo vedere tutti, il mondo è perennemente in preda alla guerra, è guidato da politici avidi di potere, è un mondo di avvocati, poliziotti e soldati, di uomini e donne ambiziosi che vogliono farsi una posizione e lottano gli uni contro gli altri per affermarsi. Poi ci sono i cosiddetti santi, i guru religiosi con i loro seguaci; anch’essi bramano il potere, il prestigio, adesso o in una vita futura. E’ un mondo folle, in preda alla confusione più totale, in cui il comunista combatte il capitalista, e il socialista si oppone a entrambi; tutti hanno nemici e lottano per conquistare la sicurezza, rappresentata da una posizione di potere o di agiatezza. Il mondo è lacerato dai conflitti fra credenze opposte, dalle differenze di casta e di classe, dai separatismi nazionali, dalle forme più svariate di stupidità e di crudeltà – e voi venite educati a prendere il vostro posto proprio in questo mondo. Venite incoraggiati a inserirvi nel contesto di questa società disastrosa; è questo che vogliono i vostri genitori e che anche voi, in effetti, volete.

Orbene, la funzione dell’educazione è semplicemente quella di aiutarvi ad adeguarvi allo schema di quest’ordine sociale marcio o piuttosto di darvi la libertà – la più completa libertà di crescere e creare una società differente, un mondo nuovo? Noi vogliamo tale libertà non nel futuro, ma adesso, altrimenti corriamo tutti il rischio di distruggerci. Dobbiamo creare subito un’atmosfera di libertà, cosicché voi possiate vivere e scoprire autonomamente ciò che è vero, diventare intelligenti, essere capaci di affrontare il mondo e comprenderlo, anziché semplicemente adeguarvi ad esso; dentro di voi, in profondità, psicologicamente, dovete essere perennemente in rivolta, perché solo coloro che sono sempre in rivolta possono scoprire il vero, non certo coloro che si adeguano, che seguono la tradizione. Solo indagando, osservando, imparando costantemente, potete trovare la verità, Dio o l’amore; ma non potete indagare, osservare, imparare, non potete avere alcuna consapevolezza profonda, se avete paura.

Dunque, la funzione dell’educazione è di sradicare, tanto internamente quanto esternamente, questa paura che distrugge il pensiero, i rapporti umani e l’amore.” (Da La ricerca della felicità di J. Krishnamurti)

Solo da una rifondazione dell’uomo è possibile modificare la società e realizzare un individuo che sia un motore di un positivo cambiamento sociale, perché la struttura sociale esteriore è il risultato della struttura psicologica interiore dei nostri rapporti umani, concetto che Krinshnamurti ha esplicitato nella frase “ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo”.

In questo processo l’educazione ha un ruolo fondamentale, poiché con essa si deve apprendere l’arte di vivere, di sviluppare un atteggiamento meditativo di ricerca e di scoperta della Verità, per mezzo di una continua rivoluzione interiore e non può essere solamente trasferimento d’informazioni dall’insegnante allo studente. La vera istruzione è ”imparare ad imparare” per sviluppare una libertà capace di creare una nuova società, non più basata su valori rivelatisi fallimentari.

Della diffusione e della realizzazione del pensiero di Krishnamurti si sono fatte carico alcune scuole private che a lui si ispirano, come quella di Brockwood.

APPROFONDIMENTI

Brockwood Park School – Educare all’arte del vivere




La buona vita

Lo scritto successivo è integralmente tratto dal libro Come vivere felici di J.Schlanger.

“Mi piacerebbe condurre una buona vita, una vita che sia degna di me e di cui essere degno. Ho quest’idea che esistano vite migliori, più degne, più adeguate di altre; e mi piacerebbe vivere una vita così. Quando tento di vederci più chiaro e di precisare (a me) ciò che considero una buona vita per me, scopro che ogni buona vita per me è una vita nella gioia, dove per “gioia” (che distinguo dal “piacere”) intendo un sentimento di pienezza e di ricchezza, un sentimento intimo di accordo con me stesso. Scopro altresì che la buona vita, quale la concepisco, non è “monocolore”, ha molteplici sfaccettature, si dispiega in diverse direzioni inestricabilmente legate tra loro.

Distinguo tuttavia quattro posizioni che esprimono ciò che è , dovrebbe essere, potrebbe essere per me una buona vita: una vita in cui godere completamente dei piaceri del corpo e dello spirito; una vita in cui mi realizzo pienamente in e attraverso l’attività cui mi dedico; una vita in cui adempio correttamente il mio obbligo; una vita in cui mi inserisco armoniosamente nell’insieme di ciò che esiste. Quattro posizioni esistenziali, quattro modi di essere: una vita del “godere”, che si manifesta nel piacere; una vita del “fare”, che si concretizza nella realizzazione di se; una vita dell’”agire” che si esprime attraverso l’obbligo; una vita dell’”essere”, che si svolge nell’armonia. Queste quattro modalità di buona vita sono congiunte in me; le perseguo tutte insieme…”

APPROFONDIMENTI

Il benessere




Krishnamurti

Jiddu Krishnamurti nasce l’11 maggio 1895 a Madanapalle, città dell’Andhra Pradesh, in India. Venne adottato in giovane età da Annie Besant, presidente della Società Teosofica, che lo profetizzò come l’atteso Maestro del Mondo, di cui la Società Teosofica aveva predetto la venuta. Secondo la profezia sarebbe stato uno dei Maestri del Mondo che ciclicamente si manifestano in forma umana con il compito di aiutare l’umanità. Per supportare questa missione fu fondata un’organizzazione chiamata Ordine della Stella d’Oriente, della quale Krishnamurti venne messo a capo.

Nel 1929, però, egli rinunciò al ruolo che gli era stato assegnato e sciolse l’Ordine della Stella, restituendo tutto il patrimonio dell’Ordine a coloro che lo avevano donato. Da quel momento e fino alla sua morte che avvenne il 17 febbraio 1986, egli viaggiò in tutto il mondo propugnando la necessità di un radicale cambiamento degli esseri umani.

Krishnamurti ha sostenuto una visione unitaria dell’umanità intera e ha sempre dichiarato di non avere alcuna nazionalità, né uno specifico credo o appartenenza culturale.

Nei suoi innumerevoli colloqui pubblici e privati non teorizzava nessuna filosofia, ideologia o religione, anzi sosteneva che proprio questi sono i fattori che dividono gli esseri umani portando conflitto e guerra; piuttosto trattava dei problemi della vita quotidiana e della necessità di realizzare qualità meditativa e religiosa nelle attività giornaliere.

Nel corso della sua predicazione, Krishnamurti cercò anche di stabilire “ponti” tra misticismo e altre conoscenze, incontrando e confrontandosi con personalità di tutti i generi, quali, ad esempio, scrittori come Aldous Huxley di cui divenne amico, il Dalai Lama, l’insegnante di Hatha yoga B.K.S. Iyengar dal quale prese lezioni e scienziati del Los Alamos National Laboratory in New Mexico, U.S.A.

Krishnamurti ha lasciato una grande quantità di letteratura, in forma di discussioni e discorsi pubblici, conversazioni private, interviste radiofoniche e televisive e lettere (in Bibliografia i suoi testi tradotti in italiano); sviluppò un grande interesse per l’attività educativa, che considerava fondamentale.

Il suo principale messaggio consiste nella convinzione che solo un cambiamento dell’individuo può portare alla felicità e che le strategie politiche, economiche e sociali non siano sufficienti a combattere la sofferenza umana; l’obiettivo cui l’uomo deve tendere è la sua liberazione dalle paure, dai condizionamenti, dalla sottomissione all’autorità, dall’accettazione passiva e acritica dei dogmi, per potere pienamente esprimersi e costruire un mondo migliore.

Fondamentale per affrontare quest’impresa è capire il funzionamento della mente e risolvere i conflitti dell’uomo; importante è sviluppare comunione con la Vita e lavorare insieme agli altri uomini: non a caso la sua forma di comunicazione preferita era il dialogo, cui dava vita sottolineando comunque il rifiuto di ogni autorità spirituale o psicologica, compresa la propria.

Purtroppo, però, secondo Krishnamurti, l’uomo costruisce da sé le sue prigioni, attraverso ogni sorta di credenze e sistemi d’idee, spesso cercando la verità in ciò che qualcun altro ha proposto, ignorando che anche la più ingegnosa costruzione intellettuale non svelerà mai la Verità.

Questo perché la Vita non è statica, né sostanzialmente di prevedibile evoluzione, e, come la Vita, anche la Verità fluisce e non si lascia incatenare dal pensiero, ma si rivela solo al cessare di ogni astrazione mentale.

Celebre e significativa è la sua affermazione “la Verità è una terra senza sentieri” che può ben rappresentare il nocciolo del suo insegnamento, con il quale intendeva spronare l’uomo a liberarsi da ogni strada già tracciata, dal passato, dai dogmi, dalle ideologie, guardando la realtà senza alcun condizionamento.

Questa convinzione fu espressa da Krishnamurti anche nel seguente passo del discorso di scioglimento dell’Ordine della Stella, tenuto il 3 agosto 1929 a Ommen (Olanda).

Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una “fede”. La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri.

APPROFONDIMENTI

L’educazione per Krishnamurti




Il Pranayama

Il prana è una sorta di energia bioelettrica che forma il corpo pranico o energetico o astrale; esso fluisce spontaneamente, ma il suo flusso può essere comandato volontariamente dalla mente.

Il pranayama consiste in tecniche di controllo dell’energia vitale (prana) attraverso il respiro.

La quantità e qualità del respiro sono in correlazione con la condizione emotiva e mentale, che vengono influenzate dalla tecnica del pranayama.

Questa tecnica, infatti, oltre a migliorare lo scorrimento dei flussi di energia e la qualità del corpo energetico, costituisce anche un importante passo nell’instaurare condizioni di tranquillità e concentrazione interiore, facilitando il controllo della mente. Con il pranayama, infatti, l’attenzione è tutta sul respiro e dunque il movimento mentale viene obbligato a seguire un percorso delimitato scelto dal praticante e indotto a e rallentare la sua attività tramite la lentezza e la ritmicità del respiro.

Nel complesso la pratica del pranayama stimola una condizione di rilassamento e di tranquillità emotiva, di lucidità mentale, di concentrazione e di osservazione interiore.

Gli effetti più profondi di questa tecnica consistono nel direzionare volontariamente le energie interiori, canalizzando l’energia versi centri energetici (chakra) che presiedono, da un punto di vista evolutivo, funzioni “più elevate” di quelle basilari preposte al mantenimento in vita e alla riproduzione. Il proposito finale del pranayama è di natura spirituale: nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali, di cessazione dell’ego e un conseguente progressivo risveglio della consapevolezza del Sé.

Caratteristiche del pranayama

Esistono molti tipi di pranayama, che, con alcune eccezioni, condividono le seguenti caratteristiche:

  • respirazione generalmente nasale con inspirazione toracica e subclavicolare e controllo della cintura addominale che non permetta al ventre di espandersi

  • gestione controllata delle quattro fasi del respiro

  • esecuzione di Mudra, gesti simbolici, e di Bandha, controlli che servono per manipolare le correnti energetiche

Le 4 fasi del respiro

Le quattro fasi sono inspirazione, apnea a polmoni pieni, espirazione, apnea a polmoni vuoti (puraka, antara kumbhaka, recaka, bahia kumbhaka).

Molti pranayama possono essere effettuati variando la lunghezza delle quattro fasi respiratorie; accentuando la inspirazione e l’apnea a polmoni pieni si aumenteranno l’effetto di carica e l’energia, accentuando invece l’espirazione e l’apnea a polmoni vuoti aumenteranno la rilassatezza e l’abbandono.

La padronanza dell’inspirazione (puraka) e della espirazione (rechaka) vanno acquisite prima di praticare le sospensioni del respiro (kumbhaka); la sospensione del respiro a polmoni vuoti va eseguita dopo la padronanza di quella a polmoni pieni.

Rallentando l’inspirazione e l’espirazione si rallenta il movimento mentale, nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali.

I Mudra

I Mudra sono particolari posizioni delle mani che stimolano il raccoglimento e il controllo di energia.

Dhyana Mudra (chiamato anche yoga mudra o samadhi mudra) si esegue, posizionando entrambe le mani sul grembo, raccolte a coppa, la mano destra sopra quella sinistra, i palmi rivolti verso l’alto, con le punte dei pollici che si toccano. Si può eseguire questo mudra anche senza unire i pollici.

Jnana mudra significa “gesto di conoscenza” e consiste nel piegare, fino a farli toccare, l’indice e il pollice, posizionando le mani sulle ginocchia, i palmi rivolti verso l’alto. Il mignolo, l’anulare e il medio rimangono distesi.

Il pollice rappresenta la coscienza universale, il dito indice rappresenta la coscienza individuale, il contatto tra tra di esse rappresenta l’unione tra la coscienza individuale e quella universale.

Shanmukhi Mudra (sei volte rivolti in dentro) serve a chiudere le porte di ricezione delle percezioni esterne. Le braccia vengono piegate in alto, all’altezza delle spalle, e le dita (strumenti del tatto) vanno a chiedere orecchie (udito), occhi (vista), naso (odorato), bocca (gusto). Il sesto senso è la mente, la cui attenzione è rivolta all’interno.

I Bandha

Il termine bandha significa congiungere, legare o afferrare; si tratta di controlli che servono a dirigere l’energia.

I bandha sono tre: – Jalandhara, Mula e Uddiyana – e vanno appresi in tale ordine; possono essere inizialmente appresi nella posizione di Montagna.

1) Jalandhara bandha consiste nell’estendere la parte posteriore del collo sollevando la testa verso l’alto e portare il mento verso lo sterno (contrazione della glottide), tenendo dritta la testa.

Favorisce lo scorrimento di energia verso la sommità del corpo. Migliora anche il raddrizzamento di tutta la schiena, consentendo una più ampia inspirazione. Salvaguarda da pressione energetica eccessiva cuore, cervello, occhi e orecchie.

E’ sempre opportuno praticare jalandhara bandha per tutta la durata del pranayama.

2) Mula bandha

Consiste nella contrazione verso l’alto dei muscoli del perineo (zona tra i genitali e l’ano).

Con questo bandha il prana non viene disperso verso il basso; si tende così a unire il prana della zona più bassa con quello della regione toracica.

Va praticato inizialmente durante la ritenzione a polmoni pieni. Nella pratica più evoluta viene mantenuto per tutto il pranayama.

Si può apprendere tramite la pratica propedeutica di asvini mudra (contrazione dei muscoli dello sfintere anale)

3) Uddiyana bandha

L’intera regione addominale tra l’ano e il diaframma viene tirata indietro verso la spina dorsale e sollevata verso l’alto.

Il prana viene indirizzato dal basso addome verso l’alto.

Va praticato a polmoni vuoti. Viene attivato alla fine dell’espirazione e mantenuto durante la ritenzione a vuoto; viene rilasciato prima dell’inspirazione successiva, allentando dolcemente il controllo del ventre.

Si apprende tramite la pratica di tecniche respiratorie di controllo dell’addome, ad esempio la Respirazione addominale controllata o la tecnica di Agni sara, che consiste nello spingere ritmicamente l’addome a polmoni vuoti.

Preparazione del pranayama

Per la pratica del pranayama è importante che il corpo sia preventivamente sciolto in modo da assumere correttamente la posizione di esecuzione senza alcun disturbo fisico che possa creare distrazione, che il naso sia pulito e che l’attenzione venga rivolta verso il flusso interno dell’aria.

Progressione nell’apprendimento del pranayama

  • posizionarsi in una posizione di raccoglimento e meditazione (con le gambe incrociate o in ginocchio seduti sui talloni) stabile, comoda e rilassata, con la schiena bene eretta;

  • progredire nella qualità del respiro (sempre più sottile) e nel controllo dei ritmi respiratori;

  • esercitarsi prima senza i kumbhaka (apnee) e senza i bandha (controlli)

  • esercitarsi poi nei kumbhaka estendendo le apnee

  • esercitarsi dopo ancora anche nei bandha, seguendo l’ordine prima descritto.

  • riunire i diversi elementi del pranayama.

Indicazioni e cautele per la pratica del pranayama

Le tecniche respiratorie, oltre a necessitare di un apparato respiratorio in buone condizioni, agiscono sul sistema nervoso; pertanto è necessario tenere in massima considerazione lo stato di salute del medesimo e praticarle progressivamente e con grande attenzione.

Proprio per le sue notevoli potenzialità, l’apprendimento del pranayama deve essere graduale e cauto, sicuramente meglio se con la guida di un insegnante: così come esso può stabilizzare e tonificare il sistema nervoso se ben eseguito, altrettanto lo può danneggiare se praticato con tensione o scorrettamente.

I vari pranayama vanno generalmente eseguiti nelle posizioni di meditazione, poiché questa, insieme alla respirazione toracica e al controllo della cintura addominale favorirà la salita di energia verso l’alto e la circolazione dell’energia nei chakra. Da sdraiati meglio praticare solo Ujjayi pranayama senza bandha.

Oltre ad applicare tutte le cautele normalmente previste per le asana, è necessario osservare le seguenti indicazioni:

  • Il luogo della pratica deve essere isolato, pulito e arieggiato.

  • Vanno evitati elementi di distrazione e disturbo come insetti o rumori.

  • Il periodo più indicato è il primo mattino o intorno al tramonto quando l’aria è più fresca e leggera.

  • La posizione deve essere stabile e comoda, con la schiena bene eretta.

  • Prima del pranayama è bene praticare asana non eccessivamente impegnative.

  • Gli occhi vanno tenuti chiusi per evitare distrazioni.

  • Oltre alla pulizia del corpo è consigliabile pulire le narici, anche lavandole con acqua; anche svuotare intestini e quantomeno vescica.

  • Durante la pratica non devono essere avvertiti sforzi nei muscoli facciali, delle orecchie, degli occhi, del collo, di spalle, braccia e gambe: in tal caso bisognerà interrompere la pratica.

  • La pratica va cessata quando si riscontrano sintomi di stanchezza fisica (dell’apparato respiratorio) o del sistema nervoso (distrazione, insofferenza).

  • Le ritenzioni del respiro (kumbhaka) e le contrazioni o controlli (bandha) devono essere evitate da chi soffre di alterazioni della pressione sanguigna, disturbi cardiaci e oculari, debolezze polmonari.

Tipologie di pranayama

Tra i pranayama è preferibile praticare inizialmente Samavritti e Visamavritti, Nadhi Sodanha (e le sue varianti (Surya Bhedana e Chandra Bhedana), Kapalabhati, Ujjayi e Kundalini. In un secondo momento si possono praticare anche Bhastrika, Viloma, Anuloma e Pratiloma.

Samavritti pranayama consiste nel modificare la Respirazione (ritmica) rettangolare estendendo progressivamente la durata delle due apnee, fino a far diventare tutte e quattro le fasi respiratorie della stessa durata.

Visamavritti pranayama consiste nel diversificare la lunghezza delle quattro fasi del respiro.

Sama e Visamavritti pranayama sono utili per apprendere la padronanza delle fasi del respiro e gestire l’equilibrio complessivo dell’energia, per variare la carica energetica. Le due diverse tipologie di controllo delle quattro fasi del respiro possono essere applicate a tutti i pranayama. Senza l’esecuzione dei bandha non presentano particolari controindicazioni

Nadi Sodhana pranayama (respirazione a narici alternate). Ci si aiuta con le dita ad alternare entrambe le narici ispirando ed espirando alternativamente dalle due narici. Equilibra l’energia della parte destra e sinistra del corpo. Ha come varianti Surya Bhedana (ispirazione sempre a destra ed espirazione sempre a sinistra) che attiva e accresce il calore e Chandra Bhedana (ispirazione sempre a sinistra ed espirazione sempre a destra) che disattiva e rinfresca.

Kapalabhati pranayama (pulizia del cranio) consite nell’inspirare lentamente con il naso ed espirare velocemente con la bocca (più facile) o il naso, spingendo al tempo stesso l’energia con l’addome verso l’alto. Pulisce i canali energetici attraverso una forte stimolazione della circolazione energetica dal basso verso l’alto.

Ujjayi pranayama (significa conquista, successo o controllo verso l’alto). Eleva l’energia dal basso verso l’alto. Si inspira e si espira lentamente con entrambe le narici e modulando a piacimento i quattro tempi del respiro. La contrazione della glottide provoca un leggero suono sibilante quando l’aria entra e aspirato quando l’aria esce. Tonifica tutto il corpo.

Kundalini pranayama consiste nell’implementare una respirazione come quella di Ujjayi con l’immagine dell’energia che scende lungo susumna nella inspirazione fino a Muladhara cackra, del destarsi di Kundalini nell’apnea a polmoni pieni, del suo risalire lungo susumna nell’espirazione per poi terminare nel loto dai mille petali (sahasrara chakra) nell’apnea a polmoni vuoti: a questo punto l’energia individuale potrà riunirsi all’energia universale. Stimola, ovviamente la risalita energetica lungo Susumna, dai chakra più bassi a quelli più elevati.

Bhastrika pranayama

Consiste nell’inspirare ed espirare velocemente con il naso. Bhastrika vuol dire mantice; questo pranayama soffia potentemente come un mantice l’energia in tutto il corpo.

Viloma pranayama

In questo pranayama inspirazione ed espirazione non sono continui, ma vengono eseguiti gradualmente con molte pause. Nella prima fase le pause vengono praticate solo durante l’inspirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di bassa pressione del sangue. Nella seconda fase le pause vengono praticate solo durante l’espirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di alta pressione del sangue.

Pratiloma pranayama

In questo pranayama l’inspirazione avviene attraverso entrambe le narici e l’espirazione alternativamente attraverso una delle due narici.

Anuloma pranayama

In questo pranayama, all’opposto di Pratiloma, l’inspirazione avviene alternativamente attraverso una delle due narici e l’espirazione attraverso entrambe le narici.

Viloma, Pratiloma e Anuloma regolano inspirazione e espirazione, sviluppando notevole capacità di controllo e manipolazione dell’energia e conseguentemente dell’emotività e dei processi mentali.

3.5 L’osservazione

Un’osservazione priva di pre-giudizi è necessaria per una visione obiettiva della situazione in cui si è e rappresenta la necessaria base di partenza per un cambiamento consapevole.

L’osservazione è conoscenza di ciò che realmente è, al di fuori di noi e dentro di noi.

Dell’osservazione interiore parla il quinto degli otto passi dell’Astanga yoga di Patanjali, chiamato Pratyahara.

3.5.1 Pratyahara – Ritrazione dei sensi

Il prana è una sorta di energia bioelettrica che forma il corpo pranico o energetico o astrale; esso fluisce spontaneamente, ma il suo flusso può essere comandato volontariamente dalla mente.

Il pranayama consiste in tecniche di controllo dell’energia vitale (prana) attraverso il respiro.

La quantità e qualità del respiro sono in correlazione con la condizione emotiva e mentale, che vengono influenzate dalla tecnica del pranayama.

Questa tecnica, infatti, oltre a migliorare lo scorrimento dei flussi di energia e la qualità del corpo energetico, costituisce anche un importante passo nell’instaurare condizioni di tranquillità e concentrazione interiore, facilitando il controllo della mente. Con il pranayama, infatti, l’attenzione è tutta sul respiro e dunque il movimento mentale viene obbligato a seguire un percorso delimitato scelto dal praticante e indotto a e rallentare la sua attività tramite la lentezza e la ritmicità del respiro.

Nel complesso la pratica del pranayama stimola una condizione di rilassamento e di tranquillità emotiva, di lucidità mentale, di concentrazione e di osservazione interiore.

Gli effetti più profondi di questa tecnica consistono nel direzionare volontariamente le energie interiori, canalizzando l’energia versi centri energetici (chakra) che presiedono, da un punto di vista evolutivo, funzioni “più elevate” di quelle basilari preposte al mantenimento in vita e alla riproduzione. Il proposito finale del pranayama è di natura spirituale: nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali, di cessazione dell’ego e un conseguente progressivo risveglio della consapevolezza del Sé.

Caratteristiche del pranayama

Esistono molti tipi di pranayama, che, con alcune eccezioni, condividono le seguenti caratteristiche:

  • respirazione generalmente nasale con inspirazione toracica e subclavicolare e controllo della cintura addominale che non permetta al ventre di espandersi

  • gestione controllata delle quattro fasi del respiro

  • esecuzione di Mudra, gesti simbolici, e di Bandha, controlli che servono per manipolare le correnti energetiche

Le 4 fasi del respiro

Le quattro fasi sono inspirazione, apnea a polmoni pieni, espirazione, apnea a polmoni vuoti (puraka, antara kumbhaka, recaka, bahia kumbhaka).

Molti pranayama possono essere effettuati variando la lunghezza delle quattro fasi respiratorie; accentuando la inspirazione e l’apnea a polmoni pieni si aumenteranno l’effetto di carica e l’energia, accentuando invece l’espirazione e l’apnea a polmoni vuoti aumenteranno la rilassatezza e l’abbandono.

La padronanza dell’inspirazione (puraka) e della espirazione (rechaka) vanno acquisite prima di praticare le sospensioni del respiro (kumbhaka); la sospensione del respiro a polmoni vuoti va eseguita dopo la padronanza di quella a polmoni pieni.

Rallentando l’inspirazione e l’espirazione si rallenta il movimento mentale, nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali.

I Mudra

I Mudra sono particolari posizioni delle mani che stimolano il raccoglimento e il controllo di energia.

Dhyana Mudra (chiamato anche yoga mudra o samadhi mudra) si esegue, posizionando entrambe le mani sul grembo, raccolte a coppa, la mano destra sopra quella sinistra, i palmi rivolti verso l’alto, con le punte dei pollici che si toccano. Si può eseguire questo mudra anche senza unire i pollici.

Jnana mudra significa “gesto di conoscenza” e consiste nel piegare, fino a farli toccare, l’indice e il pollice, posizionando le mani sulle ginocchia, i palmi rivolti verso l’alto. Il mignolo, l’anulare e il medio rimangono distesi.

Il pollice rappresenta la coscienza universale, il dito indice rappresenta la coscienza individuale, il contatto tra tra di esse rappresenta l’unione tra la coscienza individuale e quella universale.

Shanmukhi Mudra (sei volte rivolti in dentro) serve a chiudere le porte di ricezione delle percezioni esterne. Le braccia vengono piegate in alto, all’altezza delle spalle, e le dita (strumenti del tatto) vanno a chiedere orecchie (udito), occhi (vista), naso (odorato), bocca (gusto). Il sesto senso è la mente, la cui attenzione è rivolta all’interno.

I Bandha

Il termine bandha significa congiungere, legare o afferrare; si tratta di controlli che servono a dirigere l’energia.

I bandha sono tre: – Jalandhara, Mula e Uddiyana – e vanno appresi in tale ordine; possono essere inizialmente appresi nella posizione di Montagna.

1) Jalandhara bandha consiste nell’estendere la parte posteriore del collo sollevando la testa verso l’alto e portare il mento verso lo sterno (contrazione della glottide), tenendo dritta la testa.

Favorisce lo scorrimento di energia verso la sommità del corpo. Migliora anche il raddrizzamento di tutta la schiena, consentendo una più ampia inspirazione. Salvaguarda da pressione energetica eccessiva cuore, cervello, occhi e orecchie.

E’ sempre opportuno praticare jalandhara bandha per tutta la durata del pranayama.

2) Mula bandha

Consiste nella contrazione verso l’alto dei muscoli del perineo (zona tra i genitali e l’ano).

Con questo bandha il prana non viene disperso verso il basso; si tende così a unire il prana della zona più bassa con quello della regione toracica.

Va praticato inizialmente durante la ritenzione a polmoni pieni. Nella pratica più evoluta viene mantenuto per tutto il pranayama.

Si può apprendere tramite la pratica propedeutica di asvini mudra (contrazione dei muscoli dello sfintere anale)

3) Uddiyana bandha

L’intera regione addominale tra l’ano e il diaframma viene tirata indietro verso la spina dorsale e sollevata verso l’alto.

Il prana viene indirizzato dal basso addome verso l’alto.

Va praticato a polmoni vuoti. Viene attivato alla fine dell’espirazione e mantenuto durante la ritenzione a vuoto; viene rilasciato prima dell’inspirazione successiva, allentando dolcemente il controllo del ventre.

Si apprende tramite la pratica di tecniche respiratorie di controllo dell’addome, ad esempio la Respirazione addominale controllata o la tecnica di Agni sara, che consiste nello spingere ritmicamente l’addome a polmoni vuoti.

Preparazione del pranayama

Per la pratica del pranayama è importante che il corpo sia preventivamente sciolto in modo da assumere correttamente la posizione di esecuzione senza alcun disturbo fisico che possa creare distrazione, che il naso sia pulito e che l’attenzione venga rivolta verso il flusso interno dell’aria.

Progressione nell’apprendimento del pranayama

  • posizionarsi in una posizione di raccoglimento e meditazione (con le gambe incrociate o in ginocchio seduti sui talloni) stabile, comoda e rilassata, con la schiena bene eretta;

  • progredire nella qualità del respiro (sempre più sottile) e nel controllo dei ritmi respiratori;

  • esercitarsi prima senza i kumbhaka (apnee) e senza i bandha (controlli)

  • esercitarsi poi nei kumbhaka estendendo le apnee

  • esercitarsi dopo ancora anche nei bandha, seguendo l’ordine prima descritto.

  • riunire i diversi elementi del pranayama.

Indicazioni e cautele per la pratica del pranayama

Le tecniche respiratorie, oltre a necessitare di un apparato respiratorio in buone condizioni, agiscono sul sistema nervoso; pertanto è necessario tenere in massima considerazione lo stato di salute del medesimo e praticarle progressivamente e con grande attenzione.

Proprio per le sue notevoli potenzialità, l’apprendimento del pranayama deve essere graduale e cauto, sicuramente meglio se con la guida di un insegnante: così come esso può stabilizzare e tonificare il sistema nervoso se ben eseguito, altrettanto lo può danneggiare se praticato con tensione o scorrettamente.

I vari pranayama vanno generalmente eseguiti nelle posizioni di meditazione, poiché questa, insieme alla respirazione toracica e al controllo della cintura addominale favorirà la salita di energia verso l’alto e la circolazione dell’energia nei chakra. Da sdraiati meglio praticare solo Ujjayi pranayama senza bandha.

Oltre ad applicare tutte le cautele normalmente previste per le asana, è necessario osservare le seguenti indicazioni:

  • Il luogo della pratica deve essere isolato, pulito e arieggiato.

  • Vanno evitati elementi di distrazione e disturbo come insetti o rumori.

  • Il periodo più indicato è il primo mattino o intorno al tramonto quando l’aria è più fresca e leggera.

  • La posizione deve essere stabile e comoda, con la schiena bene eretta.

  • Prima del pranayama è bene praticare asana non eccessivamente impegnative.

  • Gli occhi vanno tenuti chiusi per evitare distrazioni.

  • Oltre alla pulizia del corpo è consigliabile pulire le narici, anche lavandole con acqua; anche svuotare intestini e quantomeno vescica.

  • Durante la pratica non devono essere avvertiti sforzi nei muscoli facciali, delle orecchie, degli occhi, del collo, di spalle, braccia e gambe: in tal caso bisognerà interrompere la pratica.

  • La pratica va cessata quando si riscontrano sintomi di stanchezza fisica (dell’apparato respiratorio) o del sistema nervoso (distrazione, insofferenza).

  • Le ritenzioni del respiro (kumbhaka) e le contrazioni o controlli (bandha) devono essere evitate da chi soffre di alterazioni della pressione sanguigna, disturbi cardiaci e oculari, debolezze polmonari.

Tipologie di pranayama

Tra i pranayama è preferibile praticare inizialmente Samavritti e Visamavritti, Nadhi Sodanha (e le sue varianti (Surya Bhedana e Chandra Bhedana), Kapalabhati, Ujjayi e Kundalini. In un secondo momento si possono praticare anche Bhastrika, Viloma, Anuloma e Pratiloma.

Samavritti pranayama consiste nel modificare la Respirazione (ritmica) rettangolare estendendo progressivamente la durata delle due apnee, fino a far diventare tutte e quattro le fasi respiratorie della stessa durata.

Visamavritti pranayama consiste nel diversificare la lunghezza delle quattro fasi del respiro.

Sama e Visamavritti pranayama sono utili per apprendere la padronanza delle fasi del respiro e gestire l’equilibrio complessivo dell’energia, per variare la carica energetica. Le due diverse tipologie di controllo delle quattro fasi del respiro possono essere applicate a tutti i pranayama. Senza l’esecuzione dei bandha non presentano particolari controindicazioni

Nadi Sodhana pranayama (respirazione a narici alternate). Ci si aiuta con le dita ad alternare entrambe le narici ispirando ed espirando alternativamente dalle due narici. Equilibra l’energia della parte destra e sinistra del corpo. Ha come varianti Surya Bhedana (ispirazione sempre a destra ed espirazione sempre a sinistra) che attiva e accresce il calore e Chandra Bhedana (ispirazione sempre a sinistra ed espirazione sempre a destra) che disattiva e rinfresca.

Kapalabhati pranayama (pulizia del cranio) consite nell’inspirare lentamente con il naso ed espirare velocemente con la bocca (più facile) o il naso, spingendo al tempo stesso l’energia con l’addome verso l’alto. Pulisce i canali energetici attraverso una forte stimolazione della circolazione energetica dal basso verso l’alto.

Ujjayi pranayama (significa conquista, successo o controllo verso l’alto). Eleva l’energia dal basso verso l’alto. Si inspira e si espira lentamente con entrambe le narici e modulando a piacimento i quattro tempi del respiro. La contrazione della glottide provoca un leggero suono sibilante quando l’aria entra e aspirato quando l’aria esce. Tonifica tutto il corpo.

Kundalini pranayama consiste nell’implementare una respirazione come quella di Ujjayi con l’immagine dell’energia che scende lungo susumna nella inspirazione fino a Muladhara cackra, del destarsi di Kundalini nell’apnea a polmoni pieni, del suo risalire lungo susumna nell’espirazione per poi terminare nel loto dai mille petali (sahasrara chakra) nell’apnea a polmoni vuoti: a questo punto l’energia individuale potrà riunirsi all’energia universale. Stimola, ovviamente la risalita energetica lungo Susumna, dai chakra più bassi a quelli più elevati.

Bhastrika pranayama

Consiste nell’inspirare ed espirare velocemente con il naso. Bhastrika vuol dire mantice; questo pranayama soffia potentemente come un mantice l’energia in tutto il corpo.

Viloma pranayama

In questo pranayama inspirazione ed espirazione non sono continui, ma vengono eseguiti gradualmente con molte pause. Nella prima fase le pause vengono praticate solo durante l’inspirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di bassa pressione del sangue. Nella seconda fase le pause vengono praticate solo durante l’espirazione alternando la stessa con pause, entrambe di circa due secondi; questa respirazione è indicata nei casi di alta pressione del sangue.

Pratiloma pranayama

In questo pranayama l’inspirazione avviene attraverso entrambe le narici e l’espirazione alternativamente attraverso una delle due narici.

Anuloma pranayama

In questo pranayama, all’opposto di Pratiloma, l’inspirazione avviene alternativamente attraverso una delle due narici e l’espirazione attraverso entrambe le narici.

Viloma, Pratiloma e Anuloma regolano inspirazione e espirazione, sviluppando notevole capacità di controllo e manipolazione dell’energia e conseguentemente dell’emotività e dei processi mentali.

Il pranayama consiste in tecniche di controllo dell’energia vitale attraverso il respiro.

Se eseguito correttamente, migliora la qualità ed i flussi di energia e costituisce anche un importante passo nel processo di controllo della mente. Con il pranayama, infatti, l’attenzione è tutta sul respiro e dunque il movimento mentale viene obbligato a seguire un percorso scelto dal praticante e a limitare e rallentare la sua attività.

Nel complesso la pratica del pranayama stimola una condizione di rilassamento e di tranquillità emotiva, di lucidità mentale, di capacità di concentrazione e di osservazione interiore.

Gli effetti più profondi di questa tecnica consistono nel direzionare volontariamente le energie interiori, sublimando gli istinti e canalizzando l’energia versi centri energetici che presiedono, da un punto di vista evolutivo, a funzioni “più elevate” di quelle basilari preposte al mantenimento in vita e alla riproduzione. Il proposito finale del pranayama è di natura spirituale: nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali, di cessazione dell’ego e un conseguente risveglio della consapevolezza del Sé.

CARATTERISTICHE DEL PRANAYAMA

Esistono molti tipi di pranayama, che hanno, generalmente, le seguenti caratteristiche:

  • respirazione generalmente nasale con inspirazione toracica e subclavicolare e controllo della cintura addominale che non permetta al ventre di espandersi
  • controllo e manipolazione delle quattro fasi del respiro
  • esecuzione di bandha, controlli che servono per manipolare le correnti energetiche

Le 4 fasi del respiro

Le quattro fasi sono inspirazione, apnea a polmoni pieni, espirazione, apnea a polmoni vuoti (puraka, antara kumbhaka, recaka, bahia kumbhaka).

Ogni pranayama può essere effettuato con le quattro fasi del respiro di tempi uguali (samavritti pranayama) o diversi (visama vritti pranayama); accentuando la inspirazione e l’apnea a polmoni pieni si aumenterà l’effetto energetico di carica ed aumenterà la forza, accentuando invece l’espirazione e l’apnea a polmoni vuoti aumenterà la rilassatezza e l’abbandono.

La padronanza dell’inspirazione (puraka) e della espirazione (rechaka) vanno acquisite prima di praticare la sospensione del respiro (kumbhaka); la sospensione del respiro a polmoni vuoti va eseguita dopo la padronanza di quella a polmoni pieni.

Rallentando l’inspirazione e l’espirazione si rallenta il movimento mentale, nelle fasi di ritenzione del respiro (kumbhaka) si ottiene uno stato di sospensione dei movimenti mentali.

I bandha

Il termine bandha significa congiungere, legare o afferrare; si tratta di controlli che servono a dirigere l’energia.

I bandha sono tre: – Jalandhara, Mula e Uddiyana – e vanno appresi in tale ordine; possono essere inizialmente appresi nella posizione di Montagna.

1) Jalandhara bandha consiste nell’estendere la parte posteriore del collo sollevando la testa verso l’alto e portare il mento verso lo sterno (contrazione della glottide).

Favorisce lo scorrimento di energia verso la testa. Migliora anche il raddrizzamento di tutta la schiena,  consentendo una più ampia inspirazione. Salvaguarda da pressione energetica eccessiva cuore, cervello, occhi e orecchie.

E’ sempre opportuno praticare jalandhara bandha per tutta la durata del pranayama.

2) Mula bandha

Consiste nella contrazione verso l’alto dei muscoli del perineo (zona tra i genitali e l’ano).

Con questo bandha il prana non viene disperso verso il basso; si tende così a unire il prana della zona più bassa con quello della regione toracica.

Va praticato inizialmente durante la ritenzione a polmoni pieni. Nella pratica più evoluta viene mantenuto per tutto il pranayama

Si apprende tramite la pratica di asvini mudra (contrazione dei muscoli dello sfintere anale)

3) Uddiyana bandha

L’intera regione addominale tra l’ano e il diaframma viene tirata indietro verso la spina dorsale e sollevata verso l’alto.

Il prana viene indirizzato dal basso addome verso l’alto

Va praticato a polmoni vuoti. Viene attivato alla fine dell’espirazione e mantenuto durante la ritenzione a vuoto; viene rilasciato prima dell’inspirazione successiva, allentando dolcemente il ventre, dall’alto verso il basso.

Si apprende tramite la pratica di tecniche respiratorie di controllo dell’addome, ad esempio la Respirazione addominale controllata o la tecnica di  Agni sara.

Progressione nell’apprendimento del pranayama

  • realizzare una posizione di raccoglimento (con le gambe incrociate o in ginocchio seduti sui talloni), stabile e rilassata, con la schiena bene eretta;
  • progredire nella qualità del respiro e nel controllo dei ritmi respiratori;
  • esercitarsi nei diversi tipi di pranayama senza i kumbhaka (apnee) e senza i bandha (controlli)
  • esercitarsi nei kumbhaka estendendo le apnee
  • esercitarsi nei bandha, seguendo l’ordine prima descritto.
  • riunire i diversi elementi del pranayama.

Indicazioni e cautele per la pratica del pranayama

Le tecniche respiratorie, oltre a necessitare di un apparato respiratorio in buone condizioni, agiscono sul sistema nervoso; pertanto debbono tenere in massima considerazione lo stato di salute del medesimo ed essere praticate progressivamente e con grande attenzione.

Proprio per le sue notevoli potenzialità, l’apprendimento del pranayama deve essere graduale e cauto, meglio se con la guida di un insegnante: così come esso può stabilizzare e tonificare il sistema nervoso se ben eseguito, altrettanto lo può danneggiare se praticato con tensione o scorrettamente.

I vari pranayama vanno eseguiti generalmente nelle posizioni di meditazione, poiché questa, insieme alla respirazione toracica e al controllo della cintura addominale favorirà la salita di energia verso l’alto. Da sdraiati si può praticare solo Ujjayi pranayama senza bandha.

Oltre ad applicare tutte le cautele normalmente previste per le asana, è necessario osservare le seguenti indicazioni:

  • Il luogo della pratica deve essere isolato, pulito e arieggiato.
  • Vanno evitati elementi di distrazione e disturbo come insetti o rumori.
  • Il periodo più indicato è il primo mattino o dopo il tramonto quando l’aria è più fresca e leggera.
  • La posizione deve essere stabile e comoda, con la schiena bene eretta.
  • Prima del pranayama è consigliabile praticare asana non eccessivamente impegnative.
  • Gli occhi vanno tenuti chiusi per evitare distrazioni.
  • Oltre alla pulizia del corpo è consigliabile pulire le narici, anche lavandole con acqua, svuotare intestini e vescica.
  • Durante la pratica non devono essere avvertiti sforzi nei muscoli facciali, orecchie, occhi, collo, spalle, braccia, gambe: in tal caso bisognerà interrompere la pratica.
  • La pratica va cessata quando si riscontrano sintomi di stanchezza fisica (dell’apparato respiratorio) o del sistema nervoso (distrazione, insofferenza).

Per quanto riguarda le ritenzioni del respiro (kumbhaka) e le contrazioni o controlli (bandha):

  • Le ritenzioni devono essere evitate da chi soffre di alterazioni della pressione sanguigna, disturbi cardiaci o affezioni polmonari.



Dalla Società moderna all’Era globale

L’organizzazione sociale e le attuali condizioni di vita nel mondo occidentale sono state fortemente influenzate dall’approccio scientifico-razionale, che ha il suo fondamento nel progressivo sviluppo, fin dai tempi degli antichi greci, della ragione e della logica quali strumenti privilegiati di analisi, codifica e condivisione della realtà.

Su queste basi nasce la scienza moderna verso la fine del Quattrocento, quando, in contrapposizione all’influenza della Chiesa e dei teologi cristiani medioevali, per i quali la conoscenza risiedeva nelle Sacre Scritture, lo studio della natura cominciò ad essere affrontato attraverso ipotesi teoriche verificate con metodi sperimentali.

Lo sviluppo della mentalità scientifica ha portato a una formulazione estrema del dualismo spirito-materia, destinato a diventare tratto caratteristico della filosofia occidentale; questa visione fu estremizzata da Cartesio, la cui filosofia esaltò la separazione tra l’individuo ed il mondo “esterno”, visto a sua volta come un insieme di oggetti e di eventi separati.

Da Newton alle più alte e moderne applicazioni del sistema scientifico moderno, particolarmente nella fisica, vengono praticate fasi sperimentali sempre più rigorose e i risultati dell’acquisizione scientifica finiscono per equivalere a verità e certezza, riconducibili a incontrovertibili dati di esperienza verificabili. Le regole da seguire in questo processo di verifica sono regole razionali, le uniche che permettono la costruzione di conoscenze vere sul mondo.

Viene attribuita a Cartesio l’idea che, trovato il giusto metodo, anche un solo uomo possa costruire l’edificio della conoscenza e che, una volta comprese le leggi di funzionamento dei fenomeni, in base ad esse si possano prevedere gli eventi futuri e dunque agire per il pieno controllo sulla natura e sulla realtà.

Sulle basi della rivoluzione scientifica nasce la rivoluzione industriale. Si amplia a dismisura la capacità di operare sul mondo: grazie alla tecnica aumentano le risorse alimentari la cui disponibilità si svincola dai limiti della stagionalità e della specificità geografica, si allunga la vita sconfiggendo gravi malattie. All’uomo sembra schiudersi il dominio completo sul mondo e la possibilità di vincere la sofferenza e, forse, persino la morte.

Proprio gli sviluppi della fisica, riferimento scientifico di punta, mettono però in crisi, in tempi moderni, le certezze del modello scientifico di conoscenza; attraverso la relatività e la fisica subatomica, si scoprono nuove realtà che rendono evidenti i limiti del modello newtoniano e della fisica classica.

Nel complesso, le nuove acquisizioni (ad es. la Teoria della relatività di Einstein e la Teoria dell’indeterminazione di Heisenberg) evidenziano significative caratteristiche di relatività nell’ambito della conoscenza scientifica e mostrano che le sue leggi hanno carattere non di certezza, ma di probabilità, seppure in alcuni casi così elevata da poter essere considerata vera fino a prova contraria ed essere assunte per regolare i comportamenti in situazioni simili.

Ormai, anche molti uomini di scienza riconoscono che la conoscenza scientifica è condizionata da numerosi fattori, contingente perché legata a determinate circostanze e probabilistica, ma non certa.

La crisi di certezze coinvolge, nel Novecento, oltre l’ambiente scientifico, anche altri importanti settori del sapere e della cultura, come la filosofia, la letteratura e l’arte, da una parte aprendo la strada ad una molteplicità di interpretazioni, dall’altra facendo perdere senso ad ogni visione unitaria della vita e al tentativo di trovare una verità comune per tutti gli uomini.

Su questa situazione, favorita dal moltiplicarsi di scambi di beni e di informazioni, si innesta il cosiddetto fenomeno della globalizzazione, processo di interdipendenze economiche, sociali, culturali, politiche e tecnologiche. Essa provoca rapidi cambiamenti e comporta maggiore incertezza, insicurezza e precarietà, rischio di perdita delle identità locali e riduzione dell’autonomia e sovranità nazionale, nonché elevata e crescente mobilità delle persone. La comunicazione globale e l’affermarsi egemonico di modi di vivere e di pensare delle cosiddette società del benessere sviluppano, su scala mondiale, una forte tendenza al conformismo di stili e valori di vita.

Interessante, a tale riguardo, la concezione sociologica di “società liquida” di Zygmunt Baumann, che considera l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile. Si perdono con facilità i confini e i riferimenti sociali, le sicurezze vengono smantellate e le persone vivono una vita “liquida” sempre più frenetica e agitata, in cui sono costrette ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi escluse. Particolarmente forte, in Baumann, è anche la critica alla mercificazione delle esistenze e all’omologazione planetaria, da cui deriva l’esclusione sociale per chi non riesce a standardizzarsi agli schemi comuni.

Le evidenti criticità del mondo contemporaneo pongono doverosamente il compito per l’uomo di costruire una strada comune per il superamento degli attuali problemi e la possibilità di un miglior benessere.

APPROFONDIMENTI

Verso un’umanesimo cosmopolita

Criticità sociali nel mondo contemporaneo

Il benessere




Weekend EduYoga

COMMENTI RELATIVI AL WEEK END DI GIUGNO 2017

Un fine settimana di yoga, cibo e mare può sembrare una piccola cosa, ma ti rischiara e ti da’ un serenità che dura. Un grazie di cuore a chi ci ha ospitato!

(Ottavio)

Tutti parlano di yoga, ma che cos’è lo yoga qualcuno lo sa?
Questi giorni passati a Capalbio, con un gruppetto di nuovi fantastici amici, per me sono yoga…
abbiamo parlato di yoga, svolto alcune pratiche di yoga, ma per me tutto il tempo è stato yoga: relazione, sperimentazione, osservazione, ascolto, stare lì con apertura e…
Riconoscimento: non conoscere praticamente nessuno e sentire immediatamente di essere fatti della stessa pasta: nonostante così diversi, risonanti!
Empatia ed equilibrio: siamo entrati subito in relazione condividendo spazi, tempi e movimenti, sentendoci sempre a nostro agio (ma tirando anche qualche calcio notturno a chi si allargava troppo nel letto)
Leggerezza: il tempo che abbiamo condiviso è stato pregno di risa, felicità, di umorismo verso sé e gli altri, è volato nella sua intensità
Presenza e immersione: colori e odori nella natura. Abbiamo raffinato l’udito (soprattutto nella notte), la vista, nel godere di ogni bellezza, il tatto anche attraverso i piedi nudi sulla sabbia; abbiamo misurato il nostro adorato con le rose del giardino indagando la sensibilità individuale e il gusto in ogni occasione ci si presentasse. Gusto per il cibo, gusto per lo stare insieme, gusto per la terra che ci ha ospitati.
Confronto e condivisione: ognuno ha potuto mettere in campo qualcosa di unico e specifico che lo caratterizza, rendendoci tutti insegnanti ed allievi.
Gratitudine per questa splendida occasione!

(Alice)

Weekend gioioso, in un posto molto bello e con persone deliziose. Quello che più mi è piaciuto è stata la curiosità reciproca, l’interesse di ciascuno a conoscere un po’ di più gli altri compagni, senza critiche e giudizi ma per il puro gusto di saperne un po’ di più su chi ci circonda e per imparare anche qualcosa

(Fabiana)




Commenti e discussioni

Di seguito i link di relativi a commenti e discussioni.

Weekend EduYoga di giugno




Saluto al Sole

Ciascuna delle 12 posizioni va eseguita con una specifica respirazione

Nome Posizioni  (sanscrito) – Respirazione

1 Posizione della preghiera (Pranamasana) – Espirare

2 Posizione dell’allungamento verso l’alto (Hasta Uttanasana) – Inspirare

3 Posizione di mano piede (Uttanasana) – Espirare 

4 Posizione equestre (Ashwa Sanchalanasana) – Inspirare

5 Posizione del saggio Vasistha in variante frontale (Vasisthasana) –  Apnea

6  Posizione degli otto punti (Asthanga namaskara) – Espirare 

7 Posizione del serpente (Bhujangasana) – Inspirare 

8 Posizione del cane (Adho mukha svanasana) – Espirare 

9 Posizione equestre (Ashwa Sanchalanasana) – Inspirare 

10 Posizione di mano piede (Uttanasana) – Espirare 

11 Posizione dell’allungamento verso l’alto (Hasta Uttanasana) – Inspirare 

12 Posizione della preghiera (Pranamasana) – Espirare 

Il Saluto al sole (in sanscrito Suryanamaskar) è una sequenza di 12 posizioni. La sua esecuzione richiede solo pochi minuti; viene in genere eseguito all’inizio o alla fine di una sequenza di asana e prepara alla loro esecuzione e/o le completa.

Lo si esegue preferibilmente al mattino o alla sera, rivolti verso il sole, per ringraziarlo della vita che ci dona.

Ne esistono differenti versioni, sia per le asana che lo costituiscono, sia per la respirazione praticata; alcune prevedono anche la concentrazione su specifici chakra.

Ad ogni posizione è generalmente accoppiato uno specifico atto respiratorio (inspirazione, espirazione o apnea) in sintonia con la contrazione o la dilatazione dei polmoni.

Inoltre si può anche adottare una respirazione specifica che consiste, quando si inspira, nel dilatare l’addome e sollevare il mento e la testa verso l’alto e, quando si espira, nel comprimere l’addome e portare il mento verso il torace comprimendo la gola, concentrati su ogni movimento, mantenendo un ritmo uniforme per tutta la sequenza; tale respirazione, oltre a massaggiare zona viscerale e tiroidea, favorisce lo scorrimento dell’energia tra gambe, busto e testa.

Benefici

Suryanamaskar agisce su tutto il corpo: elasticizza la colonna vertebrale, scioglie e tonifica tutti i muscoli, aumenta la circolazione del sangue riscaldando le estremità, sincronizza il movimento e la respirazione, massaggia i visceri e stimola la tiroide e le ghiandole endocrine, tonifica il sistema nervoso: gli allungamenti e le flessioni della spina dorsale e delle anche, infatti, regolano le funzioni del sistema simpatico e parasimpatico.




Foto delle posizioni di base

POSIZIONI IN PIEDI

1 – MONTAGNA

2 – ALBERO

3 – GUERRIERO

4 – MANO PIEDE

5 – FIERO

6 – FIANCO TESO (prima parte)

6 – FIANCO TESO (seconda parte)

7 – GHIRLANDA

8 – TRIANGOLO

Asana di posizione yoga ad angolo laterale esteso

9 – ANGOLO

POSIZIONI PER L’ADDOME E PER IL DORSO

10 – POSIZIONE PURIFICATRICE

11 – TRENTA-SESSANTA-NOVANTA

12 – CAVALLETTA

13 – COSTRUZIONE DI UN PONTE

TORSIONI

14 – POSIZIONE GHANDI

15 – OCCIDENTE

16 – CIABATTINO

POSIZIONI PER LA COLONNA

17 – GATTO (primo movimento)

17 – GATTO (secondo movimento)

18 – POSIZIONE ACCOVACCIATA

19 – PESCE

POSIZIONI CAPOVOLTE E SEMI-CAPOVOLTE

20 – CANE A TESTA IN GIU’

21 – SOSTEGNO DEL CORPO

POSIZIONE DI CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE

22 – EROE

23 – LOTO

POSIZIONI DI RILASSAMENTO

24 – CADAVERE

25 – COCCODRILLO

26 – BUDDHA DISTESO