Yoga e altro…
Tramite i link qui presenti è possibile approfondire i temi relativi al rapporto tra lo Yoga e le Categorie riguardanti i seguenti temi:
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Il Pratyahara è il quinto degli otto passi dell’Astanga yoga di Patanjali.
Poiché l’obiettivo dell’Astanga yoga è quello di realizzare la conoscenza interiore tramite un processo introspettivo, il praticante, purificatosi con la pratica di yama e niyama, dopo aver equilibrato, sviluppato ed imparato a controllare le energie interiori con le asana ed il pranayama, si pone immobile in posizione di raccoglimento e, praticando il Pratyahara, ritrae i sensi dagli stimoli esterni per portare completamente l’attenzione verso l’interno e conoscere le sue componenti più sottili.
La ritrazione dei sensi (pratyahara) dagli stimoli esterni e l’osservazione interiore sono dunque necessari per direzionare le successive tecniche di controllo mentale (concentrazione, meditazione e contemplazione) verso l’interno del soggetto.
Secondo la filosofia Vedantica, ogni uomo è composto da cinque kosha, cioè da “corpi” o “involucri” che, come le matrioske, sono racchiusi l’uno dentro l’altro. Essi sono: annamaya kosha (corpo fisico), pranamaya kosha (corpo pranico), manomaya kosha (corpo mentale), vijanamaya kosha (corpo dell’intelligenza o della saggezza) e anandamaya kosha (corpo della beatitudine). Questi involucri sono strettamente connessi l’uno all’altro e le loro attività e modificazioni si riverberano tra loro.
Naturalmente questo modello descrittivo dell’essere umano è solo un modo per tentare di descrivere realtà interiori sempre più profonde e sottili, da sperimentare in un percorso di conoscenza interiore, passando dagli involucri (Kosa) più grossolani ed esterni a quelli più sottili ed interni, fino alla conoscenza della parte più intima di ogni manifestazione, il Sé interiore, pura Consapevolezza.
A seguito del prolungarsi dell’osservazione interiore l’attività mentale rallenta e si aprono spazi di non pensiero e di percezioni non mentali.
Tecniche che stimolano l’introspezione sono il suono dell’OM (o AUM) e Shanmukhi Mudra.
Astinenze (yama) e Osservanze (niyama), possono essere considerate “pratiche di comportamento” volte ad orientare correttamente il cammino nello Yoga; essi costituiscono i primi due degli otto passi dello Astanga yoga di Patanjali, ma alcuni insegnanti li ritengono alla base persino dello stesso Hatha yoga.
“Senza stabili fondamenta una casa non può reggersi. Senza la pratica dei principi di yama e niyama, che pongono stabili fondamenta alla formazione del carattere, non può esistere una personalità completa. La pratica delle asana senza il sostegno di yama e niyama è semplice acrobazia.” (Iyengar B.K.S.).
YAMA – Consiste in Astenersi dalla violenza (ahimsa), Astenersi dalla falsità (satya), Astenersi dal furto (asteya), Astenersi dall’incontinenza delle passioni (brahmacarya), Astenersi dall’avidità (aparigraha).
Il principio della non violenza è tra i più noti della pratica yoga e consiste nel non infliggere volontariamente sofferenza agli altri e a se stesso, non solamente con le azioni, ma anche con i pensieri e le parole. Un atteggiamento non violento comprende adeguate forme di comportamento, come, ad esempio, evitare l’arroganza. Lo yogi sa che la violenza ha le sue radici nella paura, nella debolezza, nell’ignoranza, nell’ira e nell’irrequietezza; il suo atteggiamento nei confronti di tutti gli esseri tende ad essere di comprensione e di compassione. Ciò che va avversato non è la persona che pratica la violenza, ma quest’ultima; combattere il peccato, non il peccatore è una massima che lo yogi si prefigge di realizzare nei confronti di se stesso e degli altri. Ahimsa è pratica di Amorevolezza.
Significa escludere menzogna ed ipocrisia nel comportamento, senza che ciò diventi brutalità: la mancanza di sensibilità è essa stessa una forma di violenza. La sincerità va praticata anche nei propri confronti, non nascondendosi difetti ed assumendosi la responsabilità dei propri comportamenti. Satya è pratica di Verità.
Il furto consiste nel cercare di appropriarsi di qualcosa che non ci spetta; lo yogi cerca sempre di valutare in ogni situazione ciò che è lecito e dovuto, ben sapendo che ciò che non è meritato non arreca soddisfazione. In questo precetto va compresa l’astensione dalle piccole forme di appropriazione indebita che sembrano in certi contesti essere giustificate dal fatto che rientrano nei comportamenti comunemente diffusi. Asteya è pratica di Giustizia.
Viene comunemente riferito alla sfera sessuale; alcuni lo intendono come totale astinenza dai rapporti sessuali, altri come moderazione negli stessi. L’interpretazione varia da persona a persona a seconda del cammino che segue: ben diversa è infatti la situazione di un asceta che dedica la sua esistenza all’esplorazione mistica o di chi svolge una vita sociale attiva: lo Yoga è una via di Verità e necessita innanzitutto dell’accettazione sincera di ciò che si è.
Questo precetto non va comunque inteso come repressione degli istinti in generale o di quelli sessuali in particolare, che porta frustrazioni e squilibri, ma come pratica di dominio degli istinti e delle energie, evitando di essere schiavi di ogni impulso e passione. Tramite l’astensione dall’incontinenza lo yogi pratica la liberazione dal dominio degli istinti e delle passioni ed il sano distacco, che consiste non certo nel rifiutare ciò che è piacevole, bensì l’attaccamento psicologico a tali esperienze ed il desiderio di una continua ripetizione. Brahmacarya è pratica di Autocontrollo.
Consiste nel non sviluppare possessività, usando ciò che si ha in ogni momento e godendo di tutto ciò che la vita ci offre senza essere attaccato né ai beni materiali, né a quelli immateriali. La voglia di accumulare un sempre maggior numero di beni fa invece vivere molte persone con continua tensione e allo stesso modo sviluppa ansia e timore di perderli. Lo yogi mira sempre in primo luogo alla ricchezza interiore che è vicinanza allo Spirito, che dà pace, benessere ed immensa gioia. Aparigraha è pratica di Libertà dall’attaccamento.
NIYAMA – Consiste nel praticare Purezza (sauca), Appagamento (samtosa), Austerità (tapas), Studio di sé (svadhyaya), Abbandono (Isvara pranidhana).
Comprende la pulizia fisica, mentale e morale, anche se più frequentemente viene riferita al primo dei significati. Nello Yoga esistono moltissime pratiche di purificazione (krya), dall’accurata pulizia del corpo a quella di singole parti come il naso, la lingua e l’intestino. Anche le posizioni (asana) e il controllo del respiro svolgono azione di purificazione sia dei canali e dei centri di energia sottile (nadi e chakra), sia del sistema nervoso e della mente.
Lo yogi ricerca felicità e serenità dentro di sé. Conseguentemente non ambisce ad accumulare qualsiasi tipo di ricchezza; egli non si aspetta nulla dagli altri, pur restando sempre aperto ad ogni condivisione. E’ sempre e comunque, soddisfatto di quello che ha e di quello che è. Una condizione di appagamento è indispensabile per concentrarsi nella ricerca interiore, vincendo la tendenza della mente a volgersi verso altro da raggiungere. La condizione di appagamento non ha nulla a che vedere con l’inerzia, può e deve anzi coesistere con un atteggiamento positivo, dinamico e costruttivo verso la realizzazione di adeguati obiettivi, senza comunque far dipendere da questo la nostra felicità.
E’ la capacità di vivere in modo disciplinato. Si ottiene applicandosi diligentemente nello svolgimento dei propri compiti e perseguendo con determinazione e costanza i propri obiettivi. Praticando l’austerità si ottiene determinazione e fiducia nelle proprie capacità.
Costituisce il primo passo per il cambiamento e l’evoluzione nella ricerca spirituale. Solo conoscendosi sempre più a fondo e con onestà, senza che questo degeneri in atteggiamento ossessivo, si possono porre le basi per un avanzamento reale verso la Realizzazione. Lo studio di sé comprende la riflessione e la meditazione di tutto ciò che può aiutarci nella ricerca del Sé interiore.
Attraverso la pratica dell’abbandono si esprime la consapevolezza dei propri limiti e cessa la resistenza ad opporsi ad eventi ineluttabili, sviluppando al tempo stesso la capacità di adattarsi nel modo migliore ai mutamenti della vita. Questa condizione non esprime passività, ma la modestia di chi percepisce le forze della vita come qualcosa di superiore a quelle personali e non coltiva l’illusione di poter decidere e controllare gli eventi. Isvara pranidhana letteralmente significa abbandono a Dio e alla sua volontà. Può essere anche inteso come abbandono alla Vita.
L’Astanga yoga (yoga dalle otto membra) è un percorso meditativo composto da otto parti.
Fu sistematizzato in 196 sutra (o aforismi), brevi frasi particolarmente indicate per la trasmissione orale e l’apprendimento, attribuiti al saggio Patanjali, che risalgono approssimativamente al III secolo d.C.
Patanjali delinea un percorso di conoscenza introspettiva in cui la cessazione delle attività mentali è condizione preliminare per la scoperta di altre componenti interiori, che normalmente ignoriamo, perché distratti dai turbini provocati dall’incessante attività mentale.
I.II Lo Yoga è la soppressione delle modificazioni della mente. (Yogasutra)
Tacitata l’attività mentale, tramite la ricerca interiore, usando se stesso come laboratorio, il praticante approfondisce la conoscenza delle varie componenti individuali (kosa): il corpo fisico, l’energetico, il mentale inferiore (razionalità) e superiore (intuizione), nonchè l’anima (in cui si riverbera la percezione dell’appartenenza all’Uno).
Questo percorso dai kosa più esterni e grossolani a quelli più sottili termina con la conoscenza dell’Io interiore, il Veggente, raggiunto il quale si ottiene la liberazione (kaivalya) e si rimane fondati nella propria natura reale, che, per Patanjali, è «pura Consapevolezza».
IV. 34 Il kaivalya è quella condizione (dell’illuminazione) che segue al ri-assorbimento dei guna a causa del fatto che divengono privi dello scopo del purusa. In tale condizione il purusa è fondato nella propria natura Reale, che è pura coscienza. Fine. (Yogasutra)
Le cause di sofferenza (klesa) per l’uomo, derivano dall’ignoranza (avidya) della sua vera natura, che lo induce a percepirsi come individuo singolo, dalle attrazioni e dalle repulsioni, ed infine dal forte attaccamento alla vita.
Nell’ignoranza ha radice il senso di separazione (egoità e conseguentemente dualità), che non fa vivere come parte dell’Uno infinito, ma come individualità destinate a perire.
Il desiderio di ripetere solo esperienze piacevoli, e di evitare quelle spiacevoli, induce ad azioni forzate e inadeguate, non consentendo di sviluppare i comportamenti più appropriati ai vari momenti.
L’attaccamento alla vita, e alle situazioni che in essa si succedono, ci condiziona facendo adottare atteggiamenti innaturali, impedendo il fluire naturale degli eventi ed il loro altrettanto naturale alternarsi.
Le otto parti dello Yogasutra di Patanjali, tra loro complementari, sono:
1) e 2) yama (astinenze) e niyama (osservanze), prescrizioni di tipo morale, che servono a stimolare comportamenti e atteggiamenti favorevoli per la pratica degli stadi superiori. Yama comprende: astenersi dalla violenza, dalla falsità, dal furto, dall’incontinenza dalle passioni e dall’avidità; Niyama osservare purezza, appagamento, austerità, studio di se, e abbandono alla divinità (Isvara);
3) asana (posizioni) finalizzate a sviluppare salute ed energia necessari per il cammino intrapreso;
4) pranayama (controllo dell’energia attraverso il respiro) per migliorare i flussi di energia interiore, stimolando il rilassamento, la lucidità mentale e la concentrazione interiore;
5) pratyahara (ritrazione sensoriale), fase nella quale il praticante ritrae i sensi dagli stimoli esterni e dirige la sua attenzione verso il suo interno, per conoscere le parti più profonde;
6), 7) e 8) dharana (concentrazione), dhyana (meditazione) e samadhi (contemplazione o estasi). La concentrazione consiste nel delimitare il campo dell’attenzione, la meditazione si ha quando soggetto e oggetto della concentrazione diventano tutt’uno, nella contemplazione il soggetto osservante perde consapevolezza di sé (“si perde”) e nel campo della coscienza rimane solo l’oggetto della concentrazione iniziale. Esse sono fasi di un unico processo di controllo mentale (samyama), con il quale il praticante sospende le attività mentali razionali, condizione necessaria per scorgere le componenti più intime tramite la conoscenza intuitiva (buddhi) che scaturisce dall’attività meditativa.
Delle otto parti menzionate, le prime tre costituiscono le ricerche esteriori, pranayama e pratyahara le ricerche interiori, i tre stadi del samyama sono gli strumenti della ricerca dell’anima: il praticante guarda interiormente alla ricerca dell’Io più intimo, del Sé di ogni essere.
La ricerca dell’Astanga yoga si realizza tramite la pratica ciclica e continuativa delle sue otto parti, fino alla liberazione finale (Kaivalya).
APPROFONDIMENTI
Il Bhakti yoga è lo Yoga della devozione e dell’amore, generalmente inteso verso la divinità, che rappresenta l’Uno nella visione dualista creatore-creato.
La divinità, nell’induismo, viene identificata in molteplici modi: è il Dio unico Krishna, sono le molteplici forme con cui si manifesta, quali Visnu, Brahama, Shiva, Kali, Rama e tutte le altre innumerevoli divinità del vasto pantheon induista.
Il bhakta yogi (praticante il Bhakti yoga), ha fede in qualcosa più grande di lui, che trascende e accomuna tutti gli esseri; a questo Essere supremo il devoto dà un nome o una forma, analogamente a quanto fanno i mussulmani con Allah o i cristiani con Dio. La divinità, dunque, viene rappresentata nella particolare forma che il devoto ha scelto di venerare. L’Essere supremo, cui il devoto cerca di relazionarsi fino ad unirsi attraverso il sentimento religioso (religo = lego insieme), è Amore Assoluto.
Per il bhakta tutto l’universo è pieno di amore; pertanto, solo quando un uomo trova in sé questo amore diventa eternamente beato, eternamente felice. Il Divino siede allora nel suo cuore e da lì il bhakta yogi guarda ogni aspetto dell’esistenza. Per lui, l’amore è un sentimento totale nei riguardi della vita e non limitato a singole cose o persone; egli vede il Divino in ogni luogo, persona ed evento della vita, sia piacevole che spiacevole.
Per mezzo del completo e fiducioso affidamento all’Amore Universale, il bhakta yogi cerca di andare oltre la separazione della dualità, verso l’unione totale con la divinità e dunque realizzare l’unione (Yoga). In virtù di questo atteggiamento egli è una persona serena ed in pace, vive in armonia con la natura ed è pieno di amore e compassione verso tutti gli esseri viventi. L’unione con il Divino è mirabilmente descritta in numerosi passi della Bhagavadgita.
La pratica del bhakti comprende molteplici attività e rituali, che rispecchiano l’indole del devoto: dalla contemplazione delle qualità di Dio, alle preghiere, al cantare le sue lodi, alla ripetizione del Suo nome (japa: recitazione dei mantra), al dedicarsi agli altri, attività che vanno svolte con umiltà, non certo per alimentare l’ego, ma per realizzare l’unione con gli altri esseri e con l’Universo intero, la Vita eterna.
L’amore, così inteso, è al tempo stesso fonte e risultato della spiritualità, di una spiritualità intesa come ricerca dell’essenza che unisce ogni cosa e perfino non necessariamente legata a una fede particolare.
Nell’attuale fase dell’evoluzione umana, lo sviluppo di un sentimento di comunanza che possiamo chiamare amore ha importanza fondamentale; al suo servizio è necessario porre la nostra energia e la nostra intelligenza.
È un faro che può illuminare il percorso umano, passaporto per godere appieno del viaggio meraviglioso che è la vita.
Dall’amore, pratica di unione, nascono solidarietà, comprensione, tolleranza, collaborazione, pace e concordia tra individui e comunità; privilegiando ciò che unisce, al di là delle diversità, l’uomo potrà sviluppare una forza comune tra i simili ed un rapporto il più armonioso possibile con l’ambiente, realizzando un vantaggio per la sua sopravvivenza, un’ulteriore evoluzione e un viaggio più gradevole sul pianeta Terra.
XII.4 Coloro che vivono un rapporto armonioso con la propria anima e hanno un atteggiamento amorevole nei confronti di tutto ciò che li circonda; coloro che sanno gioire del benessere di tutte le creature, essi mi sono veramente vicini. (Bhagavad Gita)
È la via della conoscenza. Si basa sui contenuti principali della filosofia yoga; essa non va intesa come mera speculazione ideale, ma piuttosto quale visione del mondo così come vissuta e rivelata dagli antichi veggenti (rishi).
L’assunto fondamentale della filosofia yoga è che tutto ciò che esiste, ogni fenomeno materiale che percepiamo con i nostri sensi ed anche ciò che non riusciamo a percepire, non è altro che manifestazione di una Realtà unica e ultima, chiamata l’Uno, il Tutto, a volte simboleggiata con una o più divinità.
Questa Realtà ultima è costituita da un’Essenza, uno Spirito, un Vuoto, una Non Forma che contiene tutte le forme, cioè tutti i fenomeni, conosciuti e non conosciuti e, a sua volta, è contenuto in ciascuna di esse.
L’Uno, realtà trascendente le realtà particolari, è pertanto composto dall’insieme dello Spirito e di tutte le infinite “forme” esistenti nello spazio-tempo infinito.
Lo Spirito, pura Coscienza universale di ogni essere, vivente e non vivente, è il presupposto per l’esistenza delle “forme”; come il bianco della pagina consente di scrivere in esso le lettere e le parole che formano i concetti, le frasi e il racconto della vita infinita.
Nell’uomo lo Spirito è il Sé interiore, la componente più profonda. Lo Spirito dimora nei corpi mortali, dall’infanzia all’adolescenza sino alla vecchiaia, e quando questi hanno finito il proprio tempo, prende dimora, immutabile ed eterno, in un nuovo corpo.
Ogni forma è manifestazione dell’unica Energia manifesta nell’infinità dei fenomeni, tra loro legati: unità ed interdipendenza di tutti i fenomeni sono concetti complementari alla base della visione yoga del mondo.
Dallo Spirito invisibile, Energia indifferenziata, infinita e onnipresente, pura Consapevolezza, è avvenuta la creazione dell’universo, con una grande esplosione cosmica; l’universo è frutto di questo soffio divino, così come gli altri infiniti universi esistenti, ognuno dei quali è una cellula dell’Uno, del Tutto. Dallo Spirito nascono gli infiniti mondi e le infinite forme che continuamente mutano e si dissolvono, riassorbite nello Spirito. Mentre lo Spirito è in pace e quiete permanente, le infinite forme sono in perenne movimento e cambiamento.
XIII.2. […] La conoscenza del campo (le forme) e del conoscitore del campo (lo Spirito) costituisce la vera conoscenza. (Bhagavad Gita )
Nel cammino che procede dalla sua creazione, il mondo fenomenico prende forma e muta continuamente per mezzo dell’azione di tre forze, chiamate guna: esse sono sattva, che dà vita a ciò che è sottile, leggero, spirituale; rajas, che origina ciò che è pesante, passionale, e tamas, che esprime la forza d’inerzia, la staticità. Ogni cosa è formata da una diversa proporzione di queste tre forze. Sattva, rajas e tamas, luce, fuoco e oscurità, sono le tre forze costituenti della natura.
Il perenne e ritmico movimento delle forme e della vita stessa viene chiamato lila (gioco divino) ed è mosso dal karma, che esprime e considera la legge di causalità (rapporto causa-effetto) e le tracce che gli atti lasciano in ciascun essere, a seconda delle azioni che egli compie. Ogni azione produce infatti un effetto (positivo o negativo) in chi la fa ed in chi la riceve. Anche ogni pensiero e sentimento produce un effetto su di noi e sull’ambiente circostante.
L’uomo è sottoposto all’illusione cosmica (maya), che fa percepire le differenti forme e le loro qualità, senza riuscire a scorgere né lo Spirito, né l’unità dell’esistente.
Sospinti dall’ignoranza, non riconoscendosi cioè in ciò che è eterno ma in una forma finita e impermanente, si soffre dei continui mutamenti che non permettono di realizzare una condizione stabile e una durevole felicità e si vaga di vita in vita, spinti dalla legge del karma.
L’ignoranza, causa delle sofferenze esistenziali, può essere eliminata con la pratica dello Yoga, che è una “via” che consente di svelare l’inganno dell’illusione cosmica (maya) e di realizzare una condizione di libertà dal karma e, di conseguenza, dalla sofferenza che deriva dalla ruota delle morti e delle rinascite (samsara).
Quando il praticante, attraverso l’esperienza dell’”Illuminazione”, perviene alla conoscenza dello Spirito che alberga ovunque, e quindi anche in ogni essere umano, raggiunge la consapevolezza dell’unità di tutte le manifestazioni della vita che esistono nello Spirito, ha fine il percorso individuale. L’essere, realizzando la sua natura più profonda, conclude la sua evoluzione spirituale; va oltre le apparenze illusorie della vita (maya), si fonda nella pace dello Spirito, diventa libero dal karma e dalla sofferenza che deriva dalla ruota delle morti e delle rinascite (samsara).
Il percorso individuale dello Jnana yoga termina dunque con la Conoscenza Spirituale, conoscenza di una Realtà unitaria trascendente; essa è lo specifico obiettivo di ogni disciplina spirituale e quindi anche dello Yoga.
Raggiunta questa conoscenza il praticante tende a stabilirsi nella Realtà Unica e, come parte del Tutto, prosegue il suo cammino nella condivisione, fratellanza e uguaglianza di ogni differente creatura.
Per lo Jnana yoga il praticante può pervenire alla Conoscenza Spirituale attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione; è dunque una via particolarmente adatta ai temperamenti riflessivi e intellettuali.
È la via dell’azione. Lo Yoga non è composto solamente da filosofie e tecniche, ma anche da atteggiamenti e comportamenti da praticare quotidianamente per realizzare un modo di vivere soddisfacente.
Il termine karma deriva dal sanscrito kri = azione; il Karma yoga è la via della Realizzazione tramite le azioni e le opere, scienza della buona attività. Tutto ciò che si fa, ogni azione e persino ogni pensiero e sentimento è karma e produce un effetto su di noi e sull’ambiente circostante. Se osserviamo il nostro essere, infatti, vediamo che esso è il risultato di azioni precedenti; la legge del karma esprime e considera la legge di causalità (rapporto causa-effetto) e le tracce che gli atti lasciano in ciascun essere, a seconda delle azioni che egli compie.
Se facciamo attenzione agli effetti prodotti dal nostro modo di comportarci sapremo come agire per il nostro bene e diventeremo sempre più padroni, cioè responsabili, del nostro futuro; ogni problema da risolvere diventerà uno stimolo per imparare, ogni ostacolo da superare una spinta verso un nuovo equilibrio.
Ciò riguarda non solo le grandi scelte, ma anche le piccole azioni di tutti i giorni, che sono quelle cui stare più attenti perché troppo spesso attuate in modo automatico. Vivere bene le piccole cose di una vita normale è pur sempre una grande impresa; lavorare con continuità aumenta la forza e la soddisfazione personale: ciò che viene conquistato con l’impegno ha un gusto ben diverso da ciò che non è sudato!
Seguendo gli insegnamenti del karma yoga si pratica il proprio dovere (ciò che si sente giusto fare), secondo il più profondo sentire, anche se questo si presenta ingrato e difficile, non cercando ricompensa dai frutti delle proprie azioni, né ringraziamenti o riconoscimenti.
L’insegnamento principe del Karma yoga è quello di agire con onestà interiore, contemperando interesse individuale e collettivo, per realizzare la giusta azione, per noi e per gli altri, in ogni situazione.
Chi agisce secondo giustizia è pronto ad andare oltre il consenso degli altri o il proprio interesse individuale; disinteressandosi del risultato che ne consegue, lavora con equanimità nel successo come nell’insuccesso, con atteggiamento mentale distaccato, ma non certo indifferente d’animo.
Senza preoccuparsi per il fallimento o esaltarsi per il successo, il Karma yogi vive con equilibrio e senza frenesia, libero dall’ansia del risultato e in piena serenità, trovando pace interiore.
Agendo per un interesse superiore a quello personale, di cui quest’ultimo è parte, supera l’attaccamento all’ego e praticando l’armonia con la Vita, diventa Uno con essa; aderisce al Dharma (Legge cosmica o naturale), nell’accettazione del proprio ruolo.
Questo atteggiamento non va confuso con passività o deresponsabilizzazione; questa “via”, anzi, sottolinea il dovere di contribuire alle opere del mondo e di non rifuggire dalle responsabilità sociali e dall’impegno quotidiano nelle scelte che la vita ci impone.
Il Karma yogi si comporta in sintonia con ogni situazione, come la minuscola tessera di un infinito mosaico che, aderendo alla propria posizione, diventa così il mosaico stesso.
L’azione viene compiuta in uno stato di consapevolezza meditativa, che mira a realizzare la fusione fra soggetto, azione ed oggetto del comportamento. In tale maniera ogni azione della vita diviene un atto di libertà, attraverso il compiersi dell’azione senza attaccamento, un momento sacro in cui praticare realmente lo Yoga, unione con la Vita.
XVIII.45 Tutti possono raggiungere la perfezione quando trovano gioia nel loro compito (…)
III.35 Esegui dunque il tuo compito anche se si tratta di un’azione umile e tralascia altre imprese, anche se sono eroiche. (…)
IV.41. Chi ha rinunciato all’azione mediante lo Yoga ed ha dissipato i suoi dubbi con la saggezza, si stabilisce nel Sé; le azioni non lo legano.
IV.22. Contento di ricevere quel che gli viene senza sforzo, stabilito al di sopra delle coppie di opposti, privo di gelosia, invidia e inimicizia, considerando in ugual misura il guadagno e la perdita, pur agendo egli non è legato dal karma.
II.23 Egli ha raggiunto la liberazione; è libero da tutti i legami, la sua mente ha trovato pace nella saggezza e le sue azioni sono atti sacrificali. Le azioni di un simile uomo sono pure. (Bhagavad Gita)
APPROFONDIMENTI
Il termine hatha vuol dire forza, energia; l’Hatha yoga è lo Yoga dell’energia.
Secondo la Yogasikha Upanisad il termine Hatha è formato dalle due sillabe Ha (sole) e tha (luna), espressioni delle due correnti energetiche di destra e sinistra della forza vitale (prana) che circola nel corpo sottile (Prana Shakti).
L’Hatha Yoga ha una visione unitaria dell’essere basata su una concezione energetica, secondo la quale tutto ciò che esiste è una manifestazione di energia vitale (prana), che è la forza sottile che sottende a ogni forma di vita.
Anche l’essere umano è costituito da un campo di energia sottile, che forma il “corpo pranico” o “astrale”. Egli vive assorbendo prana dal cibo, dall’aria, dall’acqua, dal sole, dalla terra. Quanto più una unità vivente è in una situazione di buona salute, tanto più il suo corpo energetico sarà delineato, forte ed armonioso.
La pratica dell’Hatha yoga dona longevità e benessere a chi lo pratica con regolarità, perché mira a sviluppare una buona circolazione energetica e conseguentemente una buona condizione psicofisica.
Ancora più importante è la considerazione che questo percorso può aiutare a raggiungere le vette meditative: tramite l’osservazione diretta delle percezioni sensoriali che derivano dall’ascolto del corpo si mira a interrompere la verbalizzazione e la concettualizzazione, e attivare modalità di conoscenza non logiche e razionali.
Mi inchino al Primo Maestro Shri Âdinâtha, dal quale provenne la scienza dello Hatha-Yoga, che splende come una scala per colui che vuole raggiungere le vette del Râja-Yoga. (Hatha Yoga Pradipika I.1.)
Secondo la tradizione yoga, il corpo astrale comprende i canali energetici o nadi attraverso cui il prana scorre nel corpo astrale e i centri di raccolta e distribuzione di energia, chiamati chakra (o loti o nodi).
I tre canali più importanti si trovano lungo l’asse cerebro-spinale e sono Sushumna (il canale centrale situato dentro la colonna spinale), Ida e Pingala, (canali laterali che si trovano ai lati della spina dorsale). Ida e Pingala costituiscono le polarità positive e negative, solare e lunare. Ida fluisce per la narice sinistra e Pingala per la narice destra.
Tutte le nadi partono dal Kanda, zona del perineo, tra l’ano e i genitali.
I chakra sono centri energetici preposti allo svolgimento delle funzioni vitali; i sette più importanti sono disposti lungo sushumna: (dal basso verso l’alto) muladhara, svadhistana, manipura, anahata, visuddha, ajna, sahasrara. Muladhara è il chackra più basso, posto nella zona del perineo, sahasrara è il più in alto ed è posto alla sommità della testa.
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chakra |
localizzazione |
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Sahasrara |
è situato in cima alla testa |
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Ajna |
è situato dentro la sushumna nadi, nello spazio tra le due sopracciglia, |
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Vishuddha |
è situato dentro la sushumna nadi, alla base della gola. |
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Anahata |
è situato dentro la sushumna nadi, nella regione del cuore |
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Manipura |
è situato dentro la sushumna nadi, nella regione dell’ombelico. |
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Svadhishthana |
è situato dentro la sushumna nadi, alla radice dell’organo di riproduzione. |
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Muladhara |
è situato alla base della colonna spinale, tra l’origine dell’organo di riproduzione e l’ano. |
L’Hatha yoga, per i praticanti più evoluti, ha una finalità mistica, intesa cioè a rivelare il mistero della vita, riunendo energia individuale e Universale.
Infatti, nel chakra più basso (muladhara), situato tra i genitali e il perineo, è situata una energia cosmica dormiente, chiamata Kundalini, avvolta a spirale e spesso rappresentata come un serpente arrotolato. Dopo aver purificato il corpo astrale, questa energia, che può essere attivata con particolari tecniche, comincia a salire lungo susumna ed attraversa i sette chakra, portando il praticante a livelli di consapevolezza diversi da quelli abituali; quando essa raggiunge il loto dai mille petali al centro della testa (sahasrara), il praticante vive un livello di consapevolezza sopraindividuale (samadhi), si uniscono l’energia individuale e l’energia infinita e viene raggiunta la liberazione da ogni vincolo di tempo, spazio e causalità: ogni cosa diventa un’unica Energia.
III 105. Come una porta si apre facilmente con la chiave, così lo Yogi , con l’Hatha-Yoga,
apre la porta della liberazione per mezzo di Kundalinî. (Hatha Yoga Pradipika)
Il controllo dell’energia Kundalini è anche oggetto specifico di un’apposita disciplina denominata Kundalini Yoga.
Sono principalmente posizioni (asana) e sequenze di posizioni, tecniche di respirazione e di controllo dell’energia attraverso il respiro (pranayama), rilassamento, nonché pratica di abitudini salutari e cura dell’ igiene e della pulizia.
Queste tecniche e pratiche stimola positivamente le condizioni energetiche delle nadi, dei chakra e di tutto il corpo astrale, migliorandone la funzionalità.
Questa condizione di buona energia, secondo molti insegnanti di Hatha yoga, va completata con abitudini salutari e una corretta alimentazione, ma anche con un adeguato orientamento morale, affinché la forza che ne deriva venga utilizzata per uno sviluppo positivo (un esempio Yama e Niyama dell’Astanga yoga). Una condotta etica esemplare, infatti, è necessaria affinché la forza che ne deriva venga utilizzata per uno sviluppo positivo.
APPROFONDIMENTI